Governare per allarmi: cosa dicono i dati sulla “sicurezza” a Messina

Aumentano i reati dei colletti bianchi, ma diminuiscono vistosamente quelli da strada, ed è un trend che prosegue da anni. Perché allora la Lega si concentra sui secondi e non sui primi? Sì interroga il nostro blogger Pietro Saitta. Ecco tutti i numeri e qualche possibile spiegazione

 

Venerdì il gruppo consiliare della Lega, presieduto da Dino Bramanti, ha convocato una conferenza stampa per lo più incentrata sull’“allarme” sicurezza a Messina. Ossia, nelle parole del capogruppo, sulla “riacutizzazione di atti criminosi che mettono in pericolo la sicurezza di commercianti e cittadini. A questo si aggiunge l’insicurezza sulle strade che, negli ultimi mesi, sono state protagoniste di incidenti spesso gravissimi e, in alcuni casi, mortali. È il momento di agire con maggiore efficacia”

Una “riacutizzazione” di certi fenomeni che per il gruppo leghista messinese richiederebbe l’adozione di taser, la reintroduzione di una polizia di prossimità (ossia i “poliziotti di quartiere”) e maggiori controlli in strada.

Da criminologo devo per forza notare che qualunque seria considerazione sull’andamento dei crimini non può farsi ad anno in corso e che i picchi – ossia la eventuale “riacutizzazione” di alcuni reati – non hanno una grande valenza ai fini analitici. Un’analisi seria volta alla produzione di “politiche” non può infatti basarsi su variazioni che hanno luogo in archi di tempo non comparabili.

È frequente, inoltre, che“picchi” durino relativamente a lungo e che siano rapidamente riassorbiti ben prima che qualunque politica possa sortire i propri effetti. Per di più, buona parte delle misure proposte dal gruppo consiliare della Lega non sembrano molto adatte al contrasto dei fenomeni.

Per sostanziare quest’ultimo punto occorre partire da quello che sappiamo “oggettivamente”, a partire dagli ultimi dati ministeriali su base annuale. Quelli, per intenderci, che a fine gennaio citava anche il Presidente della Corte di Appello di Messina Michele Galluccio durante l’inaugurazione del corrente anno giudiziario: “In questo ultimo anno [2018] è in aumento la sopravvenienza di procedimenti per reati contro la pubblica amministrazione, quali corruzione (+18%), mentre diminuiscono quelli di concussione (-25%), e di peculato (-25%). In aumento del 25% i reati di associazione per delinquere di tipo mafioso”. Soprattutto, raccontano i dati, “diminuiscono i furti in abitazione, le rapine, l’usura, mentre aumentano quelli di riciclaggio”.

Gli stessi dati ci dicono inoltre che alla fine dell’anno scorso Messina era collocata all’85° posto per il numero complessivo di reati denunciati (su 106 città considerate). Ma se si considerano tuttavia i reati che suscitano maggiore allarme sociale, si scopre che la città si colloca ancora più in basso: al 93° posto tanto per i furti quanto per i furti negli esercizi commerciali. Addirittura al 103° per i furti in abitazione. Certamente l’andamento delle rapine è ben peggiore e per quanto riguarda questo reato Messina è nientedimeno che al 63° posto in Italia (una sintesi dei dati di facile consultazione, si può trovare qui: https://lab24.ilsole24ore.com/reati2018/IStabelle.html).

Occorre per di più considerare che queste tendenze sono abbastanza consolidate e che variazioni nella delittuosità costituite da poche decine di denunce per reati specifici (le rapine per esempio), non bastano certo a determinare significativi cambiamenti nella classifica. In definitiva, malgrado gli allarmi, Messina è nel complesso una delle città più sicure d’Italia.

Ma veniamo agli interventi proposti dal locale gruppo consiliare della Lega. Se, malgrado le “acutizzazioni” che restano da dimostrare, i crimini “predatori” (rapine, furti etc.) sono in realtà in flessione da anni, mentre quelli dei “colletti bianchi” (reati contro la pubblica amministrazione, corruzione, riciclaggio e mafia) sono in aumento, perché la Lega messinese sente di doversi concentrare sui primi e non sui secondi? Anzi, perché sente di dovere parlare di un allarme, meritevole addirittura di una conferenza stampa?

