“Mezza Messina”, la rassegnazione di una città che non produce più eserciti

Riceviamo e pubblichiamo un amaro sfogo dell'imprenditore ed esperto in turismo Marco Bellantone sulla desertificazione culturale della città e sul silenzio assenso di chi dovrebbe fare le "barricate"

 

MESSINA. Riceviamo e pubblichiamo un amaro sfogo dell’imprenditore ed esperto in turismo Marco Bellantone, che fa il punto sulla desertificazione del territorio, la fuga dei giovani e l’incapacità di produrre ricchezza malgrado il grande potenziale, con il silenzio-assenso di chi dovrebbe fare le barricate ma rimane in silenzio. Sullo sfondo, il confronto impietoso con i vecchi fasti, “quando Messina era meta e non metà”.

Di seguito il suo contributo:

Nel duemila e diciannove ci troviamo di fronte ad uno dei più incredibili stati di abbandono ed irriconoscenza che un territorio, fertile, mite, pescoso e posto in una posizione strategica da tutti riconosciuta, abbia mai potuto testimoniare.

Siamo da anni sotto un costante attacco da parte di disfattisti, propagandisti, populisti e ammuccalapunisti ed in ultimo ma solo in ordine cronologico, incapaci amministratori che da abili incantatori hanno loro saputo ben manipolare il nostro malcontento mentre noi, che dovremmo informarci di più, non sappiamo più a chi propendere le nostre orecchie. È un continuo annoverare classifiche che ci vedono agli ultimi posti finanche questa fosse la classifica del lancio della salsiccia, il tutto condito con una unica certezza: la nostra incapacità di condividere con il nostro prossimo iniziative che ci possano portare anche solamente ad immaginare una Città migliore. Panorami mozzafiato, clima oltre modo mite, natura benevola, coste infinite, colline generose, monumenti unici e chi più ne ha più ne metta, non possono bastare per sopravvivere in questa città. Adesso servono i cittadini.

Messina sta raggiungendo il suo record assoluto di assuefazione alla desertificazione del territorio: niente lavoro, niente prospettiva, media di età degli abitanti sempre più alta, i ragazzi vanno via, le famiglie vanno via, i ragazzi, oramai  cresciuti, non tornano più ed a Natale, Capodanno, Pasqua o Ferragosto, non sono più i ragazzi a tornare ma i genitori a partire  per incontrare i figli e i figli dei figli che con le nuove famiglie che si sono formate rimarranno lontani dalla terra natia. Morale della favola, abbandono a più livelli della Città in ogni sua possibile forma di sviluppo imprenditoriale, culturale o economico, con il sentimento di appartenenza oramai sotto i livelli minimi della soglia di accettazione.

Eppure, malgrado questo sia sotto gli occhi di tutti, chiaramente tutti occhi rossi dalla rabbia, Messina non fa più eserciti.

“Tutto ciò che accade oltre un palmo di mano dal mio naso, non è affar mio”, questa frase quante volte la abbiano sentita, spesso proprio da chi avrebbe dovuto insegnarci altro?

Tantissime volte, “non c’è nenti, a Messina non c’è nenti”, altro bel cavallo di battaglia del cittadino medio atrofizzato dalla perenne nullafacenza da bar.

Bei tempi quando ci raccontavano della resistenza dei nostri concittadini, “cannonate notte e giorno ma i messinesi non mollavano”, quanto orgoglio, “la popolazione scese in strada a difendere i lavoratori della zona Falcata dallo stillicidio dei posti di lavoro”, ancora orgoglio che oggi non riesco più a provare. Alla perdita di lavoro si aggiunge la vera sconfitta: la perdita di tanti lavoratori. La città che un tempo faceva quadrato per i diritti (tutti, anche chi non era direttamente coinvolto, era presente), lo faceva perché sapeva che ogni diritto ed ogni posto di lavoro perduto avrebbe trovato il suo naturale sfogo nei mancati introiti di botteghe, bar, trattorie, lidi balneari, negozi di vario genere. Insomma andava difeso ad ogni costo, come fosse il proprio.

 Oggi la cittadinanza plaude al nulla, non difende e non ha difeso tutti gli scippi perpetrati negli anni. Venendo a mancare le grandi strutture con i loro migliaia di dipendenti, come pensate si possa sostituire tutto questo flusso di denaro? Con i lavoratori dei servizi sociali?  Con nuovi 48 vigili urbani? Con i nuovi 100 dipendenti di Messina Servizi Bene Comune? Con i lavoratori a tempo dei cantieri lavoro? In una città di circa 232.000 abitanti, queste belle notizie fanno parte di un microcosmo in cui è impossibile disegnarci la rinascita e lo sviluppo della nostra comunità.

Dove sono gli eserciti che avrebbero dovuto urlare allo scandalo per il furto della “nostra “Autorità Portuale? In una trasmissione televisiva vidi un dotto dichiarare che di fronte ai ripetuti soprusi ricevuti la cittadinanza di qualsiasi altra città sarebbe scesa in piazza ed avrebbe fatto “ le Barricate”. Avete visto “barricate” voi negli ultimi 30 anni? Io no.

