L’hotel Riviera come paradigma dei ritardi nel cronoprogramma del risanamento e delle responsabilità diffuse

Perché un anno dopo la ricerca infruttuosa di alloggi, la colpa è stata imputata alla città "classista", le soluzioni rapide non hanno funzionato, e il cortocircuito tra politica e saperi urbanistici e sociali continua. Con queste conseguenze

 

di Pietro Saitta

MESSINA. Mentre è ormai chiaro che l’associazione tra sbaraccamento e recupero dell’Hotel Riviera è null’altro che un’operazione di marketing rivolta al mondo imprenditoriale – simile a quelle che le case d’asta mettono in piedi quando si tratta di vendere vecchi cimeli del cui interesse non vi è certezza – e che, in ragione di ciò, non vi sarebbe da spendere ulteriori parole, proveremo comunque a sollevare ulteriori osservazioni. Specie in ragione del fatto che vi è comunque una remota possibilità che le vestigia dell’ex hotel vengano veramente destinate a uso abitativo sociale.

Primo tassello di questa operazione comunicativa è stata la messa in circolazione della voce che la città sia – parole della stampa locale – “razzista interna” e “classista”. Tralasciamo il fatto che le classi sono purtroppo la base dell’organizzazione sociale sotto il capitalismo e, soprattutto, che questa scoperta da parte del discorso pubblico locale di un Sé “socialista” e “antagonista” alle divisioni di classe appare tardiva e sospetta. Sospetta, cioè, di essere strumentale al piano di marketing sopra menzionato.

Risulta infatti che il piano originale, consistente nel reperire immobili disponibili nel mercato, sia andato male, facendo rallentare il cronoprogramma. Una compravendita tra privati e istituzioni ha caratteri assai diversi che quella tra privati. L’obbligo che le abitazioni rispondano ai requisiti tecnici riduce di molto la disponibilità degli immobili, lasciando sui proprietari gli obblighi di adeguamento. Il tutto in un quadro di incertezza sugli esiti effettivi della trattativa.

In questa cornice l’uscita sul “classismo” e il “razzismo interno” – proveniente dagli stessi tecnici responsabili del reperimento delle case e, dunque, del fallimento del cronoprogramma – suona come un escamotage linguistico atto a modificare il gioco in corso d’opera. Una locuzione poco credibile se pronunciata all’interno di una relazione di mercato che non contempla la vendita di beni immobili di pregio – per esempio palazzi patrizi oppure monumentali – ma di “fardelli” di cui verosimilmente i proprietari hanno necessità di disfarsi rapidamente.

Altro tassello è quello che oppone all’idealismo di alcuni  (forse i sociologi?) il pragmatismo dell’uomo forte che disloca le masse secondo criteri di realtà: se le case non ci sono, dunque, farà buon gioco l’Hotel Riviera o qualsiasi altro spazio che consenta l’aggregazione di grandi numeri di cittadini in stato di bisogno.

Se l’operazione appare di “buon senso”, questa non è certamente nuova e trova numerose applicazioni in tutta Europa. E, soprattutto, decine, se non centinaia, di studi e valutazioni che smentiscono quanto apparirebbe ovvio alla luce del buon senso. La qual cosa non è una sorpresa dato che, di solito, buon senso ed efficacia non sono correlati quando si parla di processi sociali.

La qual cosa significa che prima di procedere con un’operazione remota ma pur sempre possibile, che consiste nel trasferimento di decine di nuclei familiari in un unico palazzo, i tecnici del comune farebbero meglio ad aprire un data base scientifico pubblico come per esempio Google Scholar e ricercare termini come “mixité”, “public and social housing” oppure “concentration of low-incomepopulation” per apprendere come le operazioni di concentramento dei bassi redditi siano giudicate alquanto male dalla letteratura sociologica urbana contemporanea. E non sulla base di uno o due casi, ma sulla base dell’osservazione di centinaia di casi disponibili su base continentale.

In un articolo dell’anno scorso – allorché la questione baracche fece la propria apparizione nell’agenda politica del sindaco –osservai come ciò che contava era preservare le reti sociali, in considerazione del fatto che chi abita in baracca ha spesso parenti e amici che vivono nei pressi e che questo è un capitale sociale indispensabile per le attività di cura e riproduzione sociale.

Alla luce degli sviluppi della vicenda possiamo osservare oggi che il principio precedente – quello fondato sul mantenimento delle reti sociali – dovrebbe evitare accuratamente di virare verso la concentrazione dei redditi bassi, sia pure in aree centrali (che sono comunque certamente preferibili rispetto a quelle periferiche che darebbero luogo a una “doppia periferizzazione”, fisica e sociale). Questo in ragione del fatto che, immancabilmente, e non solo a Messina, la concentrazione dà luogo a processi di stigmatizzazione. Sulla base della confidenza con le pratiche linguistiche, del resto, è facile prevedere che l’Hotel Riviera diventerebbe nel lessico locale il “palazzo dei baraccati”, in ragione dell’omogeneità e delle attribuzioni morali connesse a quella popolazione (e bisogna notare che tra tali attribuzioni stanno espressioni come quelle adoperate sindaco che, spesso, ha associato alle baracche la nozione di malattia).

Peraltro l’iniezione di decine di nuclei familiari – all’incirca una settantina, si è detto nei giorni scorsi – provocherebbe un impatto urbanistico non secondario in un’area già fortemente pressata dal traffico e dall’elevata densità abitativa, in assenza peraltro di parcheggi.

In una riunione coi sindacati autonomi per la casa a cui ho partecipato nella veste di osservatore lo scorso venerdì, un sindacalista ha osservato che sarebbe bene affrontare la questione abitativa ragionando in termini lunghi e programmatici, che tenessero presente gli aspetti strutturali della questione e non quelli contingenti. Nella stessa riunione il sindaco De Luca ha invece asserito, letteralmente, che lui “naviga a vista”.

Crediamo che non sia il solo e che con lui navighino a vista molti commentatori e tecnici. Sarebbe pertanto il caso di domandarsi se il rapporto tra politica e saperi urbanistici e sociali non andrebbe ripensato profondamente, evitando di mobilitare categorie di comodo (il classismo o il razzismo interno) e andando al cuore dei problemi relativi al buon governo delle persone e delle cose. Un governo, per l’appunto, che non si persegue né col marketing né con le grandi accelerazioni, che faranno pure bene all’immagine dei politici per un quarto d’ora ma lasciano problemi grandi, per l’appunto, come una casa.

Post-scriptum a beneficio di alcuni commentatori: gli autori che scrivono queste note le baracche le conoscono bene. E sono autori di libri e articoli scientifici basati su ricerca qualitativa ed etnografia dei mondi marginali messinesi. Una nota che temiamo sia necessaria per chiarire il divario tra politica e giornalismo intesi come “buon senso” e la scienze sociali intese come osservazione empirica della realtà e comparazione sistematica tra casi. Saperi peraltro finanziati dallo Stato e quindi pubblici. Ossia da impiegare per fini pubblici.

 

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