Ordinanza anti elemosina, la comunità nigeriana scrive a De Luca: «Per noi non è una scelta, è una necessità»

"Siamo una comunità di persone che vive a Messina, che è in possesso di residenza, documenti e contratti di locazione con il bisogno di avere un tetto e contribuire così all’economia locale, pagando gli affitti" scrivono. E raccontano la loro giornata, tra razzismo, problemi, desiderio di integrazione e di sentirsi messinesi

 

MESSINA. Continua a far discutere la controversa ordinanza “anti elemosina” della Giunta De Luca, contestata da numerosi esponenti politici e della società civile. Ultimi ad intervenire, in ordine di tempo, sono adesso i membri della comunità nigeriana di Messina, che rivendicano il loro essere cittadini messinesi e spiegano le loro ragioni: «Appostarsi ai semafori o nei supermercati non è una scelta, è una necessità. La necessità di avere un tetto (e contribuire così all’economia locale, pagando gli affitti), e di rimanere regolari sul territorio».

Di seguito il loro contributo, che pubblichiamo integralmente:

«Siamo una comunità di persone che vive a Messina, che è in possesso di residenza, documenti e contratti di locazione. Non siamo degli irregolari, privi di residenza e senza documenti.

Nei giorni scorsi abbiamo appreso dai social network che il sindaco di Messina, Cateno De Luca, ha emanato un’ordinanza contro le persone che vivono in strada, che mangiano nelle vicinanze dei monumenti e contro chi, come noi, chiede l’elemosina o fornisce piccoli servizi (come pulire i vetri delle auto o trascinare i carrelli della spesa al posto degli anziani). Abbiamo deciso, quindi, di prendere la parola e di esprimere il nostro dissenso nei confronti di questo provvedimento perché, come africani, ci sentiamo duramente colpiti e fortemente marginalizzati da questa ordinanza: sul piano economico, lavorativo e sociale.

Stanchi di essere presi di mira da provvedimenti discriminatori e razzisti, tanto nazionali quanto locali, abbiamo deciso di esprimere la nostra opinione attraverso questo documento, con cui intendiamo principalmente rivendicare il nostro essere cittadini della comunità di Messina; una comunità a cui contribuiamo pagando le spese degli affitti, dei mezzi di trasporto e di servizi pubblici che quasi mai, però, ci vengono offerti. Abbiamo, inoltre, deciso di farlo per raccontarvi anche la nostra versione dei fatti, il modo in cui viviamo e quello in cui vorremmo vivere.

I soldi che racimoliamo giornalmente ai semafori o nei pressi dei supermercati ci servono per ottemperare alle spese di casa: affitto, bollette e spese condominiali. Soldi, questi, che finiscono nelle tasche dei locatari e degli abitanti della città di Messina e non di qualche organizzazione criminale, come in molti stanno tentando di dimostrare.

Per noi stranieri il contratto di affitto diventa, in molti casi, necessario ai fini delle procedure burocratiche e amministrative relative al rinnovo del permesso di soggiorno. Non possiamo, quindi, permetterci di non registrare e di non pagare il contratto di affitto; ma, al contrario, siamo obbligati a farlo.

Appostarsi ai semafori o nei supermercati non è una scelta, è una necessità. La necessità di avere un tetto (e contribuire così all’economia locale, pagando gli affitti), e di rimanere regolari sul territorio.

Siamo persone che hanno ricevuto un’educazione, che hanno studiato, e che hanno lasciato il proprio paese, la Nigeria, per ragioni politiche, sociali e umanitarie. Siamo arrivati in Europa convinti che qui avremmo potuto continuare a formarci, a studiare e a lavorare dignitosamente, collocandoci nel mercato del lavoro locale e dando a questo il nostro contributo, come abbiamo fatto per decenni prima di nuove leggi e limitazioni che hanno impedito a noi i percorsi più lineari e logici di chi ci ha preceduti ed è oggi cittadino italiano a tutti gli effetti.

