La playlist di Gregorio Parisi per sopravvivere al lunedì

Dopo una settimana di assenza, torna il consueto appuntamento con i cinque brani per affrontare al meglio il post weekend. Nel segno di Achille Lauro, dei Beastie Boys e dei Motorhead

 

Una settimana di assenza che speriamo non abbia pregiudicato la vostra sopravvivenza. Volevamo dimostrarvi che basta credere in voi per sopravvivere al lunedì, e speriamo ce l’abbiate fatta. Sì, è stata più dura, molto difficile senza i cinque brani che vi proponiamo con regolarità qui a LetteraEmme per iniziare la settimana nel modo giusto ma, ehi, siamo tornati a ricordarvi che la vita è così, piaccia o meno. E noi la vogliamo prendere di petto.

 

Achille Lauro – C’est la vie

 

Chi non lo conosceva l’aveva incrociato a Sanremo con Rolls Royce; se non l’avevate visto sul palco dell’Ariston, forse ne avete sentito peste e corna a Striscia la notizia. Fortuna vuole che questo sia uno spazio dedicato alla musica e io qui vi scrivo una sensazione che mi è venuta dopo avere ascoltato C’est la vie, il secondo singolo di presentazione di quello che (rullo di tamburi) sarà il disco più bello della carriera di Achille Lauro. C’est la vie è un brano pieno di pathos, scritto bene e che cristallizza un momento preciso, quello della fine di una relazione, l’attimo in cui il fatalismo prende il sopravvento e aspetti, forse, che tutto sia pronto per essere storicizzato, messo da parte e aggiunto al bagaglio di brutte avventure che nascono sotto determinati auspici per poi, spesso, fallire.

 

Co’Sang – Povere mmano

 

Aprile è un mese che collego personalmente, per molteplici ragioni, a un disco importantissimo per il rap italiano, Chi more pe mme dei Co’Sang. Ntò e Luchè, al loro primo disco ufficiale, misero su un’ora di musica intensa e pittoresca, capace di definire bene una Napoli cruda e sofferente; il disco affronta i problemi a testa alta, senza scadere in banalità, e probabilmente (a posteriori) risulta decisivo per un salto in alto di mentalità per i rapper nostrani. All’interno di Povere mmano c’è un verso che è di una potenza inaudita, “pochi ci credono che l’odio nasce dal rancore / pochi ci pensano che quest’odio cresce nelle scuole”, che è un’analisi sociologica pressocché impeccabile che inquadra al meglio i problemi di una società lasciata sola con sé stessa, senza possibilità di redenzione.

Beastie Boys – An open letter to NYC

Indiscutibilmente la mia canzone preferita dei Beastie Boys, un brano d’amore per la propria città – che poi se la tua città è New York forse è tutto più semplice. Uscita tre anni dopo l’11 settembre, è probabilmente tutto ciò che una città vorrebbe sentirsi dire qualora potesse parlare. L’amore viscerale per NY emerge nelle liriche dei tre, ma emerge sopratutto un orgoglio che va oltre i confini della ragione, un orgoglio tatuato sotto pelle con parole che servono a dare forza alla città e ai cittadini, loro compresi, dopo quanto successo. Perché le ferite fanno male, le cicatrici restano e l’unico modo per farle scomparire è affrontandole, compatti, con la voglia di farcela. Per la (triste) cronaca, i Beastie boys si scioglieranno una decina di anni dopo per la morte di MCA datata 2012.

 

Indochine – Kimono dans l’ambulance

 

 

Per non so bene quale motivo, l’altra sera sono rimasto davanti a Spotify senza idee su cosa ascoltare. Era stata una giornata diversa dal solito, particolare, avevo bisogno di nuovi stimoli e ho iniziato a cercare roba nuova, finendo ad ascoltare new wave francese che personalmente non conoscevo. Sarebbe difficile spiegare come sia arrivato agli Indochine ma la storia ci dice che l’ho fatto e ne sono pienamente soddisfatto, perché ho colmato una lacuna che per me nasce in modo naturale, data la sensazione di fastidio che provo con il 90% dei brani cantati in francese (no, non sento neanche il bisogno di scusarmi). Non so cosa dicano, un giorno forse approfondirò, ma intanto mi godo echi di New Order in un disco datato 2017 che non sa per nulla di vecchio e mi sento molto bene.

 

Motorhead – The Game

 

Stanotte è andato in onda Wrestlemania, e non so i risultati perché spero di vederlo in questi giorni, ma potrebbe essere stato un momento storico perché c’era in palio, in uno dei mille match in programma, la carriera di Triple H. Ora, che sia uno show predeterminato lo state pensando, che io sia un cretino a seguirlo forse pure, vi invito pertanto a tornare alle vostre serie tv o ai rewatch delle saghe Marvel per godere dei vostri show predeterminati. Detto questo, forse stanotte è andata in onda la fine di un’epoca e a me un po’ stringe il cuore perché il wrestling è una linea di contatto con la mia giovinezza, con quelle storie che sanno appassionare, se scritte bene, tante generazioni diverse. E poi, intendiamoci, in quale altro modo puoi mandare per anni, ogni settimana, in TV Lemmy che sbraita in modo inquietante e particolarmente rauco “It’s time to play the game”? Epico, bellissimo, meraviglioso.

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