MESSINA. Diciottesima puntata (qui le altre puntate) della rubrica che spiegherà ai messinesi perché il rione, il quartiere o la via in cui vivono si chiama come si chiama: un tuffo nel passato della città alla ricerca di radici linguistiche, storiche, sociali e culturali, che racconta chi siamo oggi e perché.

C.E.P. (dialettale “‘u cepp”, “‘u ceppi”): Quartiere periferico posto sulla sponda sinistra del Torrente S. Filippo a monte della Strada Statale 114 e compreso tra la medesima ed il Palazzetto dello Sport. Contenuto ai lati dalla sponda del Torrente ed un breve altipiano.

CEP è un acronimo (C.E.P.), sta per Coordinamento di Edilizia Popolare. Fu istituito da una legge del 1954 che aveva come finalità quella di mettere ordine alla realizzazione inconsulta di case economiche e popolari sul territorio italiano, dovuta alla moltitudine di istituti per le case popolati che nella corsa alla ricostruzione dell’Italia uscita dalla seconda guerra mondiale operavano a compartimenti stagni. A quell’epoca in tutte le città sorgevano vaste espansioni di case popolari, spesso improprie, che rischiavano di diventare quartieri periferici vanificando l’enorme lavoro di ricostruzione del tessuto sociale devastato dal recente conflitto bellico. L’assunto programmatico della legge era il seguente: “Che la casa non resti avulsa dalla città e dal centro di lavoro e che i quartieri  si inseriscano nel corpo vivo della città economico e urbano”.

L’obiettivo del C.E.P. era quello di attuare programmi che garantissero una ergonomica distribuzione sul territorio di centrali e vivibili quartieri popolari, aggregando tutti gli istituti che in quel momento operavano in Italia: I.A.C.P. (Istituto Autonomo per le Case Popolari); U.N.R.R.A. (United Nations Relief and Rehabilitation Administration); I.N.C.I.S. (Istituto Nazionale per le Case degli Impiegati Statali); I.N.A. Casa (Istituto Nazionale delle Assicurazioni sezione Case per gli operai).

Il Compito era quello di coordinare tutta l’attività di Edilizia Popolare ed Economica in Italia al fine di evitare la frammentazione degli interventi nella realizzazione di case popolari. Esso avrebbe dovuto progettare quartieri con lo scopo di integrare i vari ceti sociali che avevano diritto o erano destinatari di alloggi popolari o economici o di enti statali, con l’intento primario che questi quartieri fossero integrati nelle città per favorire una necessaria nuova aggregazione umana. La logica era quella di operare trasformazioni urbane armoniche sia dal punto di vista fisico che da quello civile. I C.E.P. sorsero in quasi tutte le città italiane e in molti casi furono esempio paradigmatico di crescita urbanistica ragionata ed equilibrata. Tutti questi quartieri erano integrati agli abitati preesistenti e dotati di tutti i servizi necessari a garantire un’ottima qualità di vita sociale: asili, scuole, farmacia, presidi sanitari, centri sociali, mercati, impianti sportivi, chiese, servizi amministrativi, attività commerciali, botteghe artigiane, etc.. Tutto immerso nel verde.  Le attività dei C.E.P. ebbero fine con l’entrata in vigore nel 1962 della L. 167 che istituì lo strumento attuativo dei Piani di Zona per l’Edilizia Economica e Popolare, strumento che si integrava nella pianificazione territoriale generale dei comuni.

Anche a Messina, seppur in modo tardivo venne realizzato un quartiere C.E.P.. I lavori cominciarono alla fine degli cinquanta e gli ultimi alloggi furono consegnati nel 1966. Il quartiere venne realizzato in posizione molto periferica rispetto alla città, disattendendo il principio d’integrazione territoriale che era lo scopo primario dei C.E.P..

Per la sua realizzazione fu scelta un’area sulla sponda sinistra del torrente San Filippo, in prossimità della S.S. 114. Area che negli anni 60 era un lussureggiante agrumeto e forniva la materia prima per la famosa fabbrica di essenze agrumarie che si trovava poco distante. L’antica ubertosa vocazione agrumaria dell’area è chiaramente evocata dalla toponomastica del quartiere: via degli agrumi e via William Sanderson. Si tratta di quell’inglese, capitano della marina britannica, che nel 1817 colpito dalla qualità e dalla produttività degli agrumeti della zona ivi fondò la famosa “W. Sanderson e Sons”. Una fabbrica che produceva e commercializzava in tutto il mondo oli essenziali, acido citrico naturale, scorse di agrumi per l’industria dolciaria, etc.. Un’industria che ancora oggi, pur versando in stato di assoluto degrado ed abbandono totale, rappresenta uno dei Genius loci più permanenti dell’intera dell’area essendo stata forte elemento identitario.

