MESSINA. Era il 28 marzo del 2009 quando decine di migliaia di messinesi scoprirono per la prima volta uno dei “tesori nascosti” della città dello Stretto. Nel giro di appena due giorni, grazie al Fondo ambiente italiano, furono ben 25mila i cittadini che restarono a bocca aperta e con il mento all’insù d’innanzi alle meraviglie della cripta del Duomo: un gioiello storico e architettonico, sconosciuto ai più, che divenne il monumento più visitato d’Italia nelle Giornate di Primavera. A distanza di 11 anni da allora, il bene è stato inserito fra i “Luoghi del Cuore” del Fai, il censimento dei luoghi italiani da non dimenticare, ma ancora sono numerosi i cittadini che non ne conoscono la storia o che non hanno mai avuto occasione di ammirarne la bellezza.

 

 

La cripta del Duomo di Messina è stata costruita in contemporanea alla costruzione della Chiesa Madre di Messina e venne realizzata nel 1081 per volontà del Re normanno Ruggero II, per poi essere successivamente inaugurata dal Re svevo Enrico IV.

Più che una cripta, si tratta di una chiesa sotterranea, che fu chiamata “Santa Maria sotto il Duomo” e il cui accesso era consentito attraverso due scale a chiocciola (poi eliminate) dalle absidi soprastanti. La struttura era ed è composta da volte a crociera sostenute da colonne di epoca Greca e Romana.

Varie le funzioni della cripta, utilizzata per celebrare messe e per ospitare le riunioni dei vescovi della Diocesi, ma anche meta di pellegrinaggi e punto di incontro per i marinai che sbarcavano al vicino porto.

Nel 1600, la cripta fu data alla congregazione Schiavi della Madonna della Lettera, il cui capo era Giuseppe Stagno, che cambiarono il nome in Nostra Donna della Lettera. La congregazione ristrutturò la cripta abbellendola con stucchi, statue e affreschi in stile Barocco, ed in questa occasione furono creati dei muri divisori in corrispondenza delle sovrastanti absidi laterali, creando così due cappellette. Nella cripta si trovano anche due targhe che testimoniano il restauro per volontà di Giuseppe Stagno e della congregazione Schiavi delle Madonna della Lettera.

La cripta non fu danneggiata né dal terremoto del 1783 né da quello catastrofico del 1908, malgrado i danni subiti dalla stessa Cattedrale. In seguito al sisma, l’incaricato dai beni culturali di Palermo per la ricostruzione del duomo, Francesco Valenti, fece costruire due muri portanti per sostenere il carico del Duomo, provocando il successivo innalzamento della quota di calpestio della cripta.

Più problematici dei terremoti, sono stati i vari allagamenti verificatisi negli anni, il più grave dei quali avvenne intorno agli anni ’70, a causa di infiltrazioni di acqua marina (la struttura originaria della cripta si trova sotto il livello del mare) e del vecchio percorso del torrente Portalegni. (fonte Fai)

 

 

Qui la storia della cripta, raccontata da Nino Principato, che si sofferma inoltre sul cosiddetto “scolatore dei cadaveri”: un locale, cioè, dove venivano posti ad essiccare i defunti attraverso un procedimento di mummificazione naturale:

«L’origine della cripta è strettamente legata al culto martiriale che aveva avuto diffusione in epoca paleocristiana. A partire dal IV secolo, sopra le tombe dei martiri (“Confessio”), si cominciano ad edificare piccole basiliche, i “martyria”, per consentire un più agevole spazio alla devozione dei fedeli. La massiccia frequenza di visitatori alle sepolture martiriali impone la necessità di ricavare ambienti sotterranei attorno ad esse. Nascevano così le cripte ipogeiche, le basiliche sotterranee, seminterrate e subdiali. Nel IX secolo si diffuse in Italia la cripta composta da tre navate coperte da volte, la cosiddetta “cripta a sale” la cui altezza impose la sopraelevazione dello spazio adibito a coro della chiesa.