La risposta più banale è che, per definizione, un partito “populista” deve assecondare le percezioni e rassicurare le popolazioni, senza molta considerazione per quei dati che – si dice – poco interessano la ragione popolare. Se 1,000 persone su 231.000 sono vittime di un reato predatorio – è il ragionamento populista – a queste persone poco interessa sapere che esse costituiscono una specie di eccezione.

Non le rassicura sapere che, nella prospettiva di un’amministrazione “responsabile” (ossia sensibile all’imperativo di una funzione oculata di governo, anziché alla compiacenza degli istinti irrazionali utili al consenso) la loro condizione dispiace, ma che questa non inficia le valutazioni complessive sullo stato della sicurezza di una città o di un paese. Che la loro situazione verrà certamente presa in carico dalle agenzie deputate – la polizia e la magistratura – ma che la loro comprensibile rabbia non può diventare oggetto di un’azione di governo o di una offerta politica.

E che non può diventarlo perché è semplicemente insignificante sul piano del rapporto tra entità dei problemi e investimenti economici e simbolici. È, cioè, un problema “amministrativo” e non un problema politico di primo piano.

L’altra risposta alla domanda è che le forze politiche hanno bisogno di testimoniare la propria presenza. E che a volte debbano farlo a prescindere dalla coerenza logica tra problemi individuati e misure proposte.

Infatti a cosa serve il taser se, come abbiamo visto, in aumento sono i crimini dei colletti bianchi e non quelli predatori? Se, perciò, l’azione di contrasto condotta con mezzi tradizionali è già efficiente?

A cosa serve il poliziotto di quartiere, la cui figura, dal valore prevalentemente simbolico, è stata rapidamente dismessa per il semplice fatto che è sempre stata attiva nelle aree più sicure – quelle dei centri urbani – e mai in quelle più insicure (dove peraltro, isolato e a piedi, si troverebbe teoricamente esposto a rischi). Ammesso che, nel caso di Messina e delle città italiane in genere, esistano poi posti così insicuri da necessitare di ronde permanenti. La questione è, dunque, se una funzione simbolica, atta quasi unicamente a testimoniare la presenza dello Stato, serve a giustificare l’impegno di uomini in un territorio per giunta vasto come quello di Messina.

Un territorio, da nord a sud, di oltre 60 km, diviso in quartieri di grande estensione che dovrebbero essere sorvegliati a piedi da ronde di due persone… A meno che, come si è sempre fatto, non si sorveglino un paio di zone del centro, a testimonianza ulteriore delle divisioni territoriali interne. Ossia della distanza simbolica e reale tra centro e periferie, sancita anche dalla differente distribuzione di poliziotti a presidio del territorio.

Ma anche della sorveglianza stradale si può discutere. Da un paio di anni i controlli stradali sono aumentati in modo esponenziale. Gli “action day” di polizia, carabinieri e vigili hanno prodotto il controllo di migliaia di autovetture e centinaia di denunce per reati come guida in stato di ebbrezza o per conduzione di mezzi privi di assicurazione. Ciò nondimeno si lamenta un aumento delle vittime e dei reati legati alla circolazione stradale.

Le domande sono dunque se i controlli stradali abbiano davvero una funzione preventiva, se la loro efficacia non sia sovrastimata e se loro funzione primaria non sia invece meramente simbolica? Se non siano cioè espressione di un raccordo tra politica e polizie che serve alla prima per rassicurare l’elettorato e alle seconde per aumentare la propria visibilità pubblica. Lì ove, giustamente, molto del lavoro di polizia deve svolgersi nell’invisibilità per potere essere efficace. Lontano dunque dal clamore; ma esposto per questo alla facile accusa di essere assente.

Non crede dunque la Lega – e insieme a essa anche le altre forze politiche allineate, almeno in materia di sicurezza, sulle stesse posizioni – che è forse il caso di rinnovare la cassetta degli attrezzi e di ripensare l’offerta politica all’insegna della responsabilità anziché della visibilità? Dopo tutto è dagli anni novanta che la solfa è la stessa e il motivo un po’ ha stancato. Speriamo soprattutto che sia la Giunta De Luca a rendersene finalmente conto.

Quella Giunta e quelle forze politiche, peraltro, che invitiamo a partecipare attivamente al convegno intitolato “Frizioni urbane. Governo dei margini e sicurezza dei diritti” previsto per la fine di ottobre al Dipartimento Cospecs dell’Università di Messina.

 

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