Messina, il cemento s’è mangiato 280mila metri quadrati di territorio (solo nel 2018)

Nonostante l'edilizia sia in picchiata da dieci anni, si continua a cementificare senza sosta. Lo conferma il rapporto "Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici” del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA). Cosa dicono i dati. E che conseguenze hanno sull'ambiente. E sui cittadini

 

MESSINA. Lentamente ma inesorabilmente, il “suolo” di Messina e della sua provincia (3266 km quadrati), la parte di territorio naturale non antropizzato, sta scomparendo, divorato dal cemento e dalle attività dell’uomo: oltre 21mila ettari al 2018, corrispondenti al 6,5% dell’intera superficie della provincia, con un incremento dello 0,13% (28 ettari, quaranta campi da calcio…) rispetto al 2017. Fanno 337 metri quadrati sottratti ad ogni abitante.

Sono i numeri fotografati dal rapporto Rapporto “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici”, un prodotto del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA), che assicura le attività di monitoraggio del territorio e del consumo di suolo. Il Rapporto, insieme alla cartografia e alle banche dati di indicatori allegati elaborati da ISPRA, fornisce il quadro aggiornato dei processi di trasformazione della copertura del suolo e permette di valutare l’impatto del consumo di suolo sul paesaggio e sui servizi ecosistemici.

E a Messina c’è poco di cui esser allegri. Perchè, nonostante l’edilizia, da sempre settore portante dell’economia locale, sia in picchiata da un decennio, si continua a cementificare senza sosta: segno che, invece che puntare su riqualificazioni, recuperi, demolizioni e ricostruzioni, si lottizzano sempre più ampie porzioni di territorio.

E i numeri non sono incoraggianti: se le aree con presenza di vegetazione (in ambiente naturale, agricolo e urbano) a livello nazionale occupano una superficie pari all’89%, a Messina scendono 75-80%, con oltre 17.000 ettari. E quello di Messina è uno dei valori migliori nell’ambito delle città metropolitane.

 

La rilevazione ha distinto tre ambiti comunali: urbano, agricolo e naturale. Se si considera il consumo di suolo in ambito naturale, la percentuale a livello nazionale è sempre molto bassa, al di sotto dell’1%, a eccezione di Genova e di Messina, dove la quota sfiora il 15% (pari al 2,7% del territorio comunale). E ciò malgrado circa il 72% del territorio comunale ricada in area protetta ZPS e la maggior parte delle aree boschive appartengano al demanio regionale.

Attualmente, Messina città (non provincia) ha una percentuale maggiore di suolo non consumato in ambito naturale del 48%: un dato che sembra molto confortante, ma che in realtà tiene conto della foresta di Camaro e dei monti Peloritani, che costituiscono una “cintura verde” che premia un’altrimenti desertico perimetro cittadino. Per quanto concerne il suolo non consumato in ambito urbano, le percentuali maggiori di copertura sono riferite alle superfici erbacee, con percentuali superiori al 10% del territorio comunale in tutte le città ad eccezione di Genova, Venezia, Reggio Calabria e Messina.

Passando al consumo di suolo in ambito urbano, invece, Messina si trova in fondo alla classifica, insieme a Genova, Venezia e Reggio Calabria, perché al loro interno le superfici erbacee sono inferiori al 10%, mentre nelle restanti città metropolitane sono sempre superiori a questa soglia.

Ancora: Messina è la seconda città metropolitana con la percentuale maggiore di superfici arboree col 32% (la prima è Genova, con il 44%). Il dato si riferisce all’ambito naturale, cioè fuori città, ma un colpo piuttosto forte il verde extraurbano lo ha ricevuto con gli incendi di due anni fa (e, seppure in misura minore, anche del 2018 e 2019).

 

 

 

Gli effetti si iniziano a vedere nel lungo periodo: a Messina, infatti, la differenza di temperatura tra aree urbane e suburbane rispetto ad aree rurali è di quasi 2 gradi. “La densità del suolo consumato influisce sicuramente sul fenomeno dell’isola di calore urbano, che tuttavia dipende anche da altri fattori, come la presenza di vegetazione, la disposizione dell’urbanizzato e la circolazione dei venti”, si legge nel rapporto.

 

La conclusione? Quasi apocalittica: “Si passeggerà a piedi nudi nel cemento e sempre di meno nelle aree verdi cittadine”. Una previsione suffragata dall’aumento inesorabile del degrado del suolo e del territorio a causa della perdita di qualità degli habitat (da 2012-2018, primo grafico) e dell‘erosione del suolo (dal 2015, secondo grafico)

 

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