Mentre scrivo, l’Italia si trova nella fase 2 della pandemia (ormai già fase 2.5 con la riapertura degli spostamenti tra regioni), mentre in Australia siamo al primo ciclo di alleggerimento delle restrizioni, che dovrebbe concludersi tra un mese (salvo imprevisti) con il ritorno alla normalità.

Già, ma quale normalità?

In questo momento mi vengono in mente tutti quei messaggi di pace durante la fase più nera del virus, i buoni propositi, gli hashtag, gli “andrà tutto bene”, lo “stare lontani ora per stare più vicini dopo”.

Era un momento difficilissimo, una crisi che ci ha messo alla prova, e ci ha anche messo nelle condizioni di pensare di averla superata bene. Davvero abbiamo creduto che, restando chiusi in casa e rinunciando ai nostri priviligi sociali di base, tutto si sarebbe sistemato. I più ottimisti sostenevano che fosse un bene, il fatto che non si sarebbe tornati alla normalità di prima, perchè la vedevano logora, sbagliata, completamente da rifondare -quindi, ben venga la crisi che spazza via tutto e ci fa ripartire da zero.

Che fosse una pia illusione o qualcosa in cui alcuni di noi hanno creduto davvero, ne abbiamo subito verificato la sostanza quando il conto alla rovescia era ormai agli sgoccioli. Mi viene da ripensare all’odio social che si è scatenato per la liberazione di Silvia Romano da noi, o per la questione di George Floyd e il “Black Lives Matter” in America. Non solo per i fatti di cronaca in sé, ma per la facilità con la quale abbiamo messo subito da parte i buoni propositi, le intenzioni da film natalizio e gli slogan e fossimo tornati a scannarci su temi che la pandemia non aveva mai risolto, ma solo messo in pausa.

Chiusi dietro una finestra, oppure sul balcone a cantare l’inno, avevamo cullato l’idea di unione, di solidarietà, di noi contro il Problema: sparito (o meglio, affievolito) il Problema, siamo rimasti noi a scannarci con noi, né più né meno di prima. Una nozione che i capi di Stato, che da secoli mandano a morire la gente per un’idea o un confine, hanno sempre avuto ben presente: senza un nemico comune, si sfalda ogni tentativo di compattezza e di fronte comune. Non è un caso se, nel momento in cui il nemico non c’è più, ce lo dobbiamo inventare. In questo, c’è da dire, abbiamo sempre dimostrato eccellenti qualità.

Il punto è questo: la crisi è difficile da gestire ad ogni livello, ma la parte davvero tosta viene dopo. Nella crisi, bisogna reagire ad un problema più grande, ci si fa forza in vista di un obbiettivo comune, si resiste in maniera diversa dal normale. Quando poi tutto è finito, e sembra che finalmente ogni cosa sia risolta, è lì che si comincia davvero a ballare. Probabilmente, nel nostro piccolo, ognuno di noi ne ha fatto esperienza: durante i periodi particolarmente stressanti, resistiamo agli urti e tiriamo dritto, ma non appena passa la tempesta, è come se il nostro organismo e la nostra mente mollassero di colpo, come se nessuno li avesse avvertiti che il pericolo ormai è scampato.

La ricostruzione è difficile, impopolare, assolutamente non lineare. Passano alla storia i leader che fanno i discorsi alle masse sotto le bombe, non quelli che si arrotolano le maniche dopo e si danno da fare in mezzo alle macerie. Eppure è esattamente lì che vedi la caratura del leader, di chi sa ascoltare e prendere decisioni, senza più un nemico su cui scaricare l’odio di tutti. Da qualche parte ho letto la frase “Datemi un imbecille col senso del drammatico, e vi farò vedere un eroe”: ecco, di questi eroi sono piene le emergenze.

