Perché i luoghi di Messina si chiamano così: Peculio frumentario

Tredicesima puntata della rubrica linguistica che ogni domenica approfondirà le origini lessicali e storiche dei rioni della città. Un tuffo nel passato, quando bisognava premunirsi contro i gravissimi danni delle carestie, e il grano andava stipato nei depositi (sì, il "peculio")

 

MESSINA. Tredicesima puntata (qui le altre puntate) della rubrica che spiegherà ai messinesi perché il rione, il quartiere o la via in cui vivono si chiama come si chiama: un tuffo nel passato della città alla ricerca di radici linguistiche, storiche, sociali e culturali, che racconta chi siamo oggi e perché.

PECULIO FRUMENTARIO. Via – da via XXIV Maggio a via Sacro Cuore di Gesù all’Arcipeschieri

Il Peculio frumentario (o Monte frumentario) era una istituzione che, “pensata a premunirsi contra i gravissimi danni delle possibili e pur troppo facili carestie, prestava ai contadini il grano da semina, con obbligo di restituzione dopo il raccolto”.

Il curioso riferimento toponomastico indica quella quota dell’erario che il Senato messinese, nella circostanza di eventi bellici, calamità naturali, epidemie, carestie, destinava all’acquisto di grano destinato a essere venduto a prezzo equo, anche ai fini di evitare sommosse popolari. Messina, a causa della particolare conformazione del suo territorio carente di adeguate pianure coltivabili è infatti, da sempre, stata sterilissima di frumenti, obbligata pertanto a rifornirsi altrove in Sicilia e a definire una apposita Istituzione, un’annona, una sorta di magistratura che potesse sovraintendere alla distribuzione del grano. Un analogo storico toponimo cittadino, che ricorda una sede dei magazzini comunali del frumento, era piazza del Campo. Questo toponimo è stato riproposto, con delibera comunale del 1935, con la denominazione di Campo delle vettovaglie.

Il Peculio, principale deposito di frumento cittadino – argomentato in questa pagina – era tuttavia, dagli inizi del XIV secolo, collocato appena fuori le mura meridionali della città normanno-sveva, tra la fiumara di San Filippo il Piccolo, poi fiumara Portalegni, e il colle della Caperrina. I sili granai medievali erano talora indicati, negli atti pubblici senatoriali, regesti, documenti notarili, con il classico termine latino horrèa, il magazzino pubblico annonario d’epoca romana. Il vocabolo ha pertanto il significato generico di “granaio”, ma gli edifici che ebbero questo nome erano utilizzati per i diversi tipi di merce.

È documentato, da ritrovamenti archeologici riguardanti l’Italia meridionale e la Sicilia, che le granaglie venivano spesso stipate in grandi fosse scavate in terreni di natura arenaria, tufacea o di altre rocce tenere. Le fosse avevano talora forma conica o cilindrica, erano di varie dimensioni, spesso intonacate e chiuse probabilmente da coperchi di legno oppure da ripiani di vimini intrecciati, forse anche da lastre di pietra.

L’antico toponimo di contrata de li fossi ovvero della fossa reponendi frumentum faceva giusto riferimento a un’area compresa tra i baluardi della Caperrina, parte dei quali sono oggi ricordati con il toponimo Mura dei Gentili e il corso della citata fiumara di San Filippo il Piccolo che, ancora in epoca medievale, si svolgeva, appena più a settentrione, con un percorso, riferito all’attuale assetto urbanistico, pertinente alla parte alta della via Peculio Frumentario, la via Felice Bisazza e piazza Salvatore Pugliatti.

Contributo  già pubblicato dall’autore sulla rivista “Messina Medica 2.0”

A cura di Carmelo Micalizzi, medico e scrittore. Classe 1953, ha pubblicato un centinaio di saggi, articoli e contributi sul territorio dello Stretto. Particolare riguardo ha dedicato alla Toponomastica storica peloritana e alla Storia della Fotografia messinese (dalle origini al 1908). Ha dato alle stampe due monografie su Antonello da Messina (2016, 2018). Cura la rubrica “Questioni di Lingua” per «Messina Medica 2.0», rivista on line dell’Ordine dei Medici della Provincia di Messina.

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