Perché i luoghi di Messina si chiamano così: Don Pitruzzu all’Opira

Ventesima puntata della rubrica linguistica che ogni domenica approfondirà le origini lessicali e storiche dei rioni della città. Un tuffo nel passato, quando la memoria popolare era più forte della toponomastica ufficiale, "a putia i manciari" era il fast food dell'epoca, e Orlando e Rinaldo si contendevano l'attenzione con un piatto di pescestocco. Rigorosamente senza patate

 

MESSINA. Ventesima puntata (qui le altre puntate) della rubrica che spiegherà ai messinesi perché il rione, il quartiere o la via in cui vivono si chiama come si chiama: un tuffo nel passato della città alla ricerca di radici linguistiche, storiche, sociali e culturali, che racconta chi siamo oggi e perché.

Don Pitruzzu all’Opira: nome gergale per largo don Giovanni d’Austria e via Lepanto, attuale isola pedonale luogo della movida notturna cittadina.

A Messina vi è un spazio pubblico, oggi luogo della movida notturna cittadina, che fino al 1960 fu luogo centrale della “movida” diurna, marcato dalla presenza di una trattoria nel cui menù imperava il Pescestocco a Ghiotta.  Una Putia, interprete autentica della tradizione culinaria più antica della città, fondata da Pietro Mondello nel 1896, anno in cui aprì un locale sull’antica via Garibaldi vicino alla piazza del Municipio dove giornalmente serviva ai portuali e a tutti i messinesi di ogni ceto sociale lo Stokkfisk, (pesce bastone). Merluzzo essiccato di facile conservazione, commercializzato in ogni porto del Mediterraneo da quando il mercante veneziano Pietro Guerrini, naufragato nell’isola di Rost il 6 gennaio 1432, nell’arcipelago norvegese delle Lofoten, lo scoprì e per la prima volta lo descrisse: “Prendono innumerabili quantità di pesci, chiamati stocfisi; I stocfisi seccano al vento e al sole senza sale, e perché sono pesci di poca umidità grassa, diventano duri come legno. Quando si vogliono mangiare li battono col roverso della mannara, che gli fa diventar sfilati come nervi, poi compongono butiro e specie per darli sapore.”.

Lo Stoccafisso (in alcune regioni impropriamente chiamato baccalà) ebbe larga diffusione in Italia, oltre un secolo dopo la sua scoperta, quando il Concilio di Trento (1563) decretò che i buoni cristiani, per penitenza, tutti i venerdì avrebbero dovuto “mangiar di magro”. Tra i “cibi magri” prescisse espressamente lo Stoccafisso o il Baccalà. Fu questa solenne decretazione che dette origine all’attuale prelibata tradizione gastronomica italiana dello Stoccafisso. Non vi è città italiana di porto che non abbia nella sua cucina tipica una ricetta di Stoccafisso, proprio perché questi giungeva dal nord Europa via mare. Così le città portuali e i grandi centri ad esse collegate dettero a questo pesce dal forte carattere i sapori e i profumi dei loro territori elaborandoli secondo gli usi gastronomici della cultura del luogo formulandone ricette specifiche che nel tempo divennero elementi identitari della tradizione locale (alla livornese, alla genovese, all’anconetana, etc.).

Messina per secoli fu luogo principe del commercio del merluzzo essiccato al vento gelido del Mar Baltico, essendo stata tappa nevralgica della “rotta dello Stokkfisk”, al quale, con i sapori e gli odori siciliani sublimò la sua antica sapienza gastronomica, assumendo un ruolo preminente in questo tema gastronomico italiano. Messina elaborò svariate gustose ricette di Stoccafisso, sulle quali prevale indiscusso il Pescestocco a Ghiotta o alla messinese. Il Pescestocco a Messina insieme al vento di scirocco e all’abusato uso degli anatemi che augurano al destinatario cattive nuove (malanova) è un autentico archetipo. Un marchio distintivo dell’identità peloritana!

Dopo il tragico terremoto del 1908 la trattoria fu riaperta nell’attuale largo don Giovanni d’Austria nell’angolo curvo con via Lepanto, dove ora c’è Past’Ovo. Quello spazio urbano fino a prima che venisse pedonalizzato, per le generazioni coetanee a chi scrive, era inequivocabilmente: a Don Pitruzzu all’Opira.

La nuova Putia i manciari di Pietro Mondello, Pitruzzu, carente di una moderna denominazione commerciale, come adesso si usa fare, era una bottega senza insegna, con semplici porte vetrate e qualche pannello pubblicitario della gloriosa “Birra Messina” o delle famose “Bibite Trinacria” quale segno essenziale di richiamo. A quel tempo le trattorie prendevano il nome dell’oste, non avevano certo velleità pubblicitarie, esempi su tutti: l’osteria di Don Fanu (Epifanio) o quella di Don Mommo (Domenico). Così anche la nostra era l’Osteria di Don Pitruzzu. La trattoria, probabilmente già da quando si trovava dietro la Palazzata, era limitrofa ad un locale dove si teneva l’Opera dei Pupi siciliani. Così veniva unanimemente indicata come a Putia a Don Pitruzzu all’Opira (l’Osteria di Don Pietro vicino al teatro dell’Opere dei pupi).

