Cinque luoghi di Messina da riportare “al centro” della città

Dal fascino della Scalinata Santa Barbara, simile a una piccola "Montmartre", alla location "cinematografica" della Badiazza, un breve elenco di monumenti e spazi dal grande potenziale che potrebbero essere riqualificati e valorizzati

La scalinata Santa Barbara

È uno degli scorci della città più suggestivi, dove il tempo sembra essersi fermato, fra resti pre-terremoto, casette variopinte, spazi pubblici immersi nella quiete e la piccola chiesa della “Madonna della Rosa”, quasi celata fra gli edifici, che seduce la vista con la sua bellezza discreta. Dinoccolata fra il Viale Italia e la via Tommaso Cannizzaro, lungo la grande cinta muraria voluta da Carlo V in occasione della sua visita ufficiale in città (1535) e a ridosso dell’antico borgo del Tirone (o di quel che ne resta…), la vecchia scalinata prende il nome da un complesso religioso monastico di epoca medievale che sorgeva nell’omonima piazza.
Riqualificata qualche tempo fa dal Comune di Messina (progetto e direzione lavori di Nino Principato con la collaborazione dell’architetto Salvatore Corace e del geometra Luigi Gugliandolo), negli anni scorsi ha ospitato vari eventi culturali, sfruttando anche le tre “piazzette della memoria” che la costeggiano.

La proposta: Grazie al suo fascino “antico” e alla posizione privilegiata al riparo dal traffico impazzito dalla città  – quasi un unicum  nel centro urbano – la scalinata potrebbe divenire una piccola Montmartre messinese, ospitando mercatini dell’artigianato, mostre d’arte o di fotografie, presentazioni letterarie, piccoli spettacoli teatrali o di street art e, perché no, anche dei concerti acustici all’aperto.

 

 

La Badiazza

 

Se si trovasse nel centro storico sarebbe probabilmente uno dei principali simboli di Messina, nonché uno dei suoi monumenti più visitati e fotografati. Strano e triste destino quello della chiesa di Santa Maria della Valle (o della Scala), meglio nota come la “Badiazza”,  edificio religioso ubicato nel letto di un torrente lungo il percorso di valico dei monti Peloritani ai piedi dei colli San Rizzo. Fondata nell’XI secolo da monache Benedettine e segnata da una storia parecchio travagliata, fra alluvioni, periodi di abbandono, incendi, saccheggi, atti di vandalismo e lavori di restauro senza fine, di recente si è classificata al 42° posto in tutta Italia (quarta in Sicilia e prima in provincia di Messina) fra “i luoghi del cuore” nel contest indetto dal Fai.

A interessarsi delle sue sorti, di recente, sono stati vari storici cittadini e il consigliere di LiberaMe Alessandro Russo, che si è focalizzato sulle attività promosse dall’associazione “Il Centauro Onlus” prima della revoca alla concessione gratuita (nel 2018), concessa circa 10 anni fa. Nel frattempo si attendono i 2,4 milioni previsti nella tabella “A” del Patto per il Sud”, confermati nel bilancio approvato dalla Regione, e due gare d’appalto da indire a giugno per portare avanti i lavori.

La proposta: fare in modo che il monumento torni fruibile tutto l’anno, e non solo nelle occasioni “comandate”, valorizzandolo come merita (a partire magari dalle indicazioni stradali per raggiungerlo). Data la bellezza, la location sui generis e l’importanza storica, artistica e culturale, le potenzialità sono infinite. Una possibilità fra le tante? Lo scenario “cinematografico” e selvaggio, che potrebbe essere sfruttato ad hoc da film commission e registi per produzioni locali e internazionali. Una scena del Trono di Spade, girata qui, non avrebbe per nulla sfigurato.

 

 

Il mosaico della Stazione marittima


Per tirare fuori dal dimenticatoio uno dei luoghi più belli (e trascurati) della città è stato necessario l’interesse, la buona volontà e l’amore per la propria terra dei volontari di “PuliAmo Messina”, che hanno inserito la stazione marittima nel programma di MessinArcana, manifestazione culturale che ha attirato in appena tre weekend circa 2000 visitatori (alla sua prima edizione).
Per chi non lo sapesse, la stazione (risalente al 1866) ospita al suo interno uno splendido mosaico lungo circa venti metri e alto quattro, posizionato lungo una parete curva del corridoio panoramico che un tempo consentiva ai viaggiatori di accedere agli imbarchi dei traghetti.
Voluta del grande ingegnere e architetto Angiolo Mazzoni, che nel 1938 incaricò Michele Cascella di realizzare il bozzetto per il progetto esecutivo (ad occuparsi del mosaico fu l’Opificio delle Pietre Dure della Scuola del Mosaico della Reverenda Fabbrica di San Pietro), l’opera rappresenta allegoricamente la storia della Sicilia, dall’ingresso dei Normanni in Sicilia alla ribellione dei Vespri siciliani, fino alla “glorificazione” di quegli anni, con la figura di Benito Mussolini al centro del racconto (in piena tradizione fascista). Danneggiato più volte nel corso degli anni, il Mosaico dell’Impero, così come tutto il salone, è poi finito totalmente del dimenticatoio dopo gli interventi restyling ad opera di Rfi, nel 2006, che di fatto ridisegnarono la configurazione della Stazione, interdicendo l’accesso pedonale alle navi traghetto tramite il salone (oggi si accede per mezzo della rampa situata all’esterno).
La proposta: quella di riconsegnare alla cittadinanza il salone è un’idea ciclica, più volte rilanciata negli anni (uno degli ultimi è stato Gaetano Sciacca nel corso dell’ultima campagna elettorale per le amministrative). Per farlo, in fondo, basterebbe poco: solo piccoli accorgimenti per regalare a migliaia di viaggiatori che ogni giorno attraversano lo Stretto un “biglietto da visita” con pochi uguali, grazie alla bellezza dell’opera d’arte, all’architettura inusuale del salone e all’incredibile panorama dello Stretto.

