Maregrosso, l’esempio di negazione del tessuto urbano

Tornata alla ribalta per questioni giudiziarie, l'area di waterfront del centro di Messina subisce una progressiva devastazione antropica: negli anni '50, Maregrosso ospitava invece stabilimenti balneari dove gran parte dei messinesi trascorrevano l’estate

 

Riflettori ancora puntati su Maregrosso, segmento urbano dimenticato, relegato ormai a sede di discariche abusive, disordine e superfetazioni edilizie e diventato simbolo pulsante di degrado urbano tout-court.
Parliamo, per chi non lo sapesse, dello stesso luogo dove Giovanni Cammarata, geniale ed eclettico artista di strada ivi nato e conosciuto a livello internazionale, realizzò nel secolo scorso una “casa” ispirata a fiabe e sogni della sua infanzia; un manufatto che, nel tempo, è andato sempre più deteriorandosi, complici il vandalismo ma soprattutto il “non senso” che molti siti della città esercitano su di noi messinesi.

Maregrosso e tutta la Zona Falcata costituiscono un esempio di negazione non soltanto dell’intero “waterfront” sud della città, ma anche e in specie di ogni possibile “sentimento sociale” in grado di promuovere la valorizzazione delle periferie e la conseguente messa in opera di strutture e infrastrutture di collegamento, di servizi e di beni pubblici che le rendano parte viva e integrante del tessuto urbano. Il risultato è sotto i nostri occhi, e consiste in una progressiva devastazione antropica che ha impedito, passo dopo passo, la naturale vocazione paesaggistica, la bellezza incontaminata di cui questo lembo di costa godeva.

Negli anni Cinquanta del secolo scorso, Maregrosso ospitava infatti frequentati stabilimenti balneari dove gran parte della popolazione messinese trascorreva l’estate. Maregrosso e la Zona Falcata restano una scommessa che i messinesi debbono intestarsi, se davvero vogliono chiamarsi cittadini e non cellule avulse di una comunità ancora incapace di potersi dire tale.

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