MESSINA. In meno di tre anni è diventato manager: “Con me lavora un piccolo team di quindici persone. Il mio compito è coordinarle”. Paolo Cavallaro, classe 1995, a Messina studiava informatica, ma da un po’ aveva perso stimoli e interesse. Il resto è un annuncio di lavoro per un call center, la domanda inviata senza troppe pretese e un viaggio verso Lisbona di sola andata: “Vivo qui da novembre 2017, mi trovo benissimo e mi sento realizzato. Mi sono fatto ingolosire, perché assieme al posto di lavoro, offrivano anche l’alloggio. Ho iniziato rispondendo al telefono e ho compiuto già diversi scatti di carriera. Dove sarò in futuro? E’ presto per dirlo”. Troppe variabili e una certezza: “La voglia di avvicinarmi alla mia ragazza. Lei è brasiliana, ma sta pensando all’Inghilterra per uno sbocco professionale e a quel punto avrebbe poco senso restare qui”.

Sono i grandi problemi delle relazioni a distanza, acutizzate dal Coronavirus. “Mi sarebbe dovuta venire a trovare ad aprile, per Pasqua, ma hanno cancellato tutti i voli a causa della pandemia. Non ci vediamo da dicembre”. A guardarla così è un’eternità: “Purtroppo non ci sono soluzioni alternative. Ci tocca prenderne atto”. Il peggio, tuttavia, sembra passato e in Portogallo il lockdown si sta ammorbidendo: “Le misure maggiormente restrittive sono durate un mesetto, adesso, stiamo progressivamente tornando alla normalità. Nei giorni di fuoco qui nemmeno i mezzi pubblici funzionavano”.

Altro che corsetta: “Le palestre sono ferme, la mia tessera è bloccata. Lo sport è tuttora vietato, come gli assembramenti. Per uscire, bisogna indossare la mascherina e mantenere le distanze”. Un ritornello a cui ci siamo abituati: “Devo dire, con immenso piacere, che la gente è molto responsabile. Se non abbiamo subito grossi disagi è stato per il ferreo rispetto delle disposizioni governative. Vivo in una città grossa, eppure non si sentiva volare una mosca. Forse la differenza con la Spagna, a cui non è andata altrettanto bene, risiede proprio in ciò. Si è compresa immediatamente la gravità della situazione e si è corso ai ripari senza indugiare un attimo”.

Basta guardare alla sua azienda per rendersene pienamente conto: “Prima del blocco totale è arrivata una comunicazione, in cui si consigliava di passare allo smartworking. Non era obbligatorio, ma i dirigenti non se lo sono fatti ripetere due volte. Ne è seguita una settimana di lavori e traslochi. Abbiamo spostato computer, sedie e scrivanie dagli uffici alle abitazioni. E’ stata una gran fatica, ma si sono anticipati i tempi e quando è stata imposta la chiusura delle sedi noi eravamo già tutti a casa”. Certo bloccati in quattro mura, piacevole non è: “Ad essere sincero, non l’ho sentita molto. Lavoro otto ore e quando finisco è già sera e devo organizzarmi per la cena”.

Paolo ne ha pure approfittato per rispolverare una vecchia passione: “Accanto al percorso professionale, ho sempre coltivato l’hobby della musica. A Messina arrotondavo facendo il Dj alle feste, così mi sono fatto spedire la consolle e mi passo il tempo graffiando sui piatti”. Tutto quello di cui c’è bisogno, a portata di mano: “Ho sentito, in Italia, di carenza di mascherine e dispostivi di protezione individuale. In Portogallo, al contrario, non c’è stato alcun problema. Si è intensificato il servizio a domicilio, anche per le farmacie. Si ordinava online e poco dopo suonavano alla porta con medicine e materiale sanitario. Io stesso ne ho approfittato e ho comprato un termometro”.

Un sistema di welfare organizzato nel dettaglio: “L’assistenza è costante. Gli ospedali hanno governato l’ondata in modo abbastanza efficace. Guardate Porto, il mese scorso era il nostro focolaio, ora ha meno casi di Lisbona, che di per sé ne somma davvero pochi”. Modello lusitano.

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