Perché i luoghi di Messina si chiamano così: Caperrina

Settima puntata della rubrica linguistica che ogni domenica approfondirà le origini lessicali e storiche dei rioni della città. Un tuffo nel passato, in un luogo che indica capperi ma anche terreni scoscesi, a seconda che ne abbiano parlato arabi, spagnoli, aragonesi o provenzali. Insomma, un terreno che è un ginepraio, anche in assenza di piante di ginepro

 

MESSINA. Ottava puntata (qui le altre puntate) della rubrica che spiegherà ai messinesi perché il rione, il quartiere o la via in cui vivono si chiama come si chiama: un tuffo nel passato della città alla ricerca di radici linguistiche, storiche, sociali e culturali, che racconta chi siamo oggi e perché

Caperrina , Salita, da via Sant’Agostino al muraglione che la separa dalla soprastante via Dina e Clarenza.

E’ uno dei cinque colli che assieme a Tirone, Matagrifone/Roccaguelfonia, Andria, e al colle dei Cappuccini o della Versa, domina la città storica. Prende nome dal cappero, pianta sempreverde e spontanea di frequente individuazione sulle rocce, muri rustici, luoghi pietrosi, argillosi e nel bocciolo aromatico della stessa pianta.

Ottorino Pianigiani (1907) lo indica come voce di probabile provenienza arabo – persiana (al qabar) alla quale si ricondurrebbe la trascrittura spagnola e portoghese al-caparra e quella aragonese e provenzale caparra. La glossa si riscontra tuttavia già diffusamente citata anche dagli autori classici, greci e latini, da Plutarco e Aristotile a Plinio ed è pertanto di derivazione ben più antica.

Il toponimo colle della Caperrina è ricordato dagli storici a proposito della ‘Guerra del Vespro siciliano’, in riferimento all’assedio condotto, nell’estate dell’anno 1282, da Carlo d’Angiò contro la città di Messina. È infatti trascritto da tutti gli scrittori che hanno trattato lo storico assedio, da Bartolomeo da Neocastro, a Saba Malaspina, a Bernardo d’Esclot a Giovanni Villani. Ne argomentano altresì i maggiori storici locali, da Placido Reina, a Giuseppe Buonfiglio, a Placido Samperi, a Caio Domenico Gallo. Il Samperi (1644), in particolare, narrando della fondazione della chiesa di Santa Maria dell’Alto, si sofferma nel racconto: “[…] habitavano in una Chiesetta edificata nella costa della Montagna, detta volgarmente la Caperrina […] due divoti Romitelli, che quivi menavano vita solitaria […]”. Il brano rileva che il colle (Montagna) Caperrina è chiamato “volgarmente”, rimarcandosi così l’accezione e l’uso strettamente popolare del toponimo.

 

Autore di una monografia sul santuario di Montalto, il canonico Francesco Bruno (1927) così spiega il toponimo: “Il nome Capperrina viene dall’arabo: terreno scosceso. Effettivamente quel sito è tale anche oggi. Esso è alto 75 metri sul livello del mare”. Anche questa citazione assume, nel contesto dell’indagine filologica qui condotta, un significato speciale poiché evidenzia la diffusa opinione per la quale Caperrina identifica un termine arabo spiegato come “luogo scosceso”, accezione accolta un po’ da tutti, anche da Pietro Bruno che nello Stradario Storico cittadino trascrive: “[…] colle Caperrina, o Caparrina, nome che, secondo alcuni, deriva da un vocabolo arabo che significa terreno scosceso”.

Il Vocabolario Siciliano di Antonino Traina indica in Capparrina un termine agricolo: “Terreno magro che è poco manco che sasso schietto, qual amano le viti: calestro”7. Questa singolare voce dialettale identifica quindi, esulando dalle peculiari pertinenze peloritane, le caratteristiche di un terreno incolto, argilloso, pietroso, nel quale può diffusamente crescere la pianta del cappero che, in definitiva, ne ha determinato il nome.

Come dire, volendo tracciare un parallelo semantico, di un terreno che è un ginepraio, anche in assenza di piante di ginepro, per indicarne l’impraticabilità per l’intricata presenza degli arbusti spinosi di quella pianta; oppure che è un campo di ortiche, pure senza traccia di quell’erba, per evidenziarne l’asprezza e l’aspetto impervio. La semantica di Caperrina (nomen/omen), non è pertanto sostanzialmente di origine araba, indicando più semplicemente un luogo dove crescono i capperi, o figuratamente (capparrinu), luogo aspro come quelli in cui crescono i capperi.

A cura di Carmelo Micalizzi, medico e scrittore. Classe 1953, ha pubblicato un centinaio di saggi, articoli e contributi sul territorio dello Stretto. Particolare riguardo ha dedicato alla Toponomastica storica peloritana e alla Storia della Fotografia messinese (dalle origini al 1908). Ha dato alle stampe due monografie su Antonello da Messina (2016, 2018). Cura la rubrica “Questioni di Lingua” per «Messina Medica 2.0», rivista on line dell’Ordine dei Medici della Provincia di Messina.

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