Salvini, le conseguenze della sua vittoria e le responsabilità dell’essere leader

Perché l'exploit della "sua Lega" alle europee di domenica è un segno dei tempi. E che ruolo hanno la paura, la chiesa e i mali dell'occidente. Dal blog di Sergio Todesco

 

 

Что делать? E adesso? Matteo Salvini prima o poi (si spera non troppo tardi) scomparirà, come sono scomparsi – quasi tutti ingloriosamente – gli “uomini della provvidenza” ai quali gli italiani hanno pensato di affidare le sorti del loro futuro negli ultimi cento anni.

Quello che stenterà a scomparire è la somma di inculture, fobie, tabu, egoismi, familismi amorali, provincialismi che hanno reso possibile a un politico di mezza tacca di assumere un potere e un’autorevolezza forse mai prima conosciuti nella storia dell’Italia Repubblicana. Il problema per il Paese sarà allora quello di liberarsi non già di Salvini, bensì delle proprie ataviche pigrizie, della propria inveterata assenza di sentimento comunitario, della propria sostanziale incapacità (parlo per la maggioranza degli elettori) di cogliere, di percepire i segni dei tempi.

Capisco, e sono ben consapevole, che si tratta di tempi assai bui. La finanza e il profitto hanno ormai preso il sopravvento sul lavoro, la guerra sulla pace, la narrazione virtuale sulla realtà effettuale, l’edonismo sull’etica.

Mettiamola così. Un capitalismo planetario, simile a un Moloch sempre affamato di nuove prede, continua a dettare le leggi e le condizioni di esistenza per circa sette miliardi di persone. Si è fatto cieco a tal punto da non avvertire che l’elastico dello sviluppo illimitato sta per rompersi, a tale grado di tensione è stato sottoposto, e che la sua rottura trascinerà tutti, gli opulenti e i dannati della terra, in una condizione di ricominciamento barbarico dell’umanità al cui cospetto le fantasie cinematografiche del ciclo Mad Max potrebbero essere addirittura superate.

Questo capitalismo ha distrutto al suo passaggio, come una machina schiacciasassi, tutto quanto potesse ostacolarne l’incedere. Ogni diversità culturale, e la memoria stessa delle diversità, era la contestazione implicita della strategia capitalistica di trasformazione di ogni persona in mero consumatore di prodotti. Per consumare le stesse cose occorre che tutti abbiano i medesimi orizzonti, e questi orizzonti devono essere sempre più angusti affinché il consumatore non abbia la tentazione di interrogarsi sul senso del proprio illimitato consumo.

In questa sorta di planetario Risiko si sono tutti decisi a cimentarsi, facendo a gara nello sviluppare tecniche e strategie sempre più raffinate, o spietate se volete. Carestie, guerre civili, terrorismi, malattie, distruzioni delle risorse naturali, odio religioso, tutto è stato utilizzato per creare le condizioni migliori allo sfruttamento delle risorse, alla creazione delle masse-lavoro, alla vendita delle armi, alle mille e mille turpitudini che si registrano quotidianamente aprendo un giornale.

Cosa c’entra Salvini con tutto questo, con questo scenario planetario e apocalittico? C’entra, nella misura in cui i carnefici del pianeta hanno tutto l’interesse a mettere le une contro le altre le loro vittime. E come farlo se non destando paura? La paura, questo sentimento ancestrale che un tempo si rivolgeva verso cose concrete (la paura di una guerra, di una malattia, sul futuro dei figli, sul proprio lavoro) e adesso viene indirizzato verso narrazioni fittizie e mistificanti della realtà (qui da noi in Occidente l’arrivo dei barbari, la perdita dell’identità, del lavoro, della religione…).

Salvini, e tutti quelli come lui, si son fatti utili strumenti di tale strategia. Sono pochi i gruppi nel mondo a detenere il potere, e per farlo essi devono controllare, come di fatto controllano, le fonti di ricchezza, la finanza dell’intero pianeta, le banche centrali, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, le riserve auree, la salute di tutti, l’alimentazione, la comunicazione (tanto i social quanto i tradizionali mass media), la cultura… E per ottenere questo hanno da controllare soprattutto la politica, specie quella corruttibile.

Per costoro, queste sanguisughe dell’umanità, il problema è uno solo: come fare perché la gran massa degli altri, del resto di umanità, non si ribelli? Semplice, basterà affamarli, farli morire di guerre o epidemie, toglier loro le risorse e la terra stessa in cui vivono, metterli gli uni contro gli altri e il gioco sarà fatto.

Il vincitore indiscusso in Italia di queste recenti elezioni europee è quindi, ne sia o meno consapevole, un pupo manovrato da forze che stanno ben più in alto di lui. Forze che condizionano gli Stati, le economie, le forme di comunicazione, la vita sociale e qualche volta anche i sogni degli abitanti del pianeta Terra.

Eppure…Eppure tutto quanto avviene da qualche decennio, in particolare gli epocali flussi migratori che vanno da angoli di mondo resi invivibili verso le nostre plaghe (le nostre “magnifiche sorti e progressive”), eppure tutto ciò mostra, a chi abbia sguardo e cuore per percepirlo, che un nuovo ordine mondiale chiede a gran voce di essere riconosciuto. In quell’elastico teso ci stanno tutti, dall’Enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco ai barconi di disperati in fondo al Mediterraneo, dai bambini scheletriti dello Yemen a Greta Thunberg, dalle stragi terroristiche ai morti nel lavoro…

Certo, questo nuovo ordine mondiale appare ancora lontano, tanto più da un osservatorio come il nostro, un’Italia in cui a novantun’anni un vecchio dinosauro come Ciriaco De Mita è stato rieletto sindaco di Nusco, il comune dell’Irpinia da sempre suo feudo, e un decotto brontosauro come l’ex Cavaliere di Arcore annaspa faticosamente per avere ancora un posto al sole (dico faticosamente, ma anche goffamente, egli sta infatti ancora nel P.P.E. ma sbava dietro Salvini perché costui si decida a raccattarlo inserendolo nelle future alleanze).

Ma non è il caso di soffermarsi ancora su queste infime quisquilie.

Nel prossimo mese di ottobre, in accordo con l’annuncio di Papa Francesco di due anni fa, avrà inizio l’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per riflettere sul tema Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale.

Già leggendo il Documento Preparatorio a questo epocale Sinodo si scopre come la Chiesa si accinga a varare “cammini di evangelizzazione ….. pensati per e con il Popolo di Dio che abita in quella regione: abitanti di comunità e zone rurali, di città e grandi metropoli, popolazioni che vivono sulle rive dei fiumi, migranti e profughi e, specialmente, per e con i popoli indigeni”.

Si profila un’attenzione mai fino ad oggi rivolta verso i disperati del pianeta (quelli che un tempo erano etichettati Terzo Mondo) che a ben vedere sono le vittime principali della globalizzazione, della desertificazione, dei genocidi da lungo tempo perpetrati dalla nostra gloriosa civiltà. Sono questi i segni dei tempi, che l’ottusità leghista (ma, ad esser sinceri, quella di quasi tutti i partiti politici in Occidente) non riesce a scorgere, imprigionata come essa è nel suo pesante cappotto di egoismo, di chiusura nel proprio angusto particulare.

Se dunque oggi sembra che non ci sia granché da sperare, è pur vero che non conviene disperarsi. Chissà che il protocollo delle nostre attuali paure non sia destinato a mutarsi, forse più presto di quanto non appaia, nella mappa di speranze che diventano realtà!

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