L’impianto urbano del quartiere è abbastanza articolato e singolare, vi sono tre strade principali interne, due strade diagonali e una diritta in lieve salita, che formano una sorta di y rovesciata che divide in tre grandi settori quel trapezio di territorio dentro il quale è inscritto l’intero abitato. Un trapezio con la base maggiore rivolta in basso verso la S.S.114. In ognuno di questi settori si trova un disegno regolare di lunghe stecche di palazzine costituite tutte da tipologie edilizie di “case in linea” (palazzine con un vano scala centrale che distribuisce per ogni piano due o più unità abitative, edifici facili da affiancare in linea, da qui la denominazione tipologica). Queste lunghe stecche posizionate nei lotti quasi a formare un disegno di incastri come una sorta di Tetris urbano modellano la geometria di tutti gli altri spazi pubblici. Il quartiere oggi è attrezzato di molti servizi essenziali ed ha una buona funzionalità urbana potenziata dalla immediata adiacenza alla bretella che dalla Strada Statale conduce all’autostrada (il neo svincolo di San Filippo). Risulta quietamente appartato, pur essendo limitrofo alla convulsa S.S. 114 e ai suoi caotici centri commerciali e allo stadio. E’ dotato di scuola dell’infanzia, scuole primaria, impianti sportivi, chiesa, parrocchia e spazi verdi dalla geometria triangolare.

Se la tipologia edilizia è unica i linguaggi architettonici sono differenziati ed esprimono i verbi tipici dei vari istituti che hanno operato la realizzazione degli alloggi.  Vi sono le palazzine dello IACP, essenziali, intonaco bianco, bucature semplici senza cornici, copertura orizzontale senza terrazzo praticabile e senza parapetto di gronda. L’unico elemento architettonico che li caratterizza sono i tipici balconi accoppiati, semi chiusi, schermati da pannelli alveolati in laterizio che consentono di dissimulare le lavanderie esterne. Vi è la chiara schietta architettura dell’INA Casa, involucri che palesano i telai portanti in cemento armato, travi e pilastri tutti a faccia vista, con i muri di tompagno (i muri esterni) realizzati con semplice, ma precisissima, muratura in mattoni pieni, senza alcuna traccia d’intonaco.

Architetture nude di gradevole bellezza. Che esprimono un autentico linguaggio popolare. Un verbo semplice, essenziale, pragmatico come le necessità del tempo imponevano. Un linguaggio di forte carattere e di seria dignità compositiva privo di ogni retorica decorativa che assume grande valore culturale ed ideologico per il fatto che i suoi segni richiamano gli stilemi dell’architettura socialista italiana.

Vi sono alcune di queste architetture che presentano delle contaminazioni, come quelli che hanno i campi delle pareti terminali delle stecche rivestiti di intonaco rosso, altre che pur palesando il telaio portante hanno tutte le campate ricoperte da intonaco, forse per la sopravvenuta esigenza di fare economia sostituendo i muri esterni in mattoni pieni con i più economici mattoni forati. Non mancano originali composizioni come quelle delle stecche più in basso, dove si possono notare finestre circoscritte da singolari cornici capovolte ed elementi in cemento armato che ritmano le finestre a nastro dei vani scala conferendo all’involucro un vago atteggiamento da architettura razionalista dotta. Per finire c’è la versione posticcia di una geometrizzazione epidermica disegnata all’interno delle campiture articolate in un intreccio di fasce perpendicolari di vago sapore neoplastico. Sorprende, nell’ultima stecca in alto, il rigore del ritmo costante delle bucature uguali di un Piano Attico che conferisce a quest’ultima una sfumatura solenne. Insomma osservando bene questo quartiere si possono scoprire tracce di stilemi architettonici che si rifanno agli esempi maggiori dell’architettura dell’epoca. Tutto il quartiere è espressione di uno sforzo di adattamento agli esempi C.E.P. italiani più riusciti.

La sua realizzazione tardiva ne ha depotenziato la bontà progettuale. L’errata localizzazione lo ha reso per molto tempo periferico, facendogli patire l’attecchimento di depressioni e asimmetrie sociali. Questo non certo per la mancanza di servizi o infrastrutture, per quanto la loro realizzazione è avvenuta in modo asincronico, quanto per la mancata integrazione territoriale. L’esatta antitesi degli scopi per i quali era nato il C.E.P.: evitare di isolare i quartieri dal resto della città per evitare l’isolamento culturale e l’emarginazione sociale. Poi l’espansione selvaggia a vocazione ipercommerciale della zona sud della città lo ha del tutto inglobato.

Diversa la sorte di altri quartieri simili: un esempio su tutti il quartiere C.E.P. di Bologna, conosciuto anche come il quartiere Barca, noto come uno dei più importanti interventi urbanistici del dopoguerra: un insediamento di circa 40.000 abitanti pienamente integrato nel tessuto urbano felsineo. Un esempio di urbanistica ideale di case economiche e popolari caratterizzato anche da originali soluzioni tipologiche come il “Treno”: un edificio curvo lunghissimo, a due piani, destinato ad abitazioni e negozi, che oggi polarizza tutta l’area urbana divenuta di pregio. Altri significativi C.E.P. furono quello di Bari, di Cagliari, di Genova, di Pisa, di Mestre, di Campobasso, etc. tutti originali nell’impianto e nelle tipologie edilizie ed ergonomici dal punto di vista urbanistico.

(a cura di Carmelo Celona)

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Pietro
Pietro
19 Gennaio 2020 11:40

Ottimo articolo, utilissimo per chi come me ignora alcuni aspetti della storia di questa città ai tempi in cui ero bambino. Senza memoria non esiste futuro.