Messina, 42 anni fa lo “scempio” dei Gesuiti di Piazza Cairoli

Nel mese di marzo iniziava la demolizione del Collegio e della chiesa di Santa Maria della Scala progettati da Antonio Zanca. Il ruolo del sindaco Merlino e il colpaccio di Giuseppe Franza

 

MESSINA. Quarantadue anni fa, nel mese di marzo, prende il via la demolizione del Collegio dei Gesuiti e dell’annessa chiesa di Santa Maria della Scala progettati da Antonio Zanca (autore, in città, del Palazzo Municipale). Tutto comincia con la decisione dell’Ordine, oberato dai debiti, di alienare l’intero complesso. Le trattative vengono aperte con l’Università degli Studi e il Comune. In entrambi gli enti, a giocare un ruolo fondamentale, è l’allora sindaco Giuseppe Merlino, che, da consigliere di amministrazione dell’Ateneo, sconsiglia l’acquisto mentre, per conto del Comune, suggerisce, stante la situazione finanziaria, di acquistare sì, ma di procedere con la demolizione e la costruzione di un nuovo edificio.

 

 

A riepilogare duramente la vicenda, sul glorioso “Il Soldo”, nel 1976, è l’architetto Nino Principato, che così ne narra l’epilogo: “Tolti di mezzo i due più pericolosi concorrenti si fece avanti l’ingegnere Giuseppe Franza… concluse l’affare con i Gesuiti, ormai con l’acqua alla gola, spuntando un prezzo di un miliardo e duecentocinquanta milioni, battendo così qualche altro ipotetico acquirente… Successivamente Franza concluse con la Standa (Montedison) un accordo per la costruzione sull’area dei Gesuiti di un magazzino Standa il destino dei Gesuiti era segnato: giù scuola, giù chiesa, per erigere il monumento al consumismo; l’intervento del pretore Romano, le discussioni sul piano Borzì, la delibera comunale con la concessione a Franza di quattordici metri cubi per metro quadrato sono avvenimenti ampiamente trattati in questo periodico. Sembra quasi sogno ma è realtà, è la storia della politica asservita all’economia…”.

A raccontare per immagini lo scempio fu, tra i tanti, il fotografo Saro Armone, i cui scatti, adesso, il figlio Giuseppe sta lentamente scannerizzando, provando a ricostruire una vera e propria storia di Messina vista dagli occhi del padre. Letteraemme ne pubblica tre, per gentile concessione.

 

 

Il progetto di Zanca per il Collegio dei Gesuiti copre un arco temporale che va dal 1922 al 1933. Nell’immaginare il complesso, l’architetto palermitano dà fondo alla profonda conoscenza dell’architettura arabo-normanna, maturata dedicando anni e anni ai rilievi della Cattedrale del capoluogo. L’architetto interpreta lo spirito dei tempi, provando a creare un ponte tra il passato della città e il presente, scempiato dal tragico terremoto del 1908: “I disegni di Antonio Zanca, datati a partire dal 1922, sono attualmente conservati presso l’archivio Zanca del Dipartimento d’Architettura dell’Università di Palermo e documentano di un iter progettuale particolarmente lungo nelle procedure ma altresì dell’attenzione al dettaglio con la quale l’artefice illustrò e sviluppò la sua proposta progettuale. I due edifici vennero concepiti come organismi indipendenti e autonomi, sia per la diversa destinazione d’uso, sia per il fatto che furono costruiti in tempi diversi: il collegio prima, e la chiesa dopo. L’edificio destinato allo svolgimento dell’attività pedagogica presentava una pianta trapezoidale che assecondava la dimensione geometrica dell’isolato, si sviluppava attorno ad una corte, secondo schemi ed impianti già sperimentati altrove per strutture con analoghe funzioni e si articolava in quattro corpi di fabbrica disposti lungo i lati dell’isolato. I prospetti, come precisa Zanca, richiamavano il ‘partito architettonico decorativo dell’architettura siciliana del XII e XIII secolo’ ed erano caratterizzati da un sistema di bifore, lesene ed archeggiature cieche di chiara ascendenza normanna… I lavori furono iniziati verso la fine del 1926, prima ancora che fossero completati i locali della sagrestia, della torre campanaria e della scala di accesso alla tribuna ed alle gallerie (lavori questi compresi, tutti, nel progetto del Collegio), e furono completati il 30 giugno 1933. La cappella di S. Maria della Scala si rifà in maniera decisa ai modelli normanni, e in particolare alla chiesa palermitana di S. Cataldo. Era possibile accedere all’interno per mezzo di tre ingressi; uno principale sulla via Nicola Fabrizi e due secondari, di cui il primo sulla via Ugo Bassi, e l’altro, interno, sotto il portichetto che chiude a nord il grande cortile del collegio. La quota altimetrica della chiesa era la stessa di quella del cortile del Collegio… Al suo interno sono stati previsti pilastri a croce di sezione ottagonale con capitelli e pulvini sormontati da archi acuti” (da Nunzio Marsiglia, “La ricostruzione congetturale dell’architettura. Storia, metodi, esperienze applicative”, pp. 165-174, Palermo, Grafill, 2013).

