La “discesa” in Sicilia dall’Australia e quella sensazione di sentirsi come dei pacchi postali

Quarta puntata del blog di Marco Zangari, che racconta il rientro a Ortoliuzzo per le ferie estive, fra racconti, risate, litigi, giochi, discorsi seri, scazzi, abbracci e albe storte: «Importa solo una cosa: che mentre gli altri stanno andando in vacanza, tu vai a casa. E ti senti decisamente più fortunato di loro»

 

Luglio è tempo di rientri sull’Isola per tutti, anche per noi che viviamo nella Terra Sottosopra, e insieme all’entusiasmo e a volte lo stupore per avercela fatta un altro anno,  c’è sempre un po’ di spaesamento e ansia.

La discesa non è mai semplice. Perché, si sa, in Sicilia non si ritorna, ma si scende sempre, a prescindere che tu stia rientrando da Bologna, Milano, Londra o Sydney, appunto (che tecnicamente, trovandosi nell’emisfero sud, ci porta a salire, ma poco importa).

Tutti noi rientranti aspettiamo il momento della discesa con trepidazione, contiamo i giorni, sogniamo il mare, ci impegniamo in diete estreme che ci permettano poi di ingurgitare granite e focacce senza sosta. Facciamo finta che i social non esistano, vediamo foto degli amici al mare con studiata disinvoltura –mentre dentro muoriamo un poco per perderci tutto quello. Il richiamo di casa, nei giorni immediatamente prima della partenza, si fa quasi insopportabile.

Per noi rientranti dall’Australia, la faccenda ha qualche risvolto in più: prima di tutto per la distanza. Lo so, è un concetto ripetuto spesso in questo Diario, ma purtroppo imprescindibile quando si parla di Australia: tutto è lontano da tutto. Quando perdi dai tre ai quattro giorni solo di viaggio (considerando voli, fusi orari e roba varia), già sai che devi mettere da parte un po’ di ferie perché la discesa abbia senso. E, soprattutto, sai che quella è l’unica discesa che ti farai in quell’anno (se sei fortunato) o in più anni (se, come spesso capita, hai mutui, figli a carico e tutto il carrozzone).

Sai anche che la gente intorno a te non capirà: quando dici che vai in Italia, pensano che passerai il tempo tra un caffè affacciato alle Cinque Terre e una cena romantica ad Amalfi (due posti per cui gli australiani sono davvero ossessionati). Se dici Sicilia, al massimo si spingono fino allo shopping a Taormina.

Poco importa che tu stia andando in un’amena località chiamata Orto Liuzzo, con la balneabilità a giorni alterni e l’acqua che manca pure più spesso.

Poco importa che, per quante ferie metti insieme, avrai sempre troppo poco tempo.

Importa solo una cosa: che mentre gli altri stanno andando in vacanza, tu vai a casa.

E ti senti decisamente più fortunato di loro.

Mentre ordino il primo drink a bordo, rifletto su quando il padre di un mio amico incontrò Fabrizio De Andrè dopo un concerto a Reggio (uno degli ultimi). Il padre gli chiese com’era tutta quella faccenda di esibirsi e cantare sempre in posti diversi.
“Alla fine ti senti come un pacco postale”, aveva detto lui.


Io non mi esibisco (rare presentazioni a parte), non canto e raramente dico cose eterne (quasi mai da sobrio), eppure posso capire quella sensazione. Quella di essere tirati da una parte all’altra, a volte anche controvoglia, senza molte possibilità di avere un punto fisso, stabile, e nemmeno di capire a cosa si appartiene –o meglio, a quale parte. Interrompi la tua vita e ne riprendi un’altra più o meno da dove l’avevi lasciata, e mentre stai vivendo quella, quasi ti dimentichi della precedente. Chiaro che si può fare confusione, e qualcuno di noi pacchi postali a volte non la prende bene. Io ho cercato di farmi piacere questo andirivieni, o forse solo a non oppormi, a lasciar fluire la corrente e vedere poi dove andasse a finire.

La vita da pacco postale ha parecchi svantaggi, ma io ci ho visto anche una possibilità: quello di evadere temporaneamente dalla tua esistenza quotidiana, e sapere che hai questa via di fuga se le cose cominciano a bruciare. E inoltre, quando sei da una parte puoi guardare all’altra in una maniera più obiettiva, onesta, come non faresti mai se ci fossi immerso ogni giorno. Fai il punto ogni volta, ed è qualcosa che molti non possono fare, rapiti dalla corrente che risucchia giorni ed energie, finché rialzi la testa dalla scrivania e ti rendi conto che è di nuovo inverno.
Io l’inverno lo sto lasciando dietro. Ordino un altro drink e penso che ogni tanto anche i pacchi postali riescono a sorridere.

Non so perché ma ogni volta che torno a casa in Sicilia, nelle prime 12 ore c’è tutto: racconti, risate, litigi, giochi, discorsi seri, scazzi, abbracci e albe storte.
I giorni seguenti non fanno altro che seguire questo modello.


Non è mai una vacanza quando si torna a casa, e penso che questo valga per tutti. A partire dalla mattina dopo, ancora prima di aver smaltito il jet-lag (che colpisce anche chi torna, anche se con meno forza), la tua vecchia vita ti torna addosso come una tuta comoda ma che per qualche motivo pensavi non avresti indossato più, mentre la tua vita di là si mette tranquilla ad attendere insieme a valigie e passaporti.

No, non è una vacanza per i pacchi postali. C’è da rivedere tutti, e rivederli bene. Non vado quasi mai in posti nuovi quando torno. Ci metto già abbastanza a ritrovare quelli vecchi, e con essi le persone che ho lasciato e che non mi dimenticano mai. Rivedere bene qualcuno vuol dire sedersi, lasciar perdere i cosa-hai-fatto-quest’anno, guardarsi bene e capire cosa è cambiato e cosa è restato. Quei momenti in cui ti stupisci della rapidità di invecchiamento di alcuni, e ti rallegri per altri che invece sono riusciti a conservare qualcosa anche dopo terremoti e tempeste, e sono lì pronti a fartelo vedere. I discorsi interrotti che vengono ripresi, arricchiti. Vuoi accontentare tutti, pur sapendo che non ci riuscirai mai. Vuoi poter fare tutto, sapendo che il tempo non ti basterà.


E allora? Allora corri, ti sbatti, vivi giornate la cui intensità copre la pigrizia degli ultimi mesi invernali dall’altra parte del mondo, e alla fine di tutto questo ti godi quel che resta di un’estate che non hai mai lasciato del tutto, e che per te assume un significato che per coloro che non sono mai stati pacchi postali, non ha più.

E quando guardi il tuo mare per l’ultima volta, in un settembre che già parla di partenze e conti da fare, dimentichi lo stress degli ultimi giorni, lasci perdere liste di cose da fare, cerchi di mettere da parte quello stupore che ti prende sempre alla gola nel constatare come il giorno del tuo arrivo sembri sempre troppo vicino a quello dei saluti finali, e ti concentri su quelle onde che aspetteranno la tua prossima estate.

La aspetteranno sempre.

 

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