LetteraEmme va a Washington (e in un bel po’ di altri posti)

Il direttore Alessio Caspanello in Usa, tra la capitale, New York, la Florida, l'Iowa e San Francisco per il progetto “Responsible journalism and the challenges of disinformation” organizzato dal Dipartimento di stato. Alla ricerca di buone pratiche apprese dai maestri sacri del giornalismo. E di un modello di business sostenibile

 

Ogni tanto in redazione arriva qualche buona notizia. LetteraEmme è stata invitata a contribuire al progetto “Responsible journalism and the challenges of disinformation”. Il direttore Alessio Caspanello, insieme a cinque colleghi (Alessio Sgherza de La Repubblica, Giovanni Zagni di Pagella Politica, Alberto Puliafito di Slow News e Fabio Chiusi di Punto Zero), sta partecipando al programma IVLP (International Visiting Leaders Program), organizzato da Dipartimento di Stato americano, dall’ambasciata Usa in Italia e gestito, per quanto riguarda LetteraEmme, dal consolato di Napoli.

Alla base del progetto c’è la consapevolezza, più forte in Usa (visto che probabilmente ha contribuito al risultato delle elezioni presidenziali), che è arrivata l’ora di affrontare il problema delle fake news, dei “fatti alternativi”, della disinformazione, della misinformazione ma anche dell’inaccuratezza di quello che si pubblica.

 

 

Da questo momento, il blog esce dall’ufficialità delle presentazioni e diventa più “personale”. Con Alessio, Alberto, Fabio e Giovanni, si sta tentando non solo di capire come la pensano e come stanno agendo qui, aldilà dell’Atlantico, nazione in cui il giornalismo è ancora una forza con cui fare i conti che è dotata di autorevolezza e fiducia, ma anche di riuscire a trovare qualche soluzione per portarla con noi in Italia e provare a metterla in pratica: lo abbiamo fatto a Washington, lo stiamo facendo a New York, lo faremo a Tampa, Iowa City e San Francisco, incontrando per tre settimane professori e studenti delle più prestigiose facoltà di giornalismo del mondo, politici, membri dello staff, funzionari e dirigenti del Dipartimento di Stato, ma soprattutto approfondendo il tema con giornalisti che da anni si occupano di fact-checking e giornalismo investigativo, stando a contatto con loro, frequentando le loro redazioni, confrontando i differenti approcci alla notizia, spiegando come si fa qui da noi, dai grandi colossi mondiali del giornalismo (Washington Post, New York Times, la facoltà di giornalismo della Columbia University, Poynter institute, Politico), ai siti di provincia (il Daily record di Baltimora, che fa quattromila lettori al giorno o il Daily Iowan, ottomila copie tirate). Una ficata assoluta.

 

 

Le buone notizie però finiscono qui. Perché la sensazione è che al problema delle fake news (e alla galassia di significati che gli si attribuiscono, dalle storie inventate di sana pianta a scopi di propaganda, all’inaccuratezza nel riportare le notizie) attualmente nessuno abbia trovato una soluzione adeguata. Di sicuro non la politica: nonostante tutti gli incontri siano “off the record”, quindi non direttamente citabili, si ha la sensazione che, oltre ad aver registrato il problema (“ci sono in giro notizie false e potenzialmente pericolose per la democrazia”, più o meno), non ci si sia mossi per provare ad affrontarlo. E’ lì, e lì rimane, ad oggi.

E i media? Qui la situazione è più complicata: Media matters for America, una fondazione a trazione democratica che monitora i media e ne riporta l’accuratezza delle notizie, tenta di porre un argine, ma la frustrazione che si avverte è grande. Alla Heritage Foundation, think tank conservatore, il problema non se lo sono posti proprio: non esiste il concetto di “fake news”, e se esiste, vabbè, spallucce e via. Nelle redazioni, i giornalisti rispondono con un’affermazione quasi lapalissiana: cerchiamo di fare i giornalisti, e i giornalisti, se sono tali, non diffondono false notizie, controllano che siano accurate, contrastano la disinformazione.

Quello su cui noialtri cinque siamo tutti d’accordo è però un altro punto. La più scalcagnata redazione che abbiamo visitato ha sede ai piani altissimi di edifici incredibilmente lussuosi in centro, non ha mai meno di una ventina di giornalisti, anche se le testimonianze dicono che la crisi abbia morso anche lì una decina di anni fa: beh, se è così o non ce ne siamo accorti noi mentre guardavamo a bocca aperta quegli uffici da 600 metri quadrati, o lo nascondono davvero bene.

Questo ci porta al modello di business, quello che permette di dare un senso a tutta la faccenda: in Italia c’è un serissimo problema di sostenibilità di chi fa buon giornalismo. A LetteraEmme ne sappiamo qualcosa, ma pare che la questione sia simile da nord a sud. In America la sostenibilità di un giornale la spiegano all’Università.

 

 

In America esistono fondazioni che finanziano progetti su progetti, che garantiscono grant a getto continuo, ma soprattutto donatori privati: il Daily Iowan, giornale diretto e portato avanti da studenti dell’università di Iowa City, riceve una donazione di un milione di euro all’anno da un singolo donatore solo per la copertura della politica. Lo ripetiamo, per chi si fosse stropicciati gli occhi dall’incredulità: una sola sezione del giornale è finanziata con un milione di euro, a fondo perduto. E accanto a loro c’è anche chi contribuisce con soli cento dollari all’anno.

Non sono Paperoni: cioè, non solo. È gente che è convinta che il buon giornalismo crei una popolazione più informata e consapevole, che una popolazione più informata e consapevole aiuti la democrazia, che la democrazia faccia funzionare meglio una nazione, e che una nazione che funziona bene arrechi notevole giovamento ai loro affari. Non sono filantropi (almeno, non solo): sono uomini e corporazioni che fanno business. E aiutare il buon giornalismo, per loro, è un buon affare. E non funziona solo nel giornalismo: funziona nelle arti, nella cultura, nell’istruzione. I muri dei musei sono tappezzati da targhe di famiglie che hanno stanziato somme per far sì che, per esempio, a Washington praticamente tutti i musei siano gratuiti. A Central park, a New York, tutte le panchine sono “adottate” da qualcuno, e i loro soldi contribuiscono a tenere come una bomboniera un parco grande più o meno come Milazzo.

Un modello di business che in Italia al momento è molto arduo da replicare. Le fondazioni sono poche e mal distribuite, i donatori sono assenti. E non è questione di erba del vicino sempre più verde: è lo specchio di una nazione, l’Italia, in cui il campanile ha sempre la meglio, e della quale Giovanni Verga nei Malavoglia aveva scattato la più vivida Polaroid: la corsa all’accumulo della “roba”, senza che prevalga mai l’intenzione di restituire alla società un po’ della fortuna che la vita ha dato a certuni.

Nel giornalismo, nello specifico, è un modello di business impossibile da attuare: è passato il concetto malato secondo cui il giornalismo non è un mestiere, e che l’informazione non debba avere costi. Non è così, per mille e una ragione. Per cui, si, sarà un modello impossibile da importare, ma ci vogliamo provare.

Noialtri di LetteraEmme stiamo studiando qualcosa di piuttosto rivoluzionario, per queste latitudini. Nei prossimi mesi ne vedrete delle belle.

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