La playlist di Gregorio Parisi per sopravvivere al lunedi

Un inizio di settimana davvero tetro, di quelli quasi post-apocalittici. E il nostro blogger Gregorio Parisi si adegua, e propone cinque pezzi a sfondo politico. Perlomeno nelle intenzioni

Oggi vi vedo stanchi, perché la maratona elettorale di LetteraEmme vi ha probabilmente fatto dimenticare che il lunedì può anche essere peggiore del solito, se nel nostro paese rappresenta il giorno successivo a delle elezioni. Avete votato qualcuno che non ce l’ha fatta, non siete andati alle urne, o avete trovato il candidato che con lo slancio giusto ha guadagnato un seggio? In tutta sincerità non ci importa, perché abbiamo deciso di fare una playlist ad alto tasso di politica, perlomeno nelle intenzioni. Quindi andiamo con le cinque canzoni che risolleveranno il vostro lunedì.

 

Amor Fou – De Pedis

Enrico De Pedis detto Renatino ha avuto i suoi ricchi intrallazzi con la politica e quindi partiamo dal brano che porta il suo nome, una delle canzoni più belle mai scritte dagli Amor Fou, gruppo che si è sciolto dopo aver scritto quello che secondo me è stato il loro disco migliore, Cento giorni da oggi. De Pedis invece è tratta da I moralisti, anno domini 2010, l’album che li fece esplodere nel panorama indie italiano; terzo posto al premio Tenco, riconoscimenti da più o meno ogni testata e consacrazione di Raina, penna raffinata e adesso autore per Universal. Un indizio: se qualche mesetto fa vi siete messi a ballare sotto il sole sotto il sole di Riccione di Riccione è stato anche per merito (o colpa) sua.

 

Baustelle – Il liberismo ha i giorni contati

L’inizio è italiano e non poteva essere altrimenti, per cui dopo gli Amor Fou ci becchiamo anche i Baustelle che in Amen dipingevano scenari tetri per la società: Il liberismo ha i giorni contati racconta tramite gli occhi e la storia di tale Anna quanto accadeva nel mondo, e gli echi di quelle sensazioni ancora oggi sono vivi e vegeti attorno a noi. L’esistenzialismo tipico dei Baustelle applicato alla politica trova forse in Amen il punto più alto del cinismo di Bianconi, mai gratuito e sempre tendente a mostrare una parte di società sotterranea, nascosta tra le pieghe di un “come stai?” casuale. Non per caso, forse, uno dei loro lavori migliori.

 

Lee Hazlewood – These boots are made for walking

In Amen, tra le altre, c’è una canzone che rappresenta un omaggio a un brano che ha scritto la storia: Panico!, infatti, cita come struttura ritmica e anche nel testo Lee Hazlewood e la sua These boots are made for walking, poi resa celeberrima dalla voce di Nancy Sinatra. La canzone è iconica, riconoscibile alla prima nota da chiunque, ed erano soliti intonarla i soldati americani in Vietnam durante quella spedizione non esattamente vittoriosa per gli statunitensi. I meno fortunati, in epoca moderna, l’hanno conosciuta con la versione di Jessica Simpson, qualcosa di cui, francamente, avremmo volentieri fatto a meno, ma come si suol dire: chest’è.

 

Black Sabbath – War Pigs

Si parla di guerra del Vietnam, e la mente vaga libera verso uno di quei brani che meglio descrivono quel periodo: War Pigs sarebbe dovuto essere anche il titolo di Paranoid, disco del 1970 e caposaldo nella carriera di Ozzy e compagnia. I maiali della guerra nell’ultima strofa fanno la fine che meritano, fermati dal giorno del giudizio e dall’incontro ravvicinato con satana, cui chiedono pietà in ginocchio. Le sue risate, però, aiutano a capire bene che non ci sarà perdono. Otto minuti di intensa, profonda accusa verso i vertici del mondo, verso i signori della guerra, verso chi governa. Otto minuti che sono piaciuti anche ai nostri genitori, ma che non sono stati capiti proprio da tutti.

 

Soundgarden – The day I tried to live

È solo un altro lunedì, solo un’altra settimana che inizia dopo un’altra che è terminata, dopo una in cui come lo scorso anno non c’è stata la playlist, sempre in periodo elettorale o qualcosa di simile. È una coincidenza che mi è tornata in mente in modo prepotente qualche giorno fa quando mi sono reso conto che per il secondo anno consecutivo non ho scritto nulla su queste pagine per ricordare Chris Cornell, che due anni e qualche giorno fa decideva di lasciarci su questa terra privandoci della sua presenza, della sua voce ineguagliabile, della sua arte pura senza la quale queste parole non sarebbero mai esistite perché io, senza Chris, senza i Soundgarden, senza Seattle non credo potessi essere in grado di trovare qualcuno che parlasse direttamente a me con queste canzoni che sono sempre pezzi di cuore. In ritardo, ma ciao Chris.

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