 

 

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MARIO CAPUTOFelicePaolo FarandaLina GranataGaetano Maricchiolo Recent comment authors
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CarnM
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Come sempre, interessantissimo articolo che svela e ricostruisce l’inglorioso prossimo passato di Messina per far capire ai giovani come è stata trattata la loro città, ormai ridotta al lumicino. Interssanti le foto, ma anch’esse sfregiate da un volgare, a mio modo di vedere, copyright. Daniele, ho una decina di foto scattate con la mia Leica che se vuoi te le posso mandare in omaggio.

Gaetano Maricchiolo
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Ho frequentato la prima elementare in quella scuola.Ero piccolo e non mi rendevo conto della belleza dell’edificio e della chiesa.Come sempre a Messina i “baroni” hanno fatto i loro sporchi comodi con i loro soldacci e le loro generose amicizie nel “palazzo”.Ma sembra che pian piano adesso qualcosa stia cambiando. Speriamo per il bene della nostra citta’.

Lina Granata
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Lina Granata

Non credo che possa cambiare nulla finché tutto rimane impunito e mancano professionalità. La nostra università che ha vantato nomi prestigiosi ora è agli onori della cronaca per altro. E Messina, ricostruita dopo il terremoto, viene definitivamente sepolta…….

Paolo Faranda
Ospite

Strazio perenne di uno studente liceale del Collegio(liceo scientifico) che lasciò Messina, appena diciottenne, per non assistere al degrado e allo squallore in cui è oggi ridotta la sua Messina. Era il mese di Settembre del 1961. Non sono stati il terremoto del 1908 e i bombardamenti del 1943, ma la mano scellerata dell’uomo decretare la fine della città.

Felice
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Felice

Mamma mia che tristezza infinita. E poi ancora oggi ci chiediamo perché siamo ridotti così..

MARIO CAPUTO
Ospite
MARIO CAPUTO

N.B.: nella vicenda in questione, un piccolo ruolo lo ebbe la madre dell’Ing. Franza, che in proposito gli disse, a pranzo, in quei giorni “Pippo, ricordati, scherza con i fanti, ma lascia stare i Santi. La Chiesa deve rimanere. Promettimelo”. E fu cosi’ che la Chiesa (Santa Maria della Scala), rimase in piedi. Lo dico da testimone oculare (ero a tavola).

MARIO CAPUTO
Ospite
MARIO CAPUTO

Quanto poi al discorso complessivo.Sarebbe importante capire meglio quali furono le criticità (se ve ne furono) che prosciugarono le casse di quel prestigioso Collegio. Forse fu determinante l’andamento del numero di iscrizioni annuali, oppure quello delle sovvenzioni. Ma questa è un’altra storia.