È in guerra che si cerca di passare per eroi; le ricostruzioni non hanno lo stesso impatto, sia perché la gente ormai vuole andare avanti e non pensare, sia perché, senza più quella distrazione, si ricomincerà a scontentare, a sbagliare, magari a riproporre quella realtà zoppa che tutti avevamo così idealisticamente pensato di abbandonare nel chiuso delle nostre case. Per questo è più facile andare in vacanza a Fiumedinisi che mettersi a ricostruire. Magari perdendo qualche follower.

Le sollevazioni popolari in America e nel mondo, gli indici di disoccupazione impazziti, i Paesi in recessione, i rischi di nuovi ritorni del virus, gli interessi economici contro quelli sanitari, l’aumentata sorveglianza e la questione della privacy, la crisi in un Paese che da un ventennio ormai non conosce altro che crisi: questo è quel che ci aspettava là fuori, insieme alle passeggiate al sole e agli articoli buffi del “Corriere”. Perché nel frattempo il mondo si è diviso ancora di più tra gli “have” e gli “have not”, tra il capo di Amazon che sta per diventare “trillionario” e chi ha perduto lavoro e casa, o chi non li aveva nemmeno prima. La realtà è che non era affatto vero, che c’eravamo dentro tutti insieme in quel che stava accadendo. Perfino un micro-sistema come quello di Messina ha visto ancora una volta il suo termometro sociale diviso tra chi faticava a mettere insieme i soldi per la spesa durante il lockdown e chi se ne andava a sciare a Madonna di Campiglio, con un dito medio alzato verso una popolazione capace di arrabbiarsi solo per 10 minuti.

Il mondo si è diviso e c’è chi ci ha sciacallato sopra, chi con le mascherine e i prezzi gonfiati, chi spacciando paura per audience, chi gridando ogni sera da uno schermo per avere più like.

Personalmente, non ho mai avuto troppe speranze in un mondo migliore dopo la pandemia, ma ho davvero pensato che fosse uno di quei momenti che la Storia (quella maiuscola) ci offriva per poter almeno pensare a come cambiare le cose. Uno di quei momenti fuori dal Tempo, che ci porta a metterci fuori dal flusso disordinato di giorni e settimane per provare a guardarci dentro, e guardare un po’ oltre il nostro ombelico. Al caos può succedere poi un nuovo senso, una nuova direzione. Un appuntamento imprevisto con la Storia, per dare un nuovo valore alla nostra vita e a quella degli altri. Utilizzando altri principi. Risvegliandoci dal torpore.

Nel mio lavoro da psicologo, vedo spesso che tanto nostro disagio nasce dalla consapevolezza. È un regalo non richiesto, di cui non sappiamo che farcene, e spessissimo decidiamo di farne a meno, riducendola il più possibile -distraendoci, rincoglionendoci, ubriacandoci, perdendoci volontariamente proprio in quel flusso di giorni e settimane. Non viviamo quasi mai nel momento presente, ma siamo sempre impigliati nella rete del passato o assorbiti da un futuro che ci mette ansia. Ci diciamo che troppa consapevolezza fa male, che bisogna lasciarsi andare.

Il che è sacrosanto, intendiamoci. Sono stati mesi duri e ci meritiamo il sole in faccia, il mare, poter ridere e scherzare, e non stare sempre a pensare a quel che è stato. Vogliamo andare avanti, respirare, ricominciare.

Ce lo meritiamo, e ci meritiamo di star bene. Il trucco della consapevolezza sta in questo: non serve solo a ricordarci le cose negative, ma per trovare spazio e tempo anche per quelle positive. Per far tesoro di quel che è stato -non solo per noi soli, ma per tutti gli altri intorno- e non doverlo dimenticare a forza. Perché da lì nasce quella direzione, quella forza, quel coraggio che dovremo trovare -stavolta sì, tutti insieme- per pensare di poter cambiare.

Il peggio è passato.

Per il meglio, ci stiamo lavorando.

Insieme, magari, per una volta.

 

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