Perché i luoghi di Messina si chiamano così: Minissale

Ventiquattresima puntata della rubrica linguistica che ogni domenica approfondirà le origini lessicali e storiche dei rioni della città. Un viaggio nel tempo, che parte dal mestiere di apicoltore e approda a quando il rione era meta di stranieri danarosi, e Messina suscitava interesse negli imprenditori e nei commercianti

 

MESSINA. Ventiquattresima puntata (qui le altre puntate) della rubrica che spiegherà ai messinesi perché il rione, il quartiere o la via in cui vivono si chiama come si chiama: un tuffo nel passato della città alla ricerca di radici linguistiche, storiche, sociali e culturali, che racconta chi siamo oggi e perché.

MINISSALE: rione che si estende tra i rioni Gazzi e Contesse. Come da bibliografia ufficiale (Rohlfs 1932, 1972; Caracausi 1994) il toponimo rimanda al cognome Melissari di discreta diffusione in epoca medievale nel territorio reggino e nel Valdemone, e alle sue varianti (Menissale, Menessale, Manissari). Ve n’è traccia (anno 1267) nei regesti del Tabulario di Santa Maria di Malfinò (Ciccarelli 1983). Minissale è in origine nome di mestiere con radici nel vocabolo neo greco “melissarion”, apicultore.
Per la comprensione della contrada è utile la lettura delle Notizie storico – religiose del villaggio Contesse (1946). L’autore, Antonino Sparacino Fiumara, vi spiega con dovizia di particolari come «a Minissaro o Minissale vi erano pochissime abitazioni oltre le Casine dei Nobili con le loro estese proprietà a valle e a monte del Dromo. La campagna di Minissaro era coltivata a vigneto, oliveto, frutteto e ortaggi. Al ponte di Minissaro [sul torrente omonimo, oggi via Minissale, n.d.r.] vi erano due strade dette anticamente Vinella Reale di sotto e Vinella Reale di sopra. Quella di sotto conduce alla marina, quella di sopra alle campagne. Ambedue sono ben larghe e fiancheggiate di muri, per questo avranno preso probabilmente l’appellativo di Reale. In questo Rione di Minissaro trovasi la contrada S. Giovanni Battista sotto le case La Rosa. Il vicolo che a fianco di queste, scende verso la marina, chiamasi appunto così. Scendendo dal ponte presso la villa Restuccia trovasi il vico Bettone detto erroneamente “Tattone” in ricordo del celebre giureconsulto Bettone che in quei pressi aveva la sua villa».

Il volume di Sparacino Fiumara, rettore dal 1921 della chiesa di Santa Maria della Calispera, è determinante per la collocazione spaziale e per la definizione onomastica dei luoghi della contrada. Scritto a metà degli anni ’40 del secolo scorso rimanda infatti alla descrizione del territorio così come appariva decenni prima, in epoca pertanto anteriore al sisma del 1908. Memoria – si diceva – fondamentale ove si valuti la radicale trasformazione di tale territorio urbanizzato in seguito al terremoto e, ancora più, alla realizzazione negli anni ’50 della variante della Strada Statale 114 che ha mutato l’antico aspetto della contrada.

Ci si vuole soffermare su alcuni di tali luoghi, a cominciare dalle pertinenze della contrada che si estendeva da vico del Carmine a villa Bandiera, ovvero dall’attuale ampia via del Carmine alla elegante villa che con il suo parco si apre ancora sulla via Consolare Valeria, circondata un tempo dalle collinette e oggi dalle strutture sanitarie e amministrative del Policlinico Universitario. Riguardo la “Vinella Reale di sopra” e la “Vinella Reale di sotto”, prendevano ambedue origine dal ponte sul torrente Minissale. Graziose e pittoresche, “ben larghe e fiancheggiate di muri”, come sottende l’aggettivo “reale” a cui si accompagnano, queste vie portavano d’un verso alle campagne e, dall’altro, alla marina. Riguardo la contrada San Giovanni Battista stava giusto dalle parti della marina, nei pressi delle Case La Rosa, e prendeva nome dalla omonima chiesuola i cui arredi, dopo il 1908, furono custoditi nella chiesa della Calispera. È particolare infine l’indicazione del “vico Bettone erroneamente detto Tettone, in memoria del celebre giureconsulto che in quei pressi aveva la sua villa”. Non vi è oggi riscontro di tale riferimento onomastico che Sparacino Fiumara riprende da un passo di “Messina e dintorni”, la nota guida cittadina del 1902. Il vico Bettone potrebbe rimandare a Pier Paolo Bettone erudito magistrato a Messina nella prima metà del ‘600. Nella contrada sono però presenti la via e il vico Cottone dal singolare tracciato ad arco che ne conferma l’antichità e che si svolge dalle pendici collinari per la via Adolfo Celi fino alla via Marco Polo. Cottone potrebbe essere corruzione onomastica di Bettone.

Continua Sparacino Fiumara nella sua memoria: «Nobili famiglie soggiornavano allora in questo Casale sul Dromo Grande e le piccole colline da Minissaro a Pistunina erano cosparse di casine e ville». Tra le tante si ricordano quelle dei Brunaccini dei principi di San Teodoro, dei duchi di Spatafora, dei marchesi Loffredo, dei baroni La Corte, dei baroni Natoli Calcagno, dei baroni Silipigni, dei baroni Arena Primo e molte altre di agiati imprenditori messinesi. Di tutto ciò oggi resta ben poco.

Ben visibile è ancora un rudere di casina conosciuta come “palazzina Grill” di cui era proprietario, Federico Grill (1784 – 1868). Nato ad Augusta in Baviera, Grill si trasferì giovanissimo, nel 1803, a Messina, stimolato da quell’interesse economico che la piazza messinese suscitava negli imprenditori e nei commercianti stranieri (Giacobbe 1997). A Messina trovò impiego nella banca dello svizzero Giovanni Walser (D’Angelo 1988, 1995). Vi lavorò per un trentennio fino alla morte del titolare, nel 1833. Federico Grill si inserì bene nella realtà economica dell’area dello Stretto (Battaglia 1988) distinguendosi, con stile e autorevolezza teutonica, anche per le sue doti di filantropo, per generosità e per il mecenatismo volto al sostegno di valenti artisti come Michele Panebianco (1806 – 1873) e Giacomo Conti (1813 – 1888). Riguardo la “palazzina Grill” di Minissale, era questa una “dependance” della villa padronale del ricco banchiere, adibita soprattutto a riunioni conviviali. Una sorta di “Casa del the”, di “Coffee house”, oggi trascurata reliquia architettonica di quella fu una florida contrada – si è detto – segnata, fino agli albori del ‘900, dai giardini, dalle “casine” e dalle “ville dei nobili”, rovinata purtroppo dal sisma del 1908 e infine deturpata, nei decenni successivi, da una confusa strutturazione urbanistica radicatasi tra caso, abusivismo e necessità.

 

Contributo  già pubblicato dall’autore sulla rivista “Messina Medica 2.0”

A cura di Carmelo Micalizzi, medico e scrittore. Classe 1953, ha pubblicato un centinaio di saggi, articoli e contributi sul territorio dello Stretto. Particolare riguardo ha dedicato alla Toponomastica storica peloritana e alla Storia della Fotografia messinese (dalle origini al 1908). Ha dato alle stampe due monografie su Antonello da Messina (2016, 2018). Cura la rubrica “Questioni di Lingua” per «Messina Medica 2.0», rivista on line dell’Ordine dei Medici della Provincia di Messina.

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