La playlist di Gregorio Parisi per sopravvivere al lunedì

A tenere banco nella consueta rubrica di inizio settimana è il caso Sea Watch, al termine di un weekend "in cui ci siamo ritrovati tutti esperti di diritto marino, oltre che internazionale, civile e penale"

 

Volente o nolente, in questi ultimi giorni siamo stati risucchiati in una discussione più grande di noi e, volente o nolente, tutti abbiamo sviluppato un parere spesso non richiesto sul caso Sea watch, sulla capitana della nave, sulle evoluzioni legali e quant’altro. È stato un weekend in cui ci siamo ritrovati tutti esperti di diritto marino, oltre che internazionale, civile e penale; queste ragioni ci hanno pertanto suggerito due conclusioni: numero uno, questa è una rubrica musicale, e storicamente la musica è anche politica; numero due, vogliamo provare a rimettere il focus al punto giusto e provare a non dimenticare che non si parla di merci ma di esseri umani. E ogni tanto, forse, dovremmo dirlo a voce alta, giusto per vedere che effetto fa.

 

Joan Baez – We shall overcome

 

 

Uno dei brani di protesta più famosi della storia, ed è così che vogliamo iniziare: la voce di Joan Baez parla di una vittoria futura, una vittoria che ha la forma di una paura assente, ha le sembianze di una passeggiata mano nella mano, è il ritratto della pace. La vittoria (meglio: il trionfo) è la pace e la serenità tra i popoli, è la sicurezza che ogni stronzo sulla faccia della terra abbia gli stessi diritti, senza che nessuno resti indietro, senza che qualcuno sia trattato peggio rispetto ad altri. Uguaglianza, solidarietà, aiuto agli ultimi: non è niente di diverso da quello che si ritiene essere la vita quando si è bambini, e ancora manca l’impatto della violenza, fisica e di linguaggio, di chi invece questo mondo a modo proprio prova a governarlo.

 

Il teatro degli orrori – A sangue freddo

 

 

Ho conosciuto nel 2009 la figura di Ken Saro-Wiwa, un poeta nigeriano che poi, qualche mese dopo, fu anche citato da Roberto Saviano in un periodo storico in cui parlare di cultura in tv ancora non era materia di cui vergognarsi in questa stramba nazione. Pierpaolo Capovilla qui definisce l’intellettuale africano “un eroe dei nostri tempi”, definizione che negli ultimi quindici anni personalmente ho visto affibbiare a fin troppe persone ma che qui calza bene, viste le lotte e la fine, consapevole e triste, del poeta. Musicalmente forse l’ultimo bel lavoro degli ex One dimensional man che da lì in poi, tra cambi di formazione e di sonorità, ha un po’ perso la grinta dei primi lavori. Evviva però Ken Saro, che ancora oggi ci aiuta a ricordare l’importanza della lotta.

 

The Clash – I fought the law

 

 

Che poi la legge vincerà, ma non è questa la questione. La mossa della Rackete era strettamente nella logica delle cose che avrebbe avuto un seguito in tribunale, seguito che la vedrà probabilmente sconfitta–si chiama disobbedienza civile ed è un modo abbastanza semplice (come metodologia) per conquistare un diritto: violare consapevolmente la legge accettando le conseguenze sapendo che dietro esiste un mondo, sapendo che non è la legge, quella legge, la propria stella polare. Citofonare Parks, Mandela, chiunque durante l’olocausto sia andato contro quelle che erano al tempo le leggi. Non importa solo il peso di un singolo movimento, tutto serve per oliare gli ingranaggi sociali: non devono essere le leggi a definire le generazioni, ma le generazioni a migliorare uno status quo attualmente pessimo per certi versi.

The Zen Circus – Zingara (Il cattivista)

 

 

Tutte queste parole per dire cosa? Per sottolineare cosa siamo diventati. Ma è complicato farlo senza risultare pesante, banale, a tratti moralista. Anzi, nella neo lingua: buonista. Buonista che è ormai stato svuotato di significato diventando un insulto, a tal punto che nel 2016 gli Zen Circus hanno cercato su youtube la parola keyword “zingara” e, con i commenti reali degli utenti, hanno creato questo video agghiacciante e aberrante. Spaventosamente di impatto, accompagnato anche dalle parole del colonnello Kurtz di Apocalypse Now nel finale, decidiamo di chiudere così la parte “parlata” della playlist. Chiudiamo con la speranza che si prenda questo testo e lo si legga a voce alta, non solo riscrivendo quella sequela di insulti e parole di fuoco: è bene che sentiate pronunciare parole di morte, auguri di violenza, perché scritti sembrano vuoti. Pronunciati, invece, fanno male.

 

God is an astronaut – All is violent, all is bright

 

 

Ripensateci, a quelle parole. Pensateci bene anche durante gli ultimi quattro minuti della playlist odierna, ma pensateci bene per tutto il giorno, se serve anche per tutta la settimana, per tutto il mese. Pensate che quelle sono le parole dei vostri vicini, di vostro cugino, del fratello di vostro padre, del vostro salumiere, di quello lì con voi sul bus. Pensate dove siamo arrivati, pensate alla facilità con cui si augura il peggio a chi non si conosce e con quanta semplicità ci si batta poi il petto citando la Parola di un Dio che professava ben altro. E ho scelto di chiudere con i God is an astronaut perché non possiamo vivere sullo stesso pianeta se credete che le situazioni siano anche solo lontanamente conciliabili. La violenza, fisica e di linguaggio, si può sconfiggere. Basta volerlo, basta prendere posizione. Basta scegliere di voler fare del bene, a prescindere dalla vostra fede politica. Rialziamoci finché siamo in tempo, perché non ci sia vergogna quando, tra qualche anno, i vostri figli e nipoti vi chiederanno cosa abbiamo fatto, tutti noi, mentre la gente scappava dalla guerra e moriva in mare.

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