 

 

 

Le case basse di Paradiso

In una città immaginaria, in cui i trasporti sarebbero via mare e tutte le zone della città collegate fra loro attraverso un vero e proprio sistema di “gondole” tutte messinesi, il luogo in cui sorgono le case basse di Paradiso rappresenterebbe lo snodo fondamentale, a metà, fra i villaggi periferici e il centro di Messina.
Tornando con i piedi per terra, però, la porta nord della città dello Stretto resta tuttavia un punto ancora degradato dove, alla foce del Torrente Annunziata, trova anche spazio la casa della poetessa Maria Costa, per niente messa in risalto né alcuna indicazione che conduca al punto in cui sorge il patrimonio dell’Unesco, né alcun progetto di riqualificazione di un’area, vicinissima al capolinea del tram, in cui circa dieci famiglie trovano alloggio in vere e proprie catapecchie, nemmeno troppo nascoste all’occhio di chi cammina sulla pista ciclabile della litoranea.
Nonostante nel settembre del 2016 il consiglio comunale abbia chiesto la realizzazione della “casa museo” in quella piccola abitazione dell’Annunziata, tuttavia il centro non soltanto è chiuso ai cittadini che vogliano far visita al luogo in cui visse Maria Costa, ma è difficile anche intuitivamente raggiungerla nel breve sentiero che conduce verso il luogo dove oggi sorge il mausoleo della donna.
L’ex Assessore ai lavori pubblici Sergio De Cola aveva dichiarato di essere contrario alla demolizione delle abitazioni del rione delle Case Basse e in modo particolare alla casa dove è vissuta la poetessa messinese. Un piano di sviluppo alternativo e un cantiere per omaggiare la donna avrebbe previsto, invece, una riqualificazione dell’area attraverso anche un percorso di valorizzazione culturale del luogo.
La proposta: introdurre il rione delle case basse in un percorso di riqualificazione che possa valorizzare non soltanto la “casa Museo” di Maria Costa ma che conduca i turisti e gli utenti in un “viaggio nel tempo” in una Messina che è stata un tempo borgo marinaro e che oggi, del suo passato, conserva pochi tratti, dimenticati.
 

 

L’area Asi di Larderia

 

Pensata, secondo il progetto iniziale, come una Silicon Valley in riva allo Stretto, con una superficie totale di circa 139.000 mq e 42 capannoni, l’area Asi di Larderia, oggi, offre spazio alle poche aziende messinesi che, nonostante il tempo di magra, continuano a investire sul territorio, mantenendo, a pochi chilometri dal centro cittadino, la sede del proprio commercio. L’Asi di Larderia, infatti, potrebbe ospitare almeno cinquanta aziende e, grazie agli ampi spazi di cui è costituita, diventare un vero e proprio centro industriale e commerciale della città.
In un panorama in cui gli investitori abbandonano sempre più l’idea di una conduzione aziendale propria, l’Asi di Larderia avrebbe tutta la possibilità di poter diventare un punto di rilancio dell’artigianato messinese, dando la possibilità al settore produttivo cittadino di tornare a essere competitivo sul mercato, grazie anche a un percorso di integrazione con l’area commerciale del centro città e a un collegamento con il turismo dello Stretto che possa convogliare nell’area, oltre a negozianti e artigiani, anche acquirenti.
Nell’agosto del 2017 la firma  dell’accordo di programma  Prusst – Messinaperil2000 – Patto per il Sud,  del sindaco, Renato Accorinti, l’assessore alle Attività Produttive Guido Signorino ed il dirigente dell’Ufficio Periferico Irsap, Daniele Tricomi sembrava aver riaperto la questione. L’accordo prevedeva che i finanziamenti del Masterplan potessero essere utilizzati dal Comune, oltre che per la realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria, anche come contributo  agli espropri per le aree da acquisire. Addirittura si era anche ipotizzata la possibilità di creare uno svincolo autostradale immediatamente collegato con l’area in seguito all’ampliamento della stessa sul lato mare.
La proposta: aprire l’area Asi di Larderia a investitori locali e nazionali, adibendo l’area non soltanto a zona prettamente industriale ma a sede di smercio dei prodotti locali, affinché possano trovare spazio anche gli artigiani messinesi che, dal produttore al consumatore, immettano prodotti locali sul mercato.

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