Perché i luoghi di Messina si chiamano così: piazza Don Fano

Sedicesima puntata della rubrica linguistica che ogni domenica approfondirà le origini lessicali e storiche dei rioni della città. Un tuffo nel passato, tra pescestocco 'a ghiotta, genius loci, "casa e putia", un salto a Roma, osterie come sostegno sociale e denominazioni ufficiose che sovrastano quelle ufficiali

 

MESSINA. Sedicesima puntata (qui le altre puntate) della rubrica che spiegherà ai messinesi perché il rione, il quartiere o la via in cui vivono si chiama come si chiama: un tuffo nel passato della città alla ricerca di radici linguistiche, storiche, sociali e culturali, che racconta chi siamo oggi e perché.

DON FANO (dialettale “Don fanu”), slargo lungo la via Risorgimento nel tratto in cui interseca le vie Manara e Camiciotti, secondo la toponomastica ufficiale sarebbe Largo Risorgimento.

«Alla richiesta di indicazioni per raggiungere Largo Risorgimento molti messinesi sono in preda ad un breve smarrimento, subito svanito quando si chiarisce che il posto cercato è Piazza don Fano», così scrive Paola Zagami. Piazza Don Fano, più che un toponimo è un Eponimo: l’eroe è Epifanio Fiumara, detto Don Fanu, non un eroe risorgimentale ma un oste. Famoso titolare di una trattoria, che si affacciava in quella che le carte ufficiali della toponomastica denominano Largo Risorgimento, che con la sua cucina e la sua personalità ha caratterizzato, sin da prima del terremoto del 1908 quel luogo.

Don Fanu, oste che oltre a sfamare gli avventori suppliva alle forti carenze di strutture di sostegno sociale. Egli a seconda delle disponibilità economica degli avventori modulava il conto. Giunge notizia che Don Fanu fosse uomo brioso e alla mano, adorato dal popolo per la sua prodigalità verso mendichi e povera gente.

Questa generosità trasformò la sua putia i manciari, in un luogo dove i meno abbienti potevano, con le loro poche risorse comunque sfamarsi, perché Don Fanu non lasciava mai nessuno dietro i vetri del suo locale e dava da mangiare a tutti, ricchi e poveri. Questa apprezzata sensibilità e questo suo savoir-faire è all’origine della sua fama unitamente alla bontà insuperabile del suo Pescestocco a Ghiotta cucinato nella versione popolare, con le patate. Un espediente da egli escogitato per garantire la qualità e al tempo stesso abbassare i costi consentendogli di fare prezzi modici alla portata di tutte le tasche e là dove le tasche fossero scarse di denari un ragionevole sconto o un sopportabile omaggio. Alla stessa stregua di Donna Carlotta, Don Fanu era un oste di mondo. Sapeva trattare l’avventore abbiente e quello meno abbiente, differenziandone il trattamento, e sapeva “farsi rispettare” da entrambi.

Pare che quando vedesse qualcuno male in arnese lo facesse accomodare e con riservo si informasse sui pochi spiccioli posseduti. Ritirata la povera somma gli serviva comunque un lauto pasto. Questo risaputo atteggiamento gli attirò la benevolenza e la stima di tutti i messinesi. Lo standard minimo che saziava l’avventore nobile, borghese o popolano era una porzione di Pescestocco a Ghiotta consistente in due pezzi di stocco e tre patate e tanto sugo nel quale inzuppare un filone da mezzo chilo di pane innaffiando tutto con mezzo litro di rosso dell’Etna. Chiunque si alzava dal desco satollo.

Era lui stesso che nel retrobottega ammollava lo StokkfisK delle Isole Lofoten, mentre sua moglie metteva in salamoia le olive e provvedeva con pazienza a fare il concentrato di pomodoro che faceva tirare il sugo, che non deve mai essere annacquato: il Pescestocco a ghiotta non è una zuppa ma un ragù di pesce. I capperi di Pantelleria e le cipolle e il sedano degli orti della cintura agraria cittadina completavano il capolavoro.

