Sydney-Messina-Sydney, felicità e malinconia di un emigrante in vacanza

Amici, granita, lo Stretto, la famiglia. Cosa lega alla sua terra chi ha scelto (o è stato costretto) di andare via, dall'altro lato del mondo. Con una prospettiva intrisa di nostalgia per un'estate che è paradigma della vita

 

Alla fine, eccoti lì. E’ agosto e tu sei tornato nella tua Isola. Sei tornato a casa.

Magari l’hai fatto approdando alla Stazione Marittima, dopo un’odissea in treno che non cambia mai con gli anni, o a fare slalom in auto sulla Salerno-Reggio Calabria. Magari sei rientrato da più lontano, in aereo, dopo 2 o (nel mio caso) 24 ore di volo – e da lì ti sei fatto il secondo tratto autostradale più sciagurato d’Italia, tra crolli, chiusure e ponteggi (giusto per darti subito il benvenuto, quasi un manifesto programmatico), e da Catania sei alla fine arrivato a Messina.

Comunque, sei tornato. E’ questo il momento migliore, e non solo perché da qui in poi è finalmente vacanza.
Qui riabbracci tutti, a partire dalla famiglia. Uno di quei momenti che cancella anche 24 ore di volo.
Qui ti dimentichi di tutto, anche del perché sei dovuto andar via. Qui sei a casa, e lo senti nelle ossa.

E’ una sensazione che impari a conoscere, ritorno dopo ritorno, e che per questo provi a trattenere il più a lungo possibile. Come se volessi bloccare tutto in uno sfondo da Windows, brillante e perfetto: c’è il sole, il tuo mare che tanto ti è mancato, gli abbracci che aspettavi da tanto, troppo tempo.

C’è il cibo, con la prima mangiata che, come il primo amore, non si scorda mai: tua madre comincia già a programmarla 3 mesi prima, e per quanto le tue aspettative siano sempre altissime, questo piatto riesce a superarle sempre – e preannuncia la maratona di succhi gastrici che ti aspetta nelle prossime settimane a dispetto del caldo e che ti dirà alla fine, veramente, com’é andata la vacanza (io quest’anno me la sono cavata con 3 onestissimi chili in 4 settimane: meglio delle stelle Michelin!).

C’è la vita che hai lasciato lì, e che ti sembra così semplice riprendere da quel punto in cui l’hai interrotta. Tutto è così familiare, nei colori e negli odori, nelle crepe e nelle file, che ti sembra di non essertene mai andato. C’è la stessa coda nel primo tratto autostradale più sciagurato d’Italia, quello tra Messina a Villafranca (corsie chiuse, curve improvvise, svincoli della morte, buche e segnalazioni scadenti, e tutto a soli 1 euro e 20! Meglio dei giochi della Fiera!). C’è la solita ressa nei soliti lidi, con le solite facce – e qualcuna che comincia a mancare all’appello. Ci sono i pochi turisti sperduti alla ricerca del Duomo. C’è quello Stretto che, solo a vederlo brillare sotto il sole d’agosto o splendere di luna nelle notti afose, ti lascia a bocca aperta come il primo giorno.

Ci sono gli amici che ritrovi, quelli che sono andati via anche loro – ormai sempre di più, in una città come Messina che vive una costante emorragia di giovani e meno giovani – così come di imprese, occupazione e pezzi sempre più grandi di futuro.

Vi scambiate racconti dell’altro luogo, davanti ad una granita o ad una Birra dello Stretto, e sembrano così lontani da diventare quasi inesistenti – perché Messina è lì davanti agli occhi, come se non se ne fosse mai andata. E anche noi, che abbiamo vite altrove, abbiamo parti più o meno grandi di noi – dei nostri ricordi, di quello che siamo adesso – che in fondo non se ne sono mai andate.

Ci sono gli amici che, anche loro, non se ne sono mai andati. Quelli che avrebbero voluto ma poi non hanno potuto, e che giorno dopo giorno si fanno il mazzo per dare un senso, per niente scontato, alla loro presenza in questa città. Quelli che invece non si sarebbero mai voluti muovere, e che con orgoglio si portano addosso gioielli e cicatrici di questo posto. Entrambi i gruppi ci guardano arrivare, contenti di riabbracciarci, segretamente scocciati perché dovranno sentire le nostre storie dell’OltreStretto, sentirci lamentare di qualcosa che loro vivono ogni giorno e noi solo qualche settimana l’anno, che ci sopporteranno mentre pontifichiamo sul “là non è per niente così” – e lo faranno col sorriso, magari aiutati da qualche Tennent’s, perché sanno, come sappiamo noi, che settembre arriverà poi per tutti.

E poi c’è Messina, che ti riaccoglie e poi ti respinge, che ti fa sentire a casa e poi ti indica come lo straniero ingrato. Quella Messina che ti ricordi – che forse ti vuoi ricordare – fatta di mare, di storia, di vecchia gloria, di sorrisi e di fame, di lotte e di salvezze. E poi l’altra Messina, quella che invece ti dimentichi sempre e che ti frega, che ti colpisce ogni volta che ti serve un documento, che vai in un ospedale, che fai quelle cose che, appunto, sembrano semplici, normali e civili ovunque, ma non qui. Quella Messina che ha sopportato guerre e terremoti, uscendone a testa alta – e poi quell’altra Messina, che su un terremoto costante specula ogni giorno. La Messina delle baracche e delle ville, dei tesori e degli ingorghi, dei barboni presi a calci dal sindaco e quella della dignità millenaria che per fortuna sopravvive ancora in alcuni dei suoi abitanti. La Messina dei pescatori e delle madri, dei santi e dei sautini, di quelli che sono eroi “solo” per seguire le regole e quella di chi si sveglia ogni giorno e sulla distruzione di quelle regole ci mangia e ci campa. La Messina cafona e onesta, babba e depredata, sporca e abbandonata, bellissima e maledetta.

Qui tra qualche anno sarà una città fantasma” mi dice un amico mentre passeggiamo sul Viale una notte di agosto. Uno di quegli amici che lotta ogni giorno, e lo farà finché si stanca. Quanto manca a quel momento, non glielo chiedo ma glielo leggo negli occhi.

Fantasmi. Non so se sarà davvero così, se è una visione catastrofica, se avremo un inaspettato colpo di coda in questo piattume che ci opprime. Passeggiamo e non c’è nessuno intorno – solo le serrande abbassate, le persiane chiuse, qualche condizionatore che ce la mette tutta.

E’ fine agosto. Dovrebbe essere vacanza, ma sembra una pausa dalla guerra. Ci prendiamo una limonata al sale e camminiamo verso il porto.

“Quando ci sarà rimasto solo il cibo, cosa faremo? Mangeremo fino a scoppiare?” Ci sediamo davanti al mare. E’ stato un mese intenso per me – con poca vacanza qua e là, che dovrò farmi bastare per un anno. Ma sono felice di esserci stato. Da qui, seduto e sudato a bermi la mia limonata, la città mi sembra ancora più bella. Non c’è più la folla, e mi sembra ancora più mia – se mai lo è stata prima.

La notte messinese sembra parlare una lingua che adesso, finalmente, a 40 anni, sembro aver decifrato. E vorrei dirle tante cose in quella lingua, ma purtroppo è già ora di andare. Guardo il mio amico. So che, qualsiasi cosa accadrà, lui sarà qui a vederla accadere. E 24 ore dopo, ci sarò anche io. Perché qui, nella città dalla quale scappano tutti, noi tutti torniamo sempre.
Con amore e con pazienza.
Come sempre.

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