Il diavolo e l’acquasanta: le due facce di Cateno De Luca

Un'analisi, a metà tra l'ammirazione e la critica feroce, che abbraccia politica, sociologia, filosofia e qualche ricordo personale. Per provare a capire da dove viene, e dove va, il sindaco di una città che di primi cittadini "convenzionali" sembra non volerne sapere nulla

 

Banale a dirsi, ma Cateno De Luca è diabolico. Tanto nel senso che piacerebbe a lui – quello di un diavolo che una ne pensa e cento ne fa – quanto nell’altro, che dubito gli sia del tutto inviso, di soggetto che divide: che divide una comunità, anziché riunirla attorno a sé.

Cateno vorrebbe essere un “pastore”. Vorrebbe, cioè, potere esercitare un potere pastorale e quasi religioso sulla sua gente, ed essere perciò riverito e riconosciuto dalla sua ecclesia. In verità questo esercizio gli riesce, ma solo in parte. Ha successo per esempio quando, prossimo a essere liberato dagli arresti domiciliari, può raccogliere decine di persone sotto la sua casa natia e unirle a sé nella declamazione di un padre nostro. Oppure quando nella sua Radio Maria personale – ossia la sua pagina Facebook – raccoglie l’approvazione incondizionata di centinaia di persone che invece di altrettanti “amen”, postano serialmente “sei grande”.

Ma c’è un’altra parte di società che si unisce attorno a lui non per riverirlo, ma per esprimergli la propria nausea. Quella, in primis, che deriva dal linguaggio del sindaco, fatto oltre che di preghiere, anche di sostantivi e aggettivi come “pisciatoio”, “cesso”, “cazzo” e simili, rivolti a cose, persone e istituzioni. Ma ancora di più, naturalmente, c’è il senso di rigetto che deriva dalle politiche: l’ansia caricaturale di privatizzare tutto, il piglio da sceriffo veneto (una specie di Gentilini nostrano), la ridicolizzazione degli avversari grandi e minuscoli, l’ostentazione continua di forza realizzata attraverso i blitz, il narcisismo estremo che rende persino quello mostrato da Renato Accorinti del tutto fisiologico e normale. E, da ultimo, la guerra ai poveri e agli indifesi a vario titolo: dai mendicanti al custode dell’Ex Gil, già processato e condannato dal sindaco medesimo nel suo ruolo di poliziotto, giudice ed esecutore.

Cateno De Luca, dunque, è un uomo che genera passioni contrastanti e che raccoglie in sé tutte le questioni della nostra (post-)modernità. Per esempio, è un anti-elitista, ma è da decenni parte delle élite del potere locale (consigliere comunale, sindaco di vari cittadine e deputato regionale). È sedicente devoto della Madonna, ma è figlio di una mascolinità tossica che si manifesta nella violenza del linguaggio e nell’adesione incondizionata a una immagine di “duro” che è stata parte del processo di crescita degli uomini della sua generazione (incluso me stesso). Qualcosa che ha origine tanto nella “tradizione”  quanto nell’immaginario coltivato dai media popolari degli anni ottanta.

In De Luca, insomma, convivono tanto l’origine pastorale e periferica quanto Sylvester Stallone. E, naturalmente, la crisi della Democrazia Cristiana (quella in cui è nato politicamente), la fine della prevalenza borghese nella politica e l’avvento della volgarità normalizzata da Silvio Berlusconi. Di origini forse troppo umili e munito di un habitus inadeguato per fare carriera in una DC comunque ormai prossima allo scioglimento, l’avvento di un premier che raccontava barzellette e faceva le corna ai colleghi riuniti nei summit europei, è stata la svolta insieme politica e culturale che cambiava le prospettive di un giovane uomo ambizioso nato, come Cateno De Luca, sul crinale sbagliato della società di classe.

Dopo Berlusconi, Cateno De Luca poteva andare in Parlamento regionale nudo e con in mano un pinocchio e una bibbia. Poteva sbraitare, essere sé stesso e creare la propria maschera: quella di un uomo qualunque che arriva al potere per scardinarlo come una lattina di tonno. Ed attrarre a sé, armato di questa maschera, oltre che di sapienza politica e di strumenti di mediazione come un patronato, una certa parte di società. Anche quest’ultima, come lui, per lo più periferica; arrabbiata per mentalità e costume; relativamente povera e delusa dalla fine dei vecchi canali redistributivi delle risorse pubbliche. Mediamente incolta, e ormai libera di entrare nel discorso pubblico attraverso i social network. Liberata inoltre dai tabù, come quella di potere essere tacciata di essere razzista (a tal riguardo, infatti, dobbiamo comprendere che la vicenda di De Luca non è mai sganciata da quella nazionale. Se Cateno De Luca non avrebbe potuto esserci senza la rivoluzione dei costumi di Berlusconi, ugualmente non avrebbe avuto successo senza la pedagogia di Matteo Salvini).

