Mafia, la mappa dei clan di Messina e provincia

La relazione semestrale della Dia, la direzione investigativa antimafia, svela le famiglie e i mandamenti che esercitano l'egemonia criminale in riva allo Stretto. Chi sono, dove operano e cosa fanno

 

MESSINA. Sette in città e nove in provincia: sono i sodalizi criminali a Messina, mappati dalla relazione della Dia, la direzione investigativa antimafia, relativa al primo trimestre 2018.

Secondo le indagini condotte dalla Dia, la particolare posizione geografica rende Messina un crocevia di rapporti ed alleanze che costituisce il punto di forza della criminalità messinese, “attribuendo alla stessa la possibilità di confrontarsi e rapportarsi tanto con Cosa nostra palermitana che con Cosa nostra catanese e la ‘ndrangheta”. Per questo, le consorterie messinesi sono dotate “della flessibilità necessaria per riorganizzare, all’occorrenza