La playlist di Gregorio Parisi per sopravvivere al lunedì

Cinque brani all'insegna della protesta per prendere le distanze dal ciarlare post Sanremo (ancora) e per ribadire che nella musica limiti e barriere non sono ammissibili

 

Praticamente il post Sanremo è diventato una lunga, inesorabile campagna elettorale. Stanno provando anche a prenderci la musica, la mia personale arma perferita per prendere le distanze dallo schifo che vedo attorno a me, ma è una lotta che non potrà essere vinta da loro. Loro, senza specificare chi, che a questo giuoco non ci vogliamo giocare: ci vogliamo solo sparare anche oggi cinque brani per sopravvivere a un altro lunedì, per prepararci a un’altra settimana, per accettare noi stessi per primi che limiti e barriere, in quest’arte, ve li potete ficcare su per il.

 

Skid Row – Riot act

 

 

Questa playlist si prefigge di avere l’anima di una protesta, una di quelle proteste che ti fa sentire meglio dopo averla fatta. Come quando urli a qualcuno il tuo malessere, quando sputi il veleno che hai ingoiato, quando la fiammella negli occhi si accende definitivamente. Agli Skid row questa cosa successe, più o meno, ai tempi di Slave to the grind, il loro secondo album: dopo il debutto impomatato dell’omonimo Skid Row nel 1989 (trascinato al successo da 18 & life e I remember you), il secondo lavoro presentò sonorità più ruvide e pesanti, sfociando in alcuni momenti anche in fasi che ricordavano da lontano il punk—che, sia chiaro, resta ben altra cosa. Riot act è un atto di protesta e per questo la scegliamo come copertina odierna: “You bore me to death so shut up for God’s sake”.

 

Tenacious D – Kickapoo

 

Ci avreste mai pensato qualche anno fa che un film come Tenacious D e il destino del rock potesse diventare un’oasi nel deserto per un paese culturalmente malandato? Ora, con le dovute proporzioni, ma immaginate se il giovane Jack Black, anziché ribellarsi al padre e seguire i consigli del poster di Ronnie James Dio fosse stato al suo posto a seguire i dettami di chi non poteva comprendere il suo disagio e la sua voglia di essere qualcos’altro. A parte tutto quel casino del film con Satana, si sarebbe perso molto il gusto di dire di no, il gusto di alzare ogni tanto la voce, prendersi delle libertà, cambiare il mondo che si ha attorno. Jack Black e i Tenacious D hanno lo spirito che vorrei in questa nazione, la voglia di dire che così in fondo non va. Anche senza il poster a guidarci.

Queens of the Stone Age – A song for the deaf

 

Parlare di Tenacious D necessariamente riporta alla mente Dave Grohl, e da qui possono partire mille collegamenti. Ho scelto i Queens of the Stone age, che mi pare non siano mai apparsi in questa rubrica, pertanto mi pare giusto farli debuttare con il mio pezzo preferito, la quasi title track di un disco fenomenale come Songs for the deaf—per l’appunto, A song for the deaf. Potente, trascinante, figlia di una linea di basso come poche altre nella storia della musica, è la canzone con cui si chiude ufficialmente l’album. “No talk will cure what’s lost, or save what’s left” è il verso selezionato per descrivere al meglio il sordo del titolo del brano: quello che sembra essere un caso di depressione, la replica forse più comune in tal senso, e un senso di inadeguatezza generale che rende il tutto quasi mistico.

Cheap Trick – In the streets

 

In questi giorni ho iniziato a guardare una serie molto leggera, quella che ha lanciato Ashton Kutcher ma soprattutto quel dono del cielo di Mila Kunis (Madonna figghioli che meraviglia Mila Kunis). That 70’s show passava qualche anno fa su Mtv e non l’ho mai considerata, ma effettivamente qualche ghignata serale su Netflix la strappa. All’interno c’è un interessante spaccato degli anni ’70 nel Wisconsin, con tutti i pro e i contro del caso, le abitudini che pian piano sono cambiate fino ad arrivare a quello che sono diventati oggi gli Stati Uniti, ovvero un grande paese che vuole tornare agli anni ’70 (e noi, chiaramente, dobbiamo seguirli). La sigla della serie è la versione dei Cheap Trick di In the streets, pezzo perlopiù misconosciuto del 1972 originariamente registrato dai Big Star e ripreso, trent’anni dopo, appositamente per lo show.

Avantasia – Lay all your love on me

 

Una dozzina di anni fa, anno più anno meno, un caro amico milanese mi segnalò un supergruppo che aveva scritto un’opera metal chiamando il doppio disco, con grande sfoggio di fantasia, The metal opera. Erano anni di intensa scoperta musicale per il giovane me stesso, e quel progetto mi colpì. Gli Avantasia sono usciti da poco con un nuovo disco che non ho ancora ascoltato e che dubito metterò su con l’interesse di quando avevo meno di vent’anni, ma ho approfittato di questa notizia per sparare nuovamente in cuffia un paio di brani di Lost in space, doppio EP del 2008. Tra questi, la cover di un brano celebre degli ABBA, Lay all your love on me, perché il confine tra pop e power metal a volte è tanto labile da divenire quasi inesistente e rendere tutto aderente. E se dei generi in apparenza così distanti possono sposarsi così bene, in fondo, che senso ha catalogare le canzoni da passare in radio a seconda della lingua in cui sono state scritte?

 

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