Due o tre cose che so sulla Pasqua

L'etnoantropologo Sergio Todesco racconta "la serie di cerimonie che in qualche modo si fanno carico di distendere spazialmente, attraverso sacre rappresentazioni, l’evento sacro" a Messina e provincia

La festa della Pasqua è la festa cristiana per eccellenza; la sua pregnanza è data dal contenere in unità inestricabile alcuni dei tratti fondamentali che hanno caratterizzato le concezioni del mondo all’interno delle società arcaiche: penitenza, purificazione attraverso il sacrificio, fertilità, morte e rinascita. È indubbia la doppia valenza e la doppia origine del mito pasquale: l’orizzonte culturale che la Pasqua sottende è per un verso totemico, per altro agrario.

Il mito del dio che muore e rinasce ha potuto cioè funzionare come fonte di verità tanto per le culture di cacciatori-raccoglitori e pastorali-nomadiche (e in tal caso l’accento va posto sull’aspetto sacrificale, sull’immolazione di un capro espiatorio) quanto per le culture agricole e contadine, con il grande tema simbolico del chicco di grano che deve morire per poter fruttificare.

Di tali ambiti, il primo si inscrive in una traiettoria che comprende a) l’espulsione del male; b) il sacrificio; c) il pasto comunitario. Il secondo registra invece come momenti di rilievo x) la morte; y) la sepoltura; z) la rinascita o resurrezione come vittoria sulla morte ottenuta per mezzo di una passione. Va ribadito che nella Pasqua, in specie nei comportamenti collettivi che i ceti popolari della nostra isola hanno elaborato per ripetere ritualmente tale evento, questi momenti si presentano strettamente interconnessi, e non è arduo spiegarsene la ragione: la Pasqua popolare si può paragonare a un palinsesto in cui sono presenti, stratificati, temi e motivi che rinviano a condizioni socio-economiche e culturali spesso assai distanti tra loro, precisamente quali esse si sono storicamente succedute nella civiltà euro-asiatica perlomeno negli ultimi duemilacinquecento anni.

Basterà qui addurre a esempio la pratica popolare della visita ai sepolcri il giovedì santo, con il particolare tributo reso ai lavureddi di grano o di altre primizie agrarie, la quale è troppo simile alla pratica propiziatoria che in età precristiana si esprimeva nei cosiddetti “giardini di Adone” perché si possa considerare una mera coincidenza.

Se passiamo a prendere in esame i dati folklorici, troveremo che i fenomeni cerimoniali di cui si sostanziano le rappresentazioni popolari della Pasqua possono essere tutti ricondotti ai diversi motivi che compongono il grande tema della morte-rinascita di cui ho sommariamente richiamato le principali articolazioni. La settimana santa in provincia di Messina presenta a questo proposito numerose cerimonie che possono essere lette e decodificate in tal senso. Va intanto rilevato che risulta preponderante la serie di cerimonie che in qualche modo si fanno carico di distendere spazialmente, attraverso sacre rappresentazioni figurate e intensamente vissute dall’intera comunità, l’evento sacro, in ossequio all’esigenza, tuttora avvertita in seno a culture non urbanocentriche, di compartecipare la fondamentale vicenda di morte pasquale trasformandola in pratica teatrale comunitaria.

Tale è il caso delle numerose sfilate di personaggi, come la processione degli Apostoli che ha luogo a Longi la Domenica delle Palme, in cui la figura del traditore Giuda diventa vero e proprio capro espiatorio su cui si concentra la strategia comunitaria di espulsione collettiva del male, o sempre nello stesso centro la processione del giovedì di Cristo e i tri afflizianti, penitenti biancovestiti in cappuccio come i Babbaluti di San Marco d’Alunzio; le ricche Viae Crucis in cui le scene della Passione sono rese attraverso gruppi statuari trasportati su Vare o Varette, come a Barcellona, Mistretta o Messina, ovvero rappresentate da personaggi viventi, come a Montalbano Elicona o Francavilla di Sicilia.

Ciò che colpisce in tali cerimonie è la intensa partecipazione popolare, appena scalfita da una mutata composizione sociale della massa dei fruitori, un tempo costituita unicamente da gente del comprensorio oggi in gran parte da turisti.

È in effetti l’intera Settimana Santa, scandita da pratiche incentrate sulla mortificazione, sulla lamentazione e sulla dolorosa contemplazione della morte, a costituirsi come periodo di elaborazione collettiva di un lutto cui vengono annessi significati cosmici.