Ancora più grave è che sono certo di non averle neanche percepite, nei discorsi al bar, in fila alla posta, per strada, negli uffici, nei palazzi istituzionali, tutti  troppo impegnati a discutere sullo sport preferito o sulla ricetta della pepata di cozze o di qualsivoglia altro argomento da banco. Nessuno si sentiva coinvolto perché nessuno ha mai immaginato che ogni euro scippato alla città è un euro che non torna e che non passa nelle economie di tutti noi, dei nostri figli, dei nostri amici: insomma opportunità in meno che si palesano attraverso le innumerevoli serrande abbassate, le zone industriali in preda agli attacchi degli speculatori del momento, le aree artigianali dove oramai trovare un artigiano è cosa quasi impossibile, decine di migliaia di aree produttive che non producono più. La città non produce più ricchezza, la città muore ed i ragazzi e non solo loro, scappano.

Quei milioni di euro investiti sul territorio, lavoro per le aziende appaltanti e per i cottimisti, per i fornitori, insomma economia per tutti. Dove sono gli eserciti?

Davanti allo schermo del gioco del lotto, al bar davanti ad una “mezza Messina” che come quasi tutto il resto di Messina non ha neanche l’odore.

Sì, vero, mai un termine più azzeccato: “Mezza Messina”, perché l’altra metà o è andata via o sta progettando di farlo. Forse non ci crede o, ancor più drammatico, non ha mai creduto in questa Terra, in questa città, nella sua gente e nelle opportunità.

Eppure non mancano le motivazioni, gli spunti e malgrado questo riusciamo a rimanere sempre distanti, distaccati, quasi ridotti a meri spettatori degli eventi che evidenziano un presente senza stimoli creando un futuro senza una vera visione per questa città, creando ed accettando scelte senza una vera condivisione e senza quasi interessarsi di quanto queste possano influenzare il futuro dei territori. Senza sogni non si va da nessuna parte.

Il 1908, un disastro, una devastante realtà che, primo caso al mondo ed in tutti i tempi, ha misurato la devastazione della sua espressione più grave, più nei decenni a seguire che nel momento stesso di quel ventotto dicembre. Veramente che bella trovata, nata qualche decennio dopo al fine di giustificare tutto quanto ci crollò addosso, abbiamo perso tutta la nostra storia, si dice, abbiamo perduto i veri padri della città, eppure io leggo di favolosi anni sessanta, settanta ed in parte anche ottanta, anni in cui l’ingegneria, innovazione, ricerca, architettura, spettacolo, eventi mondani, il mare, la cultura, le esposizioni fieristiche, ricordo a me ed a tutti che la Fiera Campionaria era soltanto una delle tante manifestazione di grande spessore che venivano organizzate, queste mettevano Messina, la sua terra ed i suoi abitanti in cima alle cronache italiane e non solo.

Abbiamo perso tanto, non tutto, abbiamo accettato tutto, non tutti. Siamo nel momento in cui è giusto ristabilire la presenza di una coscienza, di una messinesità, di una appartenenza che ci consenta di difendere questa città dagli attacchi di più facoltosi e roboanti personaggi che negli anni si sono avvicendati sotto l’urlo “Forza Messina” che esaltando i tifosi hanno accecato i cittadini tutti.

Volete scoprire cosa fosse Messina e cosa i piedi dei  Peloritani hanno ospitato nel secolo scorso o ancor prima? Fatevi una passeggiata al Cimitero Monumentale, fatelo lentamente, guardate le cappelle familiari, nobiliari mi verrebbe da aggiungere, quanta magnificenza, quante statue, quanti busti, i loro occhi, le varie zone, la tomba di La Farina, la maestosità della sua estensione, i cognomi di uomini, donne e bambini provenienti da tutto il pianeta. Messina era centrale, Messina era meta e non metà.

Le tante fortificazione che la hanno protetta per tanto tempo oggi non servono, parlo del loro scopo iniziale. Oggi il vero virus è dentro noi, dentro il nostro atteggiamento, nella nostra ignavia, nel nostro essere poco sognatori.

Messina, oggi più che mai, ha bisogno di un esercito, di uomini e donne, pronti ad urlare ed a difendere i propri figli e le proprie ambizioni. Sono di Messina e Messina lo deve sapere, lo deve sentire, perché dobbiamo imparare ad urlarlo ed a pretenderlo: pulizia, lavoro, legalità, equità, territorio e dignità».

 

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Roberto
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Roberto

Qualcuno interessato a creare un movimento sociale dal basso esisteva…prima di essere etichettato come barbone tossico punkabestia che occupa edifici per drogarsi…alcuni giovani ci hanno provato e sono stati cacciati e inibiti da quella classe di imprenditori cittadini perbenisti, gli stessi che magari si lamentano del malessere ormai percepito da tutti.

Roberto
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Roberto

Forse é vero che il treno passa una volta sola, a Messina é pure passato più volte, sotto lo sguardo inerte di noi tutti cittadini.. è normale che noi giovani fuggiamo, piangendo la nostalgia della nostra terra, coscienti che questa non potrà mai offrirci nulla di buono.

Andrea
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Andrea

Sono un messinese che vive a Torino da tanti anni, troppi. A Messina ci sono le tombe dei miei cari c’è la mia casa e
c’è il mio cuore. Volete cambiare? Bene, io ci sono: ho qualcosa da restituire alla mia città.

Maurizio
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Maurizio

Bellissima lettera condivido a pieno, ma non si lotta più perché tutte sono finite nella Messina di oggi, qualcuno ne ha preso i frutti, tutti gli altri hanno dovuto prendere la valigia e partire,la nostra bella città è stata ridotta alla pochezza per tanti e alla moltitudine per pochi altri. Si le potenzialità ci sono, ma vengono strozzate, asfissiante, da un tessuto sociale che vuole ma non da.