Essa grazie alla bontà del suo menù e all’interpretazione ortodossa della tradizione messinese marcò per quasi cinquant’anni quell’ambiente urbano, trasformandosi in un forte toponimo tanto da avere la meglio persino sull’autorevole toponomastica ufficiale, che intitolò quello slargo triangolare a Don Giovanni d’Austria per evocare un evento storico epocale, dove la città di Messina ebbe un ruolo di fondamentale supporto strategico: la Battaglia delle Echinadi, comunemente conosciuta come la Battaglia di Lepanto, quando la Lega Santa ebbe definitivamente la meglio sugli ottomani. Era il 1571, anno fondamentale per la cristianità. Così fino a qualche anno fa, come per piazza Risorgimento conosciuta come piazza don Fanu in riferimento alla succitata famosa trattoria dell’altrettanto famoso oste, lo slargo don Giovanni D’Austria per i messinesi era “A Don Pitruzzu all’Opira”: lo spazio dove si affacciava la rinomatissima trattoria così particolarmente appellata dai buongustai.

A quel tempo non c’era ancora il cinematografo ed il divertimento, nel poco tempo libero, per gli uomini, si sostanziava nel bere qualche bicchiere all’osteria e farvi uno spuntino con qualche piatto povero come il Pescestocco, ad esempio, per poi godersi, sazi ed ebbri, un combattimento tra Orlando e Rinaldo tifando chi per l’uno chi per l’altro, sperando ogni volta nella rivincita del sempre soccombente Rinaldo. Qualcuno con il tasso alcolemico, oggi multabile, volendo cambiare a tutti i costi le sorti del duello gli andava in soccorso offrendogli il proprio coltello lanciandolo platealmente sulla scena ed esortandolo a riprendere il combattimento al grido di: “Difenditi cu chistu Rinaldo”. Altri nelle medesime condizioni etiliche si scagliavano contro il traditore Gano di Magonza, la cui marionetta ogni sera usciva malconcia. I più, si beavano del lessico retorico della voce narrante fuori campo che, nell’interpretare le gesta dei Paladini di Francia del Ciclo Carolingo della “Chanson de Roland”, non azzeccava mai un congiuntivo e italianizzava in modo grottesco il dialetto siciliano. Vezzo immortalato da Nino Martoglio nel suo memorabile ““U cummattimentu di Orlandu e Rinardu”.

L’ebrezza esaltava l’impatto di credibilità dello spettacolo. Il coinvolgimento emotivo era tale che gli spettatori dialogavano con i pupi e anche il puparo sviluppando uno stretto rapporto con il palcoscenico divenendo essi stessi parte dello spettacolo. Come poteva la trattoria adiacente, che confortava pance e fegati di quel pubblico cosi colorito, non far riferimento l’Opera dei Pupi?   Questo toponimo è stato al lungo nell’immaginario dei messinesi come l’eccellenza del “Pescestocco a Ghiotta”, come luogo depositario di una vera è propria scuola di pensiero elitaria sulla preparazione dell’archetipa pietanza che esclude in modo categorico le patate, considerandole dei predatori di gusto: “si maniunu u gustu” affermava categorico Nunzio Mondello che nel tempo sostituì il padre . Un pensiero gourmet della cucina messinese che considera la presenza del volgare tubero nel sugo della Ghiotta una vera e propria eresia.

Il rigoroso disciplinare di “Don Pitruzzu all’Opira” vantava, oltre ad un procedimento scrupoloso quanto segreto, l’impiego di materie prime di estrema qualità come lo stoccafisso delle suddette isole norvegesi, la cipolla delle Calabrie, il sedano degli orti milazzesi, l’estratto di pomodoro e le olive in salamoia prodotte direttamente dalla famiglia Mondello, i capperi delle Lipari e il rinomatissimo olio di Mandanici, dalle qualità organolettiche impareggiabili.

Nell’antico Porto di Messina il Pescestocco a Ghiotta era anche il piatto di sostanza per la classe operaia, alla quale forniva le energie giuste per proseguire le fatiche del lavoro. Lo Stoccafisso è altamente proteico e ricco di calcio, ferro, potassio e vitamina B. Don Pitruzzu all’Opira era anche meta di operai e portuali che durante la pausa pranzo consumavano velocemente la versione paninara del tipico piatto: un filoncino di pane intriso di sugo di ghiotta e due pezzi di stocco. Una delizia inenarrabile che solo quei pochi messinesi che hanno avuto la fortuna di mangiarla possono immaginare.

L’osteria era dunque una sorta di fast food dell’epoca. E pensare che oggi i messinesi si nutrono al Mc Donald’s recensendolo con apologetici encomi sui social: un’ulteriore sottrazione d’identità tra le tante di questo periodo oscuro.

 

di Carmelo Celona

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