Il nostro sindaco, dunque, sparge divisioni e riflette le divisioni esistenti. In primo luogo, quelle di classe. E lo fa in un senso complesso, che intercetta la cultura individuale ancora prima che il reddito o il posizionamento politico del singolo cittadino. Non sostengo, infatti, che occorra essere di sinistra per odiarlo, né essere di destra per apprezzarlo. Né bisogna essere ricchi o poveri per avvertire nei suoi confronti l’uno o l’altro sentimento. De Luca provoca nausea all’elettore di destra di buone maniere e attrae quello di sinistra di maniere svelte. Convince solo in parte il neoliberale che crede nel mercato, e attira in parte il medio-borghese che ha votato Pd, ma ne apprezza in fondo l’interesse per il decoro e la grandeur di Messina. Di certo, però, alla fine tutto si riequilibra e sono per lo più la classe, l’istruzione e le condizioni materiali a esprimerlo, sostenerlo od opporlo. De Luca, infatti, appartiene (apparteneva) al popolo anziché alla borghesia.

Cateno De Luca, in fondo, è davvero oltre la destra e la sinistra. E lo fa perché, oltre che un politico, è un “(s)oggetto culturale”. Ossia un soggetto che naviga nella de-ideologizzazione del presente, nelle ansie e nei complessi locali. Il complesso messinese di non essere abbastanza moderni, per esempio. Ossia all’altezza delle altre città individuate – su basi spesso immaginifiche – come modello e aspirazione. Oppure il giacobinismo del presente, rivolto verso il basso (ossia i poveri) anziché l’alto (le élite).

Ma Cateno De Luca è un “(s)oggetto culturale” anche perché è una biografia. È, per l’appunto, la biografia di un giovanissimo uomo che ruota attorno al potere – quello della famiglia D’Alia – senza poterne trarre a pieno giovamento. Vive inoltre la crisi del partito in cui immagina un futuro. È – come ripete spesso lui stesso e come posso testimoniare personalmente, avendone condiviso gli anni della scuola – un paesano considerato come tale da tutti, con i suoi abiti démodé e la sua borsa quadrata, fatta di plastica, che mimava quella dei professionisti. L’immagine stessa di una macchietta così come, più o meno apertamente, appariva ai rampolli della borghesia. È, ancora, un soggetto che conosce una serie di traumi pubblici. Una moltitudine di processi, l’arresto il giorno successivo alla sua elezione al Parlamento Regionale, la gogna pubblica.

Se questa mia ipotesi è corretta, l’operato pubblico di Cateno De Luca va visto tanto nel quadro di un post-ideologismo di stampo neoliberale e anche molto vecchio, che è tipico degli uomini di destra della sua generazione, cresciuti in un tatcherismo all’italiana che credeva nel mercato come panacea di ogni male, quanto in quello dei disordini di tipo post-traumatico.

Indizi di questa ultima affermazione sembrerebbero essere la proverbiale incapacità del primo cittadino di provare empatia, malgrado le molte gogne sperimentate sulla propria pelle. Il bisogno di esporre i nemici piccoli e grandi in pubblico, presumibilmente per fare provare loro ciò che lui ha provato. Analogamente, rendere pubblico quasi ogni aspetto della vita pubblica e molti di quelli privati per dimostrare di essere trasparenti e al di sopra dei sospetti proiettati sulla sua persona dai giudici. Gridare e inveire per dimostrare di essere più duri – e fondamentalmente “maschi” – del proprio interlocutore. Il bisogno disperato di imporre la propria presenza mediatica come risposta all’ansia di potere smettere improvvisamente di esistere.

Naturalmente questi sono anche aspetti della “maschera”: ossia di quel personaggio abilmente creato che è indistricabile dall’autorappresentazione fornita attraverso i social media. Cateno De Luca, insomma, non è un uomo agito dai traumi, ma è uno che ribalta il trauma e lo rende strumento di trasformazione dell’ambiente circostante, oltre che di consolidamento del Sé. Ciò nondimeno, Cateno De Luca non sarebbe sé stesso senza quel senso di rivalsa sociale che matura negli anni del liceo, oppure senza quell’infinita serie di turbamenti che derivano dagli arresti e dalle indagini.

Cosa deriva da tutto questo? Certo non la possibilità di condonargli quelle che sono manifestazioni congiunte di debolezza e arroganza, ancora più gravi perché si manifestano nello spazio pubblico e partecipano dunque ampiamente del despotismo e dell’autoritarismo contemporaneo, che si fonda sulla creazione di capri espiatori e sulla diffusione di malesseri e divisioni. Tutto ciò, naturalmente, va opposto e combattuto senza esitazioni. Tuttavia, su un piano diverso e per così dire “umanistico”, legato al problema della valutazione storica dell’uomo (un uomo, infatti, che ha una importante storia di rilievo locale), a Cateno De Luca dobbiamo soprattutto “pietà”. Quella capacità di provare pietà per l’altro di cui lui appare ormai organicamente deprivato e che lo ha trasformato in una tragica maschera condannata all’infelicità permanente.

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Giuseppe Rando
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Giuseppe Rando

Illuminante e convincente analisi, ottimamente esposta.