Berlino, 1989: ci avevamo creduto, e guarda invece come ci siamo ridotti

Uno sguardo critico, a trent'anni dal crollo del muro, su quello che sarebbe potuto essere, e che invece non è stato, perché non è stato e dove ci sta portando tutto ciò

 

Trent’anni fa, allorché una marea di persone si accinse a demolire la triste muraglia che divideva le due Berlino, molti di noi pensarono che insieme a quel secolo breve che era stato il XX si stesse chiudendo un’epoca, quella della guerra fredda, delle tolleranze a denti stretti e di tutte le conventiones ad excludendum che si erano fino ad allora consumate al fine di non consentire che la società si organizzasse secondo criteri difformi da quelli stabiliti a tavolino da chi aveva vinto la guerra e aveva al contempo inteso pianificare la pace.

Si pensò inoltre, anzi lo si sperò ardentemente, che la caduta di quel muro (ne conservo ancora da qualche parte un frammento, una piccola scheggia colorata proveniente da un murale portatami da un amico) potesse progressivamente, a cascata, produrre la caduta di tutti i muri, o almeno infrangerne l’impermeabilità alla circolazione delle idee, dei sogni, delle utopie.

Com’è andata a finire lo vediamo. Il nemico storico che qualcuno ci aveva assegnato lasciò progressivamente il campo ad altri temibili nemici, la Cina a cavalcare la tigre della globalizzazione, i Talebani determinati a risospingerci in un secondo Medioevo, i liberatori di sempre continuamente intenti ad esportare la loro democrazia. E tutt’intorno a noi, il continuo sgretolarsi di un mondo elementarmente umano, sempre più in balia di tychoon spregiudicati (da noi anche puttanieri), multinazionali del farmaco, mercanti di armi, tiranni e politici di mezza tacca sparsi un po’ dappertutto, egoismi di ogni genere. La quintessenza del capitalismo più cieco e spietato. Questo scenario, inoltre, all’interno di una rivoluzione digitale che nei posti più sperduti del pianeta ha messo certo i poveri in contatto col mondo, ma qui da noi ha esaltato all’ennesima potenza l’anima piccoloborghese, parolaia, vacua, sostanzialmente fascista di una larga fetta di italiani. Un’anima in attesa dei suoi sciamani per poter avere piena visibilità e tornare a rivendicare il proprio posto al sole.

Gli sciamani, ahimé, sono arrivati. Come ha dimostrato egregiamente Leslie White (The Science of Culture, 1949) non sono gli individui a fare la storia ma i contesti storici a generare i protagonisti. Allo stesso modo che la crisi dei liberalismi tradizionali produsse fascismo e nazismo, la crisi economica degli ultimi decenni e l’irrompere delle ideologie sovraniste hanno generato i nuovi leaders politici, per i quali non esistono le cose reali (i concreti bisogni, le concrete situazioni delle persone) ma le loro taroccate rappresentazioni in grado di far presa sulle pulsioni più ancestrali dei loro sprovveduti elettori, la paura, l’egoismo e una buona dose di aggressività, sempre utile per scaricare le proprie frustrazioni e nascondere a se stessi le fragilità nascoste.

Poveri ragazzi del 1989! Essi credevano, a un ventennio di distanza dal ’68, di inaugurare un’epoca nuova. L’Europa non li ha aiutati certo in ciò. Ha preferito riconsegnarsi ai fantasmi di un tempo. Da questo discende, by my opinion, la natura squisitamente luttuosa del tempo presente, per esorcizzare la quale ritorno spesso a masticare le parole di un filosofo ottocentesco ormai passato di moda: “La critica ha spogliato la catena dei fiori immaginari che la ricoprivano non perché l’uomo porti catene senza fantasia, disperate, ma perché getti via da sé la catena e colga i fiori viventi“.

 

(Nella foto, parti del muro di Berlino esposte al Newseum di Washington D.C.)

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