La cripta della Cattedrale di Messina, unica struttura originale rimasta dell’antico impianto chiesastico quasi integralmente ricostruito dopo il sisma del 1908 e gli incendi causati dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, presenta in pianta notevoli affinità con quella del Duomo di Otranto. Come nella cattedrale pugliese risalente al 1088, la cui cripta è divisa da molte colonne con capitelli di diversa foggia, l’intero ambiente ipogeico, culminante nelle tre absidi orientate ad est, è caratterizzato da una fitta tessitura di tozze colonne sulle quali impostano i pennacchi delle volte a crociera di copertura. Utilizzata non soltanto come luogo di sepoltura di arcivescovi, ma chiesa a tutti gli effetti dove si celebravano messe, il 25 gennaio 1638 alcuni componenti della Confraternita sotto il titolo di “Schiavi della Madonna della Lettera” fecero istanza al Vicario generale Mons. Giuseppe Stagno e al Capitolo Protometropolitano per poter utilizzare la cripta, e, il 2 giugno dello stesso anno, la pia congregazione si installò nel nuovo Oratorio sotterraneo denominato “S. Maria”. Il giorno successivo, festa della Sacra Lettera della Vergine, l’Oratorio venne solennemente inaugurato. 

 

Particolare di un affresco ancora conservato

 

Conclusi i solenni festeggiamenti, nello stesso mese di giugno del 1638 si diede inizio alla realizzazione di un ciclo di affreschi opera del messinese Don Antonio Tricomi, “clerico et pittore”, confrate fondatore della Confraternita. Gli affreschi da lui iniziati e non finiti, venivano ripresi nell’ottobre del 1656 da Antonio Tuccari, allievo del Barbalonga e anche lui confrate della Confraternita. Questi, però, moriva nel 1660 e finalmente, a partire dal 1684, il ciclo di affreschi poteva essere portato a compimento dall’opera congiunta di altri due confrati, Mercurio Romeo e Antonino Bova. Un ridondante decorazione a stucco, secondo il gusto del tempo, venne realizzata nella cripta verso il 1680 a spese dell’Arcivescovo Don Giuseppe Cicala e Statella, appartenente all’Ordine dei Teatini.

È probabile che tali opere furono realizzate da Andrea Gallo, Innocenzo Mangani e Francesco Condrò, portatori di quella corrente artistica fanzaghiana che, a partire dal 1653, ebbe notevole applicazione per tutto il Seicento e la prima metà del Settecento nella decorazione degli interni delle chiese messinesi. Alla cripta si accedeva, in origine, dall’interno della stessa Cattedrale per mezzo di due scalette ad unica rampa adiacenti alle ultime colonne della navata centrale, in corrispondenza del transetto. Durante la ricostruzione della Cattedrale a seguito dei danni del sisma del 28 dicembre 1908, si rinvenne il cosiddetto “scolatore dei cadaveri” annesso alla cripta, un locale, cioè, dove venivano posti ad essiccare i defunti attraverso un procedimento di mummificazione naturale. In tre sedili per complessivi otto posti, venivano sistemati i morti completamente denudati “[…] come esseri viventi che avessero dovuto soddisfare un bisogno corporale. Or man mano che all’interno del cadavere avveniva la decomposizione dei visceri e dei muscoli, queste materie putride, dal buco anale scolavano fuori, e per mezzo di un canale che tuttavia si conserva, e che correva per lungo sotto i sedili, andavano a finire nella fogna” (A. Cutrera, “Il Duomo di Messina”, 1924-25).
Quando dei cadaveri non rimaneva altro che lo scheletro ricoperto dalla pelle incartapecorita, perché il morto si era totalmente decomposto “cacando se stesso” secondo una macabra, antica ma efficace definizione, essi venivano puliti, vestiti dei loro abiti e deposti per sempre nei sarcofagi della cripta».

 

La cripta negli anni ’50

 

Le foto sono state pubblicate sul profilo Facebook di Nino Principato. La foto in copertina è di Graziella Anastasi  

 

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SABRINA
SABRINA
13 Gennaio 2020 12:42

Ma ci sono notizie su eventuali aperture per visite?

Nino Principato
Nino Principato
13 Gennaio 2020 15:36

Foto di apertura dell’articolo di Graziella Anastasi. Grazie