La trattoria di Don Fanu era un luogo dove si faceva volentieri una sosta, prima di entrare definitivamente in città o subito dopo averla lasciata dopo una giornata di affari e vendite. Egli era un riferimento sociale, la sua osteria una tappa consolatoria, Il suo menù ghiotto e soddisfacente. Don Fanu saziava le pance senza svuotare i portafogli, era il classico professionista di un tempo che sublimava la sua vita nel lavoro e prendeva soddisfazione più dalle relazioni sociali e dalla fama che dal denaro che guadagnava.

L’osteria sorgeva in un palazzo settecentesco dove il piano terreno era a Taberna Romana: tutte botteghe con piano ammezzato sovrastante che fungeva da abitazione dell’artigiano, la famosa Casa e Putia.

Il Palazzo fu uno dei pochi rimasto parzialmente integro dopo il sisma del 1908. Un po’ come palazzo Cicala di via Garibaldi. L’osteria era situata agli attuali numeri civici 124 e 126. Nei locali ammezzati Don Fanu abitava con la numerosa famiglia di 7 figli. La preesistenza del fabbricato spiega l’arretramento dell’isolato rispetto al rettifilo di via Risorgimento e dunque la costituzione dello slargo. L’Osteria passata agli eredi nel 1939 chiuse definitivamente nel 1960.

Questa sua personalità generosa verso chi era in difficoltà spiega l’imperitura memoria della sua figura leggendaria di oste, al punto che lo slargo antistante (attuale largo Risorgimento), dove prima del terremoto vi era un punto di posta ove i carrettieri si fermavano a rifocillare i loro animali, da tutti i messinesi indicata per orientarsi come: “A piazza i don Fanu”, abbreviazione di “A piazza unni c’è a putia i don Fanu”. Così quello spazio urbano diventò Piazza Don Fano, punto! Senza commissioni toponomastiche e intitolazioni ufficiali, per investitura popolare. Questo eponimo è segno della secolarizzazione di buone azioni, buoni comportamenti e buona cucina, fattori che hanno avuto e continuano ad avere la meglio su commemorazioni risorgimentali forzate e imposte intitolazioni.

Altra nota caratteristica del personaggio l’esasperata inclinazione all’igiene. La trattoria per quanto angusta era pulitissima e questo attirava i ceti più nobili e consentiva la frequentazione di signore e famiglie. Un dato che ci dà l’idea della sua grande abilità di chef raffinato e uomo onesto è la sua avversione assoluta verso l’uso del peperoncino nelle pietanze della cucina messinese.  Sapeva bene che Il peperoncino non è un esaltatore di sapori bensì il contrario, anestetizza le papille gustative e copre l’eventuale cattiva qualità e freschezza degli ingredienti. E’ l’espediente spesso abusato da taluni cuochi per nascondere il sapore non del tutto fragrante di una pietanza o di un ingrediente, come un sugo di vongole del giorno prima, una salsa che comincia a sapere di acido, etc. Abbondano di peperoncino e non permettono all’avventore di individuare a fondo tutte le sfumature del piatto, commettendo, quando questi non è ingrediente base, ma solo una spezia di arricchimento, una vera frode alimentare.

Quando un toponimo resiste nel tempo è segno che il Genius loci che lo ha denominato ha come referente qualcosa di virtuoso, di epocale, di straordinario, nel quale la comunità ancora si identifica o si è a lungo identificata.

