Accusato di torture e sparizioni, su Carlos Luis Malatto pende una taglia in Argentina, ma vive a Messina da uomo libero

Suscita indignazione la scoperta in una villa di Portorosa del gerarca del regime militare argentino, indagato in Italia per 4 omicidi risalenti sempre al periodo della "Guerra suicia". Ecco chi è e perchè, visto che si ritiene innocente, ha rifiutato il processo nel suo Pese

 

MESSINA. Vive in un una villa a Portorosa, nel comune di Furnari, l’argentino Carlos Luis Malatto, fuggito dal suo Paese nel 2011, dove pende una taglia di 100mila pesos, dopo essere stato accusato di sequestri, torture e sparizioni di avversari politici durante la dittatura di Jorge Rafael Videla nello Stato latinoamericano. In Italia, invece, è indagato per 4 omicidi, risalenti sempre al periodo che va dal ’76 all’83 (noto anche come “Guerra suicia”, guerra sporca).

A scovare il gerarca del regime militare circa una settimana fa, nella località di Tonnarella, fra Capo Tindari e Capo Milazzo, i due giornalisti de “La Repubblica” Emanuele Lauria e Giorgio Ruta.

La scoperta ha suscitato in primis l’indignazione del sindaco di Furnari, Maurizio Crimi, che ne ha chiesto l’allontanamento: “È una presenza imbarazzante e indubbiamente non gradita, soprattutto per una comunità come quella furnarese che lotta da anni per ricostruire la propria immagine, sfregiata da un’esperienza giudiziaria traumatica che non vede ancora la fine. Confido che l’autorità giudiziaria adotti al più presto i provvedimenti opportuni affinché questo personaggio scomodo venga allontanato dalla nostra comunità, già da tempo vituperata dalla presenza di passati personaggi malavitosi”. Per il “buen retiro” dell’ex militare latitante in Argentina, però, è stata respinta dall’Italia la richiesta di estradizione.

“Sono un militare, un hombre dello Stato, ma non ho mai torturato nessuno. Chi lo dice non ha prove e io sono un uomo libero, con il passaporto italiano e la doppia cittadinanza, che vuole farsi una nuova vita e trovare un lavoro”, aveva dichiarato qualche anno fa, quando viveva a Cornigliano, ospitato dalla parrocchia di San Giacomo Apostolo. “Ho sempre preso ordini – continuava – ma quelle cose non le ho mai fatte e non ho visto niente. Non c’è una prova, nemmeno una, ma i giudici argentini non mi hanno voluto ascoltare e quindi non potevo difendermi. In Italia mi hanno ascoltato e, per mia fortuna, non hanno concesso l’estradizione, quindi sono un uomo libero, anche se non posso tornare in Argentina dove vivono i miei quattro figli maschi e i miei cinque nipotini”.

In realtà, Malatto “è uno dei più segnalati dalle vittime“, si legge negli atti del processo. Inoltre, uno dei commilitoni più vicini a lui era il tenente Jorge Olivera, condannato all’ergastolo, evaso e mai più catturato. “Io non ho accettato di farmi processare perché non mi permettevano di difendermi. Ho fatto il militare per 35 anni, dal 68 al 2001, a Mendoza e in altre città”, ha dichiarato nel corso della stessa intervista.

Ad intervenire, inoltre, anche Maria Flavia Timbro e Domenico Siracusano, esponenti di “Articolo Uno” a Messina. “Abbiamo chiesto ai nostri parlamentari nazionali di rivolgere una interrogazione parlamentare al Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, al fine di attivare tutte le necessarie procedure per evitare che il nostro paese possa essere considerato un luogo dove ci si può rifugiare per evitare condanne, specie se legate alla negazione dei diritti umani e a crimini di guerra”.

“L’ostentazione, poi, di una residenza di lusso, quasi si trattasse di un facoltoso pensionato che si gode un meritato riposo dopo una vita di fatica e lavoro, rende ancora più odiosa e inaccettabile il suo soggiorno sul territorio della nostra provincia“, si legge nel comunicato.

 

La foto in copertina è catturata dal servizio-video dei giornalisti di “La Repubblica”.

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