Perché i luoghi di Messina si chiamano così: Pistunina

Ventunesima puntata della rubrica linguistica che ogni domenica approfondirà le origini lessicali e storiche dei rioni della città. Un tuffo nel passato, quando non si sapeva bene dove mettere l'accento in quel luogo in cui una nobile romana veniva a passare le vacanze (o per scappare dai Visigoti, dipende)

 

MESSINA. Ventunesima puntata (qui le altre puntate) della rubrica che spiegherà ai messinesi perché il rione, il quartiere o la via in cui vivono si chiama come si chiama: un tuffo nel passato della città alla ricerca di radici linguistiche, storiche, sociali e culturali, che racconta chi siamo oggi e perché.

PISTUNINA: Rione che si estende, senza soluzione di continuità, tra Contesse e Tremestieri. Il territorio è delimitato dai torrenti San Filippo e Zafferia ed è attraversato dalla Strada Statale 114 in quel tratto denominata via Giorgio La Pira e, nella direzione mare monte, dalla lunga via Mirulla.

Pistunina è una delle ventiquattro storiche Forìe (borghi, casali, paesi, villaggi) a meridione di Messina. Il nome ha la chiave di lettura nella categoria dei “derivati femminili onomastici prediali”. Nella circostanza dal nome (cognomen) Pistone, di discreto riscontro in Sicilia e nel meridione della penisola, con derivazione femminile Pistùnina e accentazione del tardo greco (accento sulla terz’ultima sillaba) poi volgarizzata nella forma parossitona (accento sulla penultima sillaba). La lettura con accento Pistùnina, di diffuso riscontro nelle cronache e nei regesti pertinenti all’Italia meridionale fino al XVIII secolo, è oggi caduta in disuso.

La versione Pistùnina è riportata dal filologo Gerard Rohlfs (1982). Pertanto Pistùnina da Pistòne, come, ad esempio, Nicòtina da Nicòtrina/Nicòtina, Màcrina da Macrì, Dèlfina da Delfio, Bubulìna (eroina greca del XIX sec.) da Bubùlis, Paleologhìna da Paleòlogos (ultimo imperatore di Bisanzio). Ancora Rohlfs (1984) avanza un’ulteriore ipotesi di lettura del nome del luogo che rimanda al greco antico epistènos (alquanto stretto), forse con riferimento alla modesta larghezza in quei pressi dello storico grande Dromo.

Si dissente dalla versione, priva di supporto bibliografico, data in alcune (anche autorevoli) fonti d’informazione secondo le quali il nome avrebbe origine da Pistunèra, con il significato di “acqua” (nerà) “fedele” (pìstis) ovvero (con palese forzatura) acque buone, limpide, quelle del torrente Zafferia. È qui evidente l’accostamento al non distante toponimo del celebre monastero di Calonerò, “acqua buona”, quella del torrente della Schiava, per il quale si coglie invece tutta l’evidenza del genius loci di cui è prezioso riferimento onomastico. Mentre, di converso, è evidente nella sopradetta paraetimologia la costrizione di pistis che significa “fede” (non “fedele”), e che fin da epoca classica ha avuto una esclusiva accezione religiosa (Du Cange 1688).

Riguardo al patrimonio culturale di Pistunina piace fare cenno alla cosiddetta Villa Melania. Nel 1991, nel corso di scavi effettuati per la fondazione di un centro commerciale, vennero alla luce alcuni reperti d’epoca romana. Si avanzò l’ipotesi che facessero parte della sontuosa abitazione descritta da Melania la Giovane (383-439) nelle memorie che la stessa titolò Vita. La nobile romana, nel 410, assieme al marito Piniano, la madre Albina e la nonna Melania (Seniore) per sfuggire dall’avanzata dei Visigoti salpò per la Sicilia. Si deve a Mariano Rampulla del Tindaro il fondamentale saggio (1905) su Melania Juniore. Il dotto cardinale siciliano, segretario di Stato di papa Leone XIII, vi spiega come la proprietà in Sicilia dei Valerii, una delle più influenti e ricche della coeva nobiltà romana, fosse ubicata in una incantevole posizione subito a meridione di Messina, dalla quale era possibile ammirare una foresta e una meravigliosa marina (Soraci 2016). La stessa giovane Melania descrive come la sua famiglia possedeva una vasta tenuta con una grande piscina da cui, immergendosi, si godeva un panorama che “superava per magnificenza qualsiasi altra cosa al mondo”. Da un lato infatti vi era il mare in cui veleggiavano barche e velieri anche di molto vicino alla riva, dall’altro, non distante, un bosco con alberi di ogni tipo in cui scorrazzavano cinghiali, daini, cervi e altre bestie da caccia (Soraci 2016).

In tale proprietà Melania risiedette due anni, tra il 410 e il 412. Da lì salpò infine per raggiungere un’altra sua tenuta, nel nord Africa, in Numidia, e quindi la Palestina, dove aderì al monachesimo eremitico di Girolamo. In Palestina Melania rimase fino al 439, anno della morte. Rufino di Aquileia (345-411), che faceva parte di quel nobile gruppo di esuli, fu ospite della giovane aristocratica romana. Il colto intellettuale romano, allievo di Girolamo, in quella villa, scrisse il commento alle Omelie di Origene, assistette all’incendio di Reggio Calabria appiccato dai Visigoti di Alarico e vi morì l’anno successivo, nel 411.

Tornando al complesso archeologico della cosiddetta Villa Melania, nel corso dei noti scavi del 1991, venne alla luce un cippo miliare romano in pietra lavica. Recuperato dalla Soprintendenza nel 2013 è stato oggetto di studio dell’archeologa Gabriella Tigano. Il cippo, in origine infisso nel terreno, è alto cm 34,5, largo cm. 35, riporta una scritta parzialmente leggibile (vi si legge distintamente il nome KONSTANTINOS), è altresì privo della parte inferiore ed appare svasato nel tratto superiore (Di Paola 2016). Si ritiene che tale reperto, preziosa testimonianza lapidea della viabilità romana nella via consolare Pompeia, posizionato forse al IV miglio romano dalla città dello Stretto, possa ricondursi agli anni 321-324 e che sia segno del particolare riguardo dell’imperatore Costantino per la provincia siciliana e per quell’aristocrazia romana con radicati interessi nell’isola.

Di Carmelo Micalizzi

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