In questa sede, non potendo descrivere tutta la variegata fenomenologia dei riti pasquali, mi limito a richiamare alcuni particolari momenti festivi, che si presentano a vario titolo come esemplari rispetto ai modelli celebrativi più o meno standardizzati della Settimana Santa.

L’ultimo venerdì del mese di marzo, o il venerdì precedente se questo dovesse coincidere con il Venerdì Santo, si svolge a San Marco D’Alunzio la festa del Crocifisso detta anche ‘u Sarmuni. Il culto del Crocifisso in questo antico centro dei Nebrodi risulta vivo sin dal 1400 nella Chiesa dell’Aracoeli, mentre la festa attuale pare essere stata decretata agli inizi del XVII secolo. Le sue modalità di svolgimento meritano di essere qui richiamate.

Durante le funzioni religiose che hanno luogo all’interno della stessa chiesa, trentatre penitenti anonimi, iscrittisi per tempo a compiere il sacro ufficio di portatori della vara del Crocifisso, si vestono presso una chiesa vicina da babbaluti indossando un sacco di tela blu, un cappuccio a punta con fessure per gli occhi e calzettoni dello stesso colore. Il rito della vestizione si svolge in un clima di segretezza, l’immagine finale degli incappucciati è quella di una consorteria medioevale depositaria dell’esecuzione di un arcaico rito penitenziale.

Dalla porta laterale della chiesa (porta fausa) prende avvio un corteo che conduce in preliminare processione il SS. Sacramento. Una volta rientrato il corteo dalla porta principale, inizia la Messa al termine della quale si provvede ad allestire il bajardu, grande impiantito ligneo munito di lunghe stanghe, che dovrà fungere da basamento al Crocifisso. Questo viene distaccato dalla nicchia che lo ospita, e “deposto” per mano della intera massa dei fedeli in un clima di intensa commozione; la Croce viene quindi issata sul bajardu, alloggiata entro un foro presente nell’impiantito e bloccata con cunei di legno.

Frattanto i Babbaluti, chiamati anche significativamente Giudei, raccoltisi dinanzi la chiesa sono entrati in coppia dalla porta fausa, non senza averne prima baciato in segno di umiltà la soglia. Riusciti poi dalla porta principale, essi si pongono inginocchiati lungo le stanghe del bajardu che presenta ai piedi della Croce anche un quadro dell’Addolorata con le sette spade del martirio di Cristo.

Dopo il sermone sacerdotale inizia la processione che vede trentadue Babbaluti equamente dislocati alle quattro stanghe del pesante fercolo mentre il trentatreesimo indietreggia col viso rivolto verso il Crocifisso, disciplinando la processione e dirigendo il passo cadenzato degli incappucciati che procedono al grido di Signuri, misericordia e pietà!

Questo singolare rito penitenziale, certamente propedeutico alle celebrazioni pasquali per la sua valenza espiatoria, ha mantenuto intatta la sua drammaticità nonostante il contesto nel quale oggi esso si svolge non sia più quello originario. Di probabile influenza spagnola, ‘u sarmuni, o ‘a festa d’u Signuri come esso viene chiamato, è una processione in cui le esigenze mortificatorie e sacrificali vengono affidate non già ad atti di violenza reale o simbolica, come nel caso dei flagellanti presenti in rituali analoghi nella cultura popolare meridionale, bensì a un’espressione di pentimento e a una richiesta di perdono tanto più significative quanto più platealmente manifestate all’intera comunità.

Non è forse privo d’interesse riflettere sull’accostamento di tale rito penitenziale collettivo con la pratica dell’anonimato da parte dei Babbaluti, che potrebbe adombrare usanze, un tempo certamente diffuse, incentrate sulla confessione pubblica dei peccati.

La Settimana Santa a Castroreale è caratterizzata dalle due processioni del Cristo Lungo che hanno luogo il mercoledì e il venerdì, con un percorso sostanzialmente identico, e con l’unica aggiunta, il venerdì, della presenza di tre bambini, posti ai piedi della Vara, uno dei quali tiene in mano un calice su cui cola dal Crocifisso, simboleggiato da un rosso nastro, il sangue della passione.

Risalente al XVII secolo, o addirittura a un secolo prima (A. Bilardo), la processione del Cristo Lungo è la proiezione territoriale di un culto assai remoto attestato presso la locale Chiesa di Sant’Agata. Il rito si svolge, oltre che durante il periodo pasquale, anche il 23 e il 25 agosto, a memoria di un intervento salvifico avvenuto nel 1854, quale fu ritenuto l’essere risultato il paese di Castroreale immune dall’epidemia di colera che in quell’anno si era abbattuta sull’intera provincia.