Tuttavia, in questo momento, ci è consentito contribuire all’economia locale solo in parte, pagando cioè i servizi e gli affitti di casa. Siamo convinti però che, se ce ne fosse data la possibilità, con le nostre competenze e con il nostro lavoro potremmo contribuire allo sviluppo e alla crescita di altri settori del mercato del lavoro e di tutta la comunità.

I costi della vita e degli affitti nelle città del Nord- Italia sono per noi insostenibili, soprattutto perché i lavori che ci vengono offerti sono, nella maggior parte dei casi, quelli meno retribuiti. Questo ci ha portato a spostarci nelle regioni del Sud-Italia, dove abbiamo trovato supporto, sostegno e abbiamo costruito relazioni. Tuttavia la crisi economica particolarmente sentita in queste regioni e i salari bassissimi proposti dai datori di lavori italiani non ci hanno consentito, al momento, di trovare lavori dignitosi e di emanciparci dalla marginalità economica e sociale in cui viviamo.

Fino a questo momento abbiamo lavorato (infatti, nonostante tutto, siamo e ci sentiamo dei lavoratori) come questuanti per riuscire a pagare gli affitti e a rimanere regolari sul territorio; ma se ne avessimo la possibilità lasceremmo le strade oggi stesso, per costruirci prospettive di lavoro e di vita assai diverse. A nessuno piace chiedere l’elemosina. Tanto meno a noi, che, più di altri, sentiamo la necessità di riscattarci dall’immagine di parassiti che tutti ci attribuiscono e che abbiamo un forte bisogno di riconoscimento e di relazioni. Lavorare ci aiuterebbe anche a uscire dall’isolamento sociale e linguistico in cui ci troviamo. Non è vero che non vogliamo imparare l’italiano, come pensano in molti. Noi l’italiano lo comprendiamo, tuttavia, facciamo fatica a parlarlo correttamente perché non abbiamo il modo di fare pratica con questa lingua e il lavoro è, tra i modi in cui è possibile farlo, il più importante.

Siamo a conoscenza del fatto che la maggior parte della gente pensa di noi che siamo dei parassiti e che preferiamo chiedere l’elemosina, piuttosto che lavorare. Non è così. Siamo i primi a volerlo fare. Ma, a causa del clima di intolleranza e di odio che si è creato, non è semplice, per chi come noi è nero, trovare un lavoro, un contratto di lavoro o uno stipendio che non sia inferiore a quello di un’elemosina e con cui mettere insieme il pranzo con la cena e pagare un affitto e le bollette.

Inoltre, ci teniamo a ribadire che gli effetti di quest’ordinanza, come quelli del decreto sicurezza, vanno nella direzione opposta rispetto al desiderio di mantenere ordine e sicurezza. Infatti impedirci di chiedere l’elemosina significa, per noi, non potere pagare gli affitti e, dunque, perdere la casa. Perdendo la casa, che è l’unica certezza che in questo momento ci rimane, saremmo costretti ad andare a vivere per strada, alimentando criticità e problematiche sociali alle quali i sindaci di tutta Italia, e così pure il Ministero degli Interni, non sanno, non vogliono, e non possono dare risposte concrete.   

Non siamo e non intendiamo fare i parassiti, vogliamo sostenere e supportare la comunità in cui viviamo lavorando, pagando le tasse e costruendo relazioni. 

Pertanto chiediamo alle associazioni, ai partiti, ai movimenti e ai sindacati locali e a chiunque voglia aiutarci di unirsi a noi nella lotta per l’annullamento di questa ordinanza e per l’ottenimento di condizioni di vita migliori, in nome di una società più giusta e migliore di quella in cui al momento viviamo.

Chiediamo, inoltre, l’istituzione di un coordinamento per la formazione di un’assemblea cittadina e un incontro con le istituzioni e l’amministrazione locale.

Per far parte del coordinamento, si prega di scrivere a: coordinamentonigerianimessina@gmail.com».

Lascia un commento

avatar
400