Il Genius loci è il rapporto che si genera tra gli spazi urbani e gli usi, i costumi, la morale, l’etica della comunità che li abita. Queste espressioni denominano spesso i luoghi urbani e gli conferiscono un’identità forte che ha come referente fatti e consuetudini svolti e praticati nel luogo stesso. Molte di queste denominazioni fanno riferimento a tradizioni gastronomiche. I Genius loci gastronomici sono tra i più forti e persistenti nel tempo, alcuni si trasformano in toponimi diventando anche veri e propri archetipi, elementi identitari di una comunità come l’Harry,s Bar di Venezia, Il Caffè Pedrocchi di Padova, lo Zanarini a Bologna, Il Caffè Greco a Roma, Pintauro a Napoli, l’Antica Focacceria a Palermo.

Messina un tempo ebbe due toponimi gastronomici forti, oggi smarriti: il Bar Irrera di piazza Cairoli e la sua elegante succursale estiva dell’”Irrera a Mare”. L’”Irrera a Mare” era la terrazza dove tutta la società messinese si specchiava sullo scenario dello Stretto al suono di musiche esotiche assistendo a rassegne cinematografiche internazionali con la presenza di personaggi famosi del mondo dello spettacolo, tutto sublimato dalla bontà della cucina del ristorante e dalla squisitezza dei dolci di Renato Irrera. Quella terrazza ormai ha perduto il suo Genius loci. Da oltre un secolo chiusa alla fruizione permanente da alte ed inspiegabili cancellate che negano il contatto con il mare di città.

A fronte di toponimi gastronomici ormai smarriti vi è un toponimo forte e resistente che è quello di Piazza Don Fano, un eponimo analogo a quello del quartiere romano deLa Garbatella”. Il “Quartiere S. Paolo” a Roma, che prende il nome dalla “Basilica di S. Paolo fuori le mura” nessuno lo conosce, poiché esso è universalmente conosciuto, come “la Garbatella”.  La denominazione si deve al toponimo del contado, dove nel 1920, venne fatto sorgere un Quartiere operaio, sul modello delle città giardino di Howard, in attuazione del Piano Regolatore del 1909, voluto dal sindaco mazziniano Ernesto Nathan e redatto da Edmondo Sant Just de Teulada, lo stesso che fu incaricato dal Ministero degli Interni dell’epoca, Bartolini, a sovrintendere al piano di ricostruzione della città di Messina dopo il 1908. A metà dell’800, l’area dove sorge il Quartiere era attraversata dalla via delle sette chiese, lungo la quale vi era la classica locanda fuori porta, molto frequentata dai viandanti, gestita da un’ostessa, “Donna Carlotta”, una donna che la tradizione popolare descrive come garbata e bella, intesa come “La Garbadella”. L’appellativo pare fosse un eufemismo per sottolineare la sua insolita gentilezza nel soddisfare gli appetiti degli avventori sia con la sua straordinaria cucina che con la sua avvenenza. A quel tempo la fama di Donna Carlotta era così rinomata al punto che l’appellativo destinato alla garbata ostessa presto denominò l’intera area sub urbana. L’eponimo tanto radicato nella tradizione popolare sopravvisse alla trasformazione urbanistica tanto che il nuovo Quartiere nonostante la toponomastica ufficiale è inteso da sempre come “La Garbadella”. Le forti relazioni che Carlotta aveva con i suoi avventori divennero la consuetudine che caratterizzava quel luogo amplificandone l’amenità e il piacere di viverlo, trasformandosi in un Genius loci che divenne la denominazione identitaria del luogo. Così accadde per una generosa e brillante versione maschile della “Garbatella”.

Il profilo sin qui tracciato di Don Fano racconta di un uomo dalle grandi capacità professionali e dalla generosa umanità, e spiega chiaramente un Genius loci così persistente trasformatosi in un fortissimo eponimo al punto che, a sessant’anni dalla chiusura della trattoria, ancora oggi non vi è messinese che non sappia dove sia piazza Don Fano, così come non vi è messinese che sappia dove si trova Largo Risorgimento. Sarebbe il caso e il momento di una intitolazione ufficiale.

a cura di Carmelo Celona

 

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Antonio63
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Antonio63

Davvero complimenti!!!!!

Ale
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Interessantissimo!!