U Signuri Longu, come viene chiamato, è un Crocifisso in stucco e cartapesta del XVII secolo svettante in cima a un palo alto oltre dieci metri alla cui sommità, poco prima dell’innesto della croce, è collocato un globo riproducente il cielo stellato attraversato dalla fascia zodiacale. Tale altissima machina che supera, montata com’è su una pesante vara cui viene assicurata con perni d’acciaio, i tredici metri d’altezza e domina durante il percorso processionale su tutti gli edifici del paese a eccezione di una torre campanaria e della Matrice, viene sollevata all’inizio del suo uso con la cosiddetta operazione di inalberamento, durante la quale è grande cura dei maestri di forcina, muniti di lunghe pertiche terminanti appunto con forcine di ferro, puntellare l’altissima Croce astile incastrando le loro pertiche su chiodi posti a intervalli regolari in due facce del palo su cui si innesta il Crocifisso.

Il delicato e continuo lavoro di puntellamento e di bilanciamento da parte dei maestri di forcina fa si che la vara con l’altissima Croce in perfetto equilibrio possa essere condotta a spalla per le strette e irte vie del paese senza rischio alcuno per l’incolumità dei fedeli. Portatori e maestri di forcina, un tempo appartenenti rispettivamente al ceto dei contadini e a quello degli artigiani mastri d’ascia, sono oggi piuttosto dei fedeli fieri di tali incarico, considerato da essi un privilegio che si trasmette orgogliosamente di padre in figlio.

La vara muove dalla Chiesa di Sant’Agata da cui proviene il Crocifisso e compie un percorso abbastanza breve, con una significativa sosta all’interno della Chiesa Madre per una messa che interrompe la processione. Alla fine del percorso si svolgono le delicate operazioni di abbassamento che consentono di introdurre orizzontalmente la Croce nel suo luogo di giacenza.

U Signuri Longu di Castroreale è, nella sua scarna tipologia, un vero e proprio axis mundi, la cui messa in circolazione consente alla comunità per un verso di riaffermare il proprio controllo simbolico sul paese attraverso la stesura di un reticolo protettivo che orizzontalmente lo percorre; per altro verso di abbinare a tale strategia di plasmazione degli spazi un’ulteriore carica simbolica derivante dalla dimensione verticale.

L’axis mundi diventa un asse del mondo in movimento che consente alla comunità di guadagnare nuovi spazi pur rimanendo al centro del proprio universo. Il lignum crucis trova qui i suoi più remoti e arcaici antecedenti, connettendosi all’albero cosmico che unisce il cielo alla terra, e conferisce senso e orientamento a quest’ultima, proprio come, e non è certo un caso che si tratti sempre di un rituale pasquale, nella processione del Signuri di li Fasci a Pietraperzia, in provincia di Enna.

Il momento più significativo del ciclo pasquale a Messina è la processione delle barette del Venerdì Santo, che costituisce una delle più antiche tradizioni popolari messinesi.

L’uso di condurre in processione gruppi statuari raffiguranti scene esemplari della Passione durante la Settimana Santa è infatti attestato a Messina da circa quattro secoli. Come in molti altri centri della Sicilia e del Meridione, la Via Crucis di Messina è di chiara origine spagnola e mutua le proprie caratteristiche dal costume tipicamente iberico di celebrare le feste pasquali con grandi rappresentazioni a cielo aperto, fortemente drammatizzate, nelle quali si rievocano le fasi salienti della passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo, affidate a serie di tableaux vivants con personaggi in carne e ossa o, appunto, a gruppi statuari condotti in processione da numerosi portatori i quali, per devozione o per estinguere il debito contratto con un voto, si sobbarcano la fatica del trasporto di tali pesantissime machine.

La processione della Via Crucis consiste nel trasporto delle barette, ognuna delle quali seguita da un gran numero di fedeli, lungo un articolato percorso che, dipartendosi dalla piazza Duomo ove i fercoli sono stati fatti convergere dopo essere stati prelevati dalla sede che attualmente li ospita, a questa poi ritorna a seguito di un tragitto che prevede numerose fermate o stazioni durante le quali le scene della Passione sono fatte oggetto di mesta contemplazione; pratiche devozionali e penitenziali, orazioni e preghiere collettive.

In passato, quando tra il XV e il XVI secolo si venne affermando tale rito, in luogo dei gruppi statuari venivano condotte in processione l’urna con il Cristo morto seguita da altre bare. La cerimonia si svolgeva nella notte del giovedì santo ed era organizzata e gestita dalla Confraternita di Nostra Signora del SS. Rosario sotto il titolo “Della Pace”.

Successivamente al terremoto del 1783 la Confraternita della Pace si fuse con quella dei Bianchi e la processione venne spostata al venerdì santo. Si vennero successivamente aggiungendo alle urne alcuni gruppi statuari, dei quali il più famoso rimane quello che raffigura la Caduta, eseguito nel XVIII secolo dal famoso ceroplasta messinese Giovanni Rossello, e poi rifatto alla fine del XIX secolo da Francesco Fiorello, anch’egli valente artigiano della cera.

Nel 1846 venne realizzata dall’artigiano della cartapesta Matteo Mancuso l’Ultima Cena, purtroppo andata distrutta nel terremoto del 1908 che determinò lo scioglimento della Confraternita e la scomparsa dei gruppi statuari, a eccezione dell’Ecce Homo e del Cristo alla colonna.

Le attuali barette (o Varette, come comunemente sono chiamate) sono in numero di undici, ma di tali gruppi solo sei presentano interesse di artigianato locale e sono valutabili come manufatti di un certo pregio, le rimanenti cinque essendo state realizzate negli anni cinquanta da una ditta di Ortisei.

I sei gruppi statuari più antichi, ossia l’Ultima cena, realizzata da Giovanni Scarfì e dal cartapestaio leccese Carmelo Bruno intorno al 1916, il Cristo alla colonna e l’Ecce Homo risalenti alla fine del secolo XVIII, la Caduta sotto la croce chiamata anche Cascata, rifatta nel 1920-21 utilizzando forse una statua realizzata prima del terremoto da Fiorello, la Deposizione, realizzata dal già citato Carmelo Bruno e apparsa per la prima volta nella processione del 1923, e Gesù nell’urna, realizzato negli anni ‘20, testimoniano di una continuità nei saperi artigianali che attraversando alcuni secoli giunge fino ai nostri giorni, con notevoli apporti di cartapestai siciliani e meridionali in genere impegnati (soprattutto i pugliesi) nella produzione di simulacri processionali che si pongono come dense zone di confine tra la statuaria colta ed i manufatti d’arte popolare tout court.

La processione delle Varette, ancora oggi abbastanza partecipata a onta del contesto urbano alquanto distratto nel quale essa si svolge, è comunque oggi una pallida eco di quella che doveva essere la Via Crucis nella Messina ottocentesca, quando non era ancora stato dismesso l’uso di lanciare, lungo il percorso seguìto dal corteo, una fitta pioggia di fiori dai balconi, e il susseguirsi delle azioni e dei gesti penitenziali ancor più potenziati dalla vista degli emblemi della passione trasformava l’evento festivo in una pratica collettiva incentrata nella teatralizzazione di un lutto cosmico.

A Santo Stefano di Camastra durante il giovedì santo è prassi consolidata la visita ai sepolcri, che hanno da essere fruiti in numero dispari; dinanzi a tali arcaici “giardini” si svolgeva un tempo una veglia notturna, che per i motivi sopra esposti riguardo alla cifra complessiva dei riti pasquali assumeva, al di là della consapevolezza che potessero averne i suoi attori, tutto l’andamento di una veglia funebre. L’indomani sera, le statue del Cristo deposto, proveniente dalla Chiesa del Calvario, e dell’Addolorata, proveniente dalla Chiesa di Santa Maria della Catena, dopo essersi incontrate presso la Chiesa di Sant’Antonio sono condotte in processione con grande concorso di popolo; durante il percorso i due fercoli vengono fatti sostare dinanzi a tutte le chiese, e ad ogni sosta i cantori, disponendosi in cerchio, eseguono li parti di la Cruci, potente metafora narrativa dei dolori della Madonna scanditi secondo il numero di spade (spati) che avrebbero trafitto il cuore di Maria, qui in numero di nove anziché sette come nell’iconografia tradizionale della Mater dolorosa. Ogni spata rappresenta una strofa del canto polifonico in cui vengono progressivamente descritti i momenti critici dell’itinerario doloroso della Vergine Maria, ossia la profezia di Simeone durante la presentazione al tempio, la penitenza di Gesù nell’orto degli ulivi e il tradimento, la flagellazione la derisoria incoronazione e il carico della croce, l’andata al Calvario, la ferocia del seguito e il pianto di Maria Maddalena, la crocifissione il fiele e l’aceto e la corona di spine, la sosta ai piedi della croce e l’oscuramento del sole, la morte di Gesù e il dolore di Maria e Giovanni, la deposizione dalla croce e il seppellimento. Si tratta di una passione popolare intensamente vissuta dall’intera comunità che partecipa alla processione in doloroso silenzio. E’ ipotizzabile che forme polivocali analoghe a quelle usate durante l’intenso mortorio di S. Stefano di Camastra abbiano storicamente costituito la continuazione strutturale dei tradizionali moduli della melopea funebre. Il pianto rituale, espresso e sperimentato per millenni all’interno delle culture euro-mediterranee come dispositivo di deflusso del cordoglio, si esercitava soprattutto in direzione di un padroneggiamento e di una plasmazione della crisi di lutto attraverso la messa in opera di meccanismi ritualizzati incentrati sulla ripetitività ipnotica, strutturata secondo moduli consolidati e rassicuranti. È significativo a tale proposito che la sequenza rituale della Passione a Santo Stefano di Camastra si concluda, alla fine della Via Crucis, in Chiesa con l’esecuzione dello Stabat Mater, ancorché storpiato nella forma dialettale impiegata (Stave dolorosa / iusta cruce lacrimosa / dummo pende Pater Filiu), che costituisce storicamente il “superamento”, nella prospettiva di un cristiano controllo degli eccessi e di una rassegnata contemplazione della morte, del pagano dérèglement de tous les senses e del conseguente rituale paraestatico costituito dall’istituto culturale della lamentazione funebre. Il pathos della esecuzione delle parti di la cruci, scandita dalle sfasature del testo che si tramutano in veri e propri lamenti, contraddice vistosamente il modello tradizionale del planctus Mariae, originariamente proposto come modello di gestione composta del dolore in antitesi alla scompostezza degli exploits della lamentazione funebre, che codificavano, ancorché in forma allusiva e per finalità “tecniche”, gesti autodistruttivi ed espressioni vistose dello stato di sofferenza. Per tali aspetti il giorno della Passione a Santo Stefano di Camastra lascia trapelare, al pari di molti altri aspetti della cultura tradizionale siciliana, la propria natura di palinsesto in cui, come già detto, possono leggersi in forma stratificata le scritture quivi impresse dalle forme di cultura succedutesi nel tempo.

La processione degli angioletti, che si svolge il martedì santo in occasione della festa del Crocifisso a San Pier Niceto, centro collinare peloritano, e che viene replicata in forma minore il venerdì in concomitanza con la Via Crucis, vede sfilare attraverso un articolato percorso rituale numerosi bambini di tenera età – da due a quattro anni – i quali, tenuti per mano ognuno da due adulti, muovono i loro passi sotto il peso di una massa considerevole di gioielli (circa 5 Kg. d’oro ciascuno). Il corpetto e le braccia sono infatti fittamente ricoperti di monili, bracciali, orecchini, collane e anelli, spesso molto antichi, che compongono sfavillanti arabeschi.

Sulla vestina ricoperta di preziosi sono applicate delle vere ali di piccione, sottoposte circa due mesi prima a un processo di mummificazione che le mantiene dispiegate; questi bambini sfavillanti vengono condotti dalla locale Chiesa di San Giacomo, che custodisce il Crocifisso ligneo portato in processione, fino alla Chiesa Madre. Essi sono preceduti dalle monachelle, bimbe vestite da Addolorata, e seguiti dagli angioloni, angeli di più grossa taglia – da quattro a sei anni – decorati con monili di minore pregio e con grandi ali posticce di cartone.

Una volta giunti alla Chiesa Madre, gli anciuleddi, gli angioloni e le monachedde vengono chiusi, insieme ai genitori o agli adulti che li hanno condotti per mano in processione, dentro la sacrestia, mentre all’esterno della Chiesa viene celebrata una messa en plein air dalla quale essi sono esclusi. Durante la funzione, all’interno del sacro recinto il tempo è di solito occupato da rituali fotografici: gli angioletti posano per una foto ricordo insieme ai rispettivi accompagnatori, ma naturalmente hanno anche il tempo per piangere, dare in escandescenze, giocare tra di loro o mangiare gelati e patatine fritte.

Finita la messa essi si rimettono solennemente in fila per riaccompagnare il Crocifisso alla Chiesa di San Giacomo, dove il corteo si scioglie, tra il frastuono delle musiche bandistiche e dei fuochi d’artificio, nel generale sollievo per la buona riuscita del rito determinata anche dal fatto che gli angioletti “si sono comportati bene” e hanno sopportato le fatiche della sfilata.

L’organizzazione della festa prende le mosse alcuni mesi prima del periodo pasquale, allorquando alcune coppie o singoli adulti, per ottenere una grazia o in segno di ringraziamento per una grazia concessa, decidono di vestire un angioletto, con il quale comunque non devono essere necessariamente in relazione di parentela. La formula con cui i voventi pongono in essere il loro contratto è pressoché uguale in ogni circostanza: “Santissimu Crucifissu, si Vui m’a faciti stari bona, sta figghiuledda iò b’a vestu di anciuledda” o “Si mi faciti sta grazia, bi vestu un anciuleddu”. L’anciuleddu in questione può essere il proprio figlio o il figlio di amici o di parenti che viene dunque prestato a chi ha contratto voto allo scopo di rendere possibile lo scioglimento dell’impegno assunto con la divinità. La fase successiva consiste nel cercare, in famiglia o nella cerchia delle amicizie, le gioie che serviranno per la decorazione. Dalla quantità di gioielli che adornano ciascun angioletto, è lecito ipotizzare che tale raccolta coinvolga mediamente, per la vestizione di ogni bambino, circa venti famiglie che vengono scelte preferibilmente nell’ambito del paese, ma che possono anche provenire dai centri limitrofi o addirittura dal capoluogo.

Pur non essendoci una dichiarata competizione nella ricerca votiva degli ori, è tuttavia abbastanza palese che una raccolta abbondante e l’ostensione di gioielli di particolare pregio sanciscano o accrescano il prestigio di una famiglia.

I gioielli, una volta raccolti, vengono quindi affidati, circa un mese prima della festa, ad alcune donne del paese che si occupano della realizzazione delle vestine decorate secondo un criterio e degli stilemi abbastanza formalizzati, nonostante lo spazio consentito per l’apporto di qualche leggera modifica annuale.

L’usanza di vestire i bambini per voto con gioielli in occasione di feste è presente, sebbene in forma meno accentuata ed eclatante, anche in altre località del messinese: a Monforte San Giorgio, sito nello stesso comprensorio di San Pier Niceto, il Venerdì Santo, e a Patti nel giorno della festa dell’Annunziata.

La ricerca e la messa in circolazione all’interno di un evento liturgico di preziosi per voto sono, come si vedrà oltre, elementi presenti, in un differente contesto celebrativo, ad Alcara Li Fusi, centro dei Nebrodi, per la festa di San Giovanni Battista, nella quale i muzzuna, brocche col capo mozzato avvolte in un fazzoletto di seta e contenenti primizie agrarie, vengono interamente decorati, la notte del 24 giugno, con i gioielli raccolti dagli abitanti dei singoli quartieri del paese all’interno della rispettiva “famiglia estesa”.

A titolo comparativo possono infine essere ricordati gli addobbi cui vengono sottoposte alcune bambine che sono fatte sfilare durante il Giovedì Santo a Marsala, le piccole “Veroniche” che aprono la processione dei misteri viventi, le vesti delle bambine che impersonano Sant’Agata e Santa Caterina nella festa di Sant’Agata ad Alì Superiore o i costumi delle virgineddi e degli anciuleddi che aprono il corteo che conduce in processione la Vara della Madonna delle Grazie a Montagnareale (15 agosto).

Mi pare che la festa degli angioletti, pur presentando indubbie connessioni con quadri di riferimento comuni a una parte notevole della cultura popolare siciliana, mantenga tuttavia al contempo elementi provenienti da rituali più arcaici, di cui può trovarsi traccia nel mondo classico.

In questa sede propongo provvisoriamente alcuni aspetti del rituale utili a rendere conto del senso della vicenda festiva al di là dei convincimenti espressi dalle persone in essa coinvolte.

Appare innanzitutto significativa la tripartizione operata all’interno dell’intero mondo dell’infanzia (angioletti, angioloni, monachelle) che tende a disciplinare con una operazione classificatoria le modalità di mediazione che tale mondo è chiamato a porre in essere; è infatti degno di nota che nella cultura popolare i bambini, considerati esseri amorfi e privi di personalità giuridica nella sfera dei rapporti socio-economici, godano invece di una particolare considerazione da parte del mondo degli adulti nella sfera rituale e dei rapporti simbolici, venendo loro riconosciuto lo speciale statuto di media indispensabili per lo svolgimento di determinate pratiche sacrali.

Altro elemento considerevole è la stretta contiguità ideologica e simbolica tra bambino e gioiello, determinata dal fatto che entrambi possono essere prestati entrando così in un circuito comunitario di circolazione e di scambio di beni utile a creare solidarietà e coesione sociale.

Il ruolo di mediatori assunto dai bambini in quanto angeli garantisce loro inoltre un particolare status sacrale quasi certamente derivante da una inconscia assimilazione delle loro figure, da parte della comunità, alle anime dei defunti; tale posizione sacrale andrebbe approfondita tenendo conto che la resa di grazie vene praticata in un tempo forte come quello della Passione, ritenuto dunque particolarmente propizio allo scioglimento di voti.

Il momento della segregazione dei bambini durante il sacrificio della Messa potrebbe alludere a una sorta di incubatio attraverso la quale gli “angioletti” possono essere magicamente investiti da una forza sacrale avente efficacia terapeutica della quale poi rendere partecipe, nella seconda fase della processione, l’intera comunità.

Appare inoltre estremamente utile, come possibile chiave di lettura di aspetti non trascurabili del fenomeno, esaminato sotto un profilo sociologico, l’adozione della categoria vebleniana dell’ostentazione vistosa, procedimento attraverso il quale l’evento rituale diventa una occasione per creare sempre di nuovo una serie di scarti sociali tra i ceti, o tra le famiglie di uno stesso ceto.

Tutti questi elementi sono ancora in gran parte leggibili all’interno della festa la quale, per il suo essersi alquanto preservata dai distruttivi processi di mercificazione del folklore posti oggi in essere dalla cultura urbanocentrica, costituisce indubbiamente una occasione non banale per riflettere su modalità di fruizione del sacro sostanzialmente altre rispetto a quelle che fanno parte del nostro orizzonte quotidiano.

Nel centro nebroideo di San Fratello, colonia gallo-italica che conserva tuttora, dopo nove secoli dalla fondazione, la propria identità etnica e linguistica, i tre giorni che vanno dal mercoledì al venerdì santo sono caratterizzati dalla presenza chiassosa, trasgressiva e “perturbante” dei Giudei, centinaia di uomini in maschera e costume rossi che sciamano, singoli o più spesso a gruppi, per tutto il paese presentificando, inquietante contraltare alla passione di Cristo, una personàta libido, una immersione deliberata nel caos primigenio che contesta e vanifica qualunque valore.

L’abbigliamento rituale del Giudeo consiste in una giubba rossa con vistosi riporti gialli, dal taglio militaresco accentuato dalle spalline con galloni. I pantaloni, anch’essi rossi, sono attillati e quasi sempre decorati, dal ginocchio in giù, con passamanerie dorate intrecciate per creare l’effetto di uose o stivaloni militari. Il capo è coperto da un cappuccio di stoffa rossa in cui i fori per gli occhi sono evidenziati da riporti in stoffa nera bordata con fili dorati; allo stesso modo sono evidenziate le sopracciglia, la bocca e il naso, quest’ultimo di colore giallo, mentre immediatamente sotto la cavità orale si diparte una lunga striscia di pelle nera, di solito decorata con borchie come nelle cinture, a mo’ di lingua penzolante. Sul cappuccio viene calcato un elmetto metallico che si fregia di pennacchi o di code di animali o di mille altri trofei.

L’aspetto demoniaco e insieme animalesco viene accentuato dalla coda di crine di cavallo o di pelliccia d’animale che pende dalle terga dei Giudei, nonché dalle tradizionali calzature di pelle di capra, le schijerpi di pieu.

Per completare tale caleidoscopio di abbigliamenti, dal carnascialesco al militare al penitenziale, i Giudei portano delle discipline, catene che fanno minacciosamente roteare piuttosto che servirsene per atti di mortificazione corporale, e sono tutti forniti di trombe d’ottone a un solo tasto con le quali si danno instancabilmente a eseguire stridenti melodie. Nei motivi iconografici adottati per decorare con fili dorati e perline colorate il costume, soprattutto la giubba e il cappuccio, si manifesta lo stesso miscuglio sincretistico tra sacro e profano che caratterizza la loro persona: a disegni di tipo religioso come la croce, il cuore di Gesù, l’ostensorio si accompagnano frasi e simboli profani come cuori trafitti da una freccia, teste di animali, corna e ferri di cavallo.

Bardati in siffatta maniera, i Giudei per tre giorni (e buona parte delle relative notti) di seguito svolgono coscienziosamente quello che è il loro ruolo tradizionale in questa sorta di Carnevale ritardato: disturbare con le loro positure, con i movimenti, con le corse, con le folli acrobazie, con l’incessante frastuono degli strumenti a fiato e soprattutto con l’inquietudine che la loro sola presenza suscita nei non-Giudei, i riti della Settimana Santa, quasi a impersonare forze luciferine intente a opporsi fino all’ultimo allo svolgimento di una vicenda sacra – la Passione – fonte di salvezza per l’intera umanità.

Contadini e pastori, vistiamara e allevatori di cavalli sotto la maschera, che mai come in tale occasione diventa veicolo di vertigine, si danno alla esecuzione di un repertorio comportamentale che è una vera e propria summa del dérèglement collettivo in cui la comunità intera, proprio nel momento di massima sofferenza dell’uomo-dio, sente il bisogno di tuffarsi.

Sulle origini cerimoniali della festa dei Giudei pare non esserci più alcun dubbio: la kermesse, secondo alcune scarne ma significative testimonianze etnografiche ottocentesche, era in origine una vera e propria sacra rappresentazione nel corso della quale i Giudei si ritagliavano il compito ben circoscritto di fare il diavolo a quattro al seguito di Gesù Cristo durante la sua andata al Calvario.

Per poter esercitare tale ruolo persecutorio nei confronti di un Nazareno impersonato da uno proveniente dalle loro fila, scelto la sera del Giovedì Santo, essi si sottoponevano preventivamente a una reale flagellazione e quindi, a loro modo, pagavano un loro personale espiatorio tributo di sangue al tempo della Passione.

Altri momenti rituali che scandiscono la Pasqua in gran parte dei centri della provincia sono poi l’annunzio della Resurrezione che un tempo aveva luogo a mezzogiorno del Sabato Santo e che oggi si celebra durante la messa della mezzanotte con plateali effetti scenografici come la calata r’u tiluni a Mistretta e a Tusa, vero e proprio disvelamento teatrale di una realtà misterica come quella del Cristo risorto; e il gioioso ‘ncontru tra la Madonna e Gesù vittorioso sulla morte, che ha luogo dopo una febbrile e laboriosa duplice processione dei due fercoli, che solo al termine di un articolato vagabondare si ricongiungono (qui, a Messina, la domenica di Pasqua lungo l’ex Torrente Portalegni).

Ulteriori eventi festivi rientranti nel ciclo della Pasqua come il pellegrinaggio al Santuario dell’Ecce Homo di Calvaruso, nei pressi di Villafranca Tirrena, seppure ancora notevoli in quanto alla partecipazione dei fedeli, mantengono ormai ben poco dell’arcaica ritualità che ne contrassegnava in passato lo svolgimento.

L’intero ciclo pasquale, scandito da pratiche “estrovertite” incentrate sulla mortificazione e sulla dolorosa contemplazione della morte, altro non si rivela che l’elaborazione collettiva di un lutto cui vengono annessi significati cosmici. Come nel caso delle singole morti individuali e dei dispositivi culturali volti a superare l’angoscia derivante dal vuoto vegetale, dalla scomparsa del seme nel grembo della madre, anche qui si tratta, per dirla con De Martino, di “far passare nel valore ciò che in natura corre verso la morte”.

Nel farsi procuratori rituali di morte, della morte per eccellenza, quella del Dio fattosi uomo e sceso in terra, gli uomini scoprono – e finiscono con l’accettare – il principio che ogni forma di vita passa attraverso una crescita sotterranea (il seme nel grembo della terra, gli esseri umani nell’utero materno, il dio vivente nella temporanea sepoltura): la Pasqua di resurrezione diviene così paradigma esemplare che rende possibile un periodico esorcismo solenne nei confronti di una morte senza prospettive di vita futura, di un morire privo di plasmazione culturale.

La Pasqua infine, se per un verso costituisce il punto più alto della vita cristiana, rendendo possibile la liberazione dal peccato e il definitivo affrancamento dalla morte, in ambito popolare si costituisce come griglia rituale volta ad offrire orizzonti di speranza e prospettive di liberazione a ceti storicamente oppressi, schiacciati dall’enorme peso del negativo quotidiano.

In questo senso è un evento che ci interpella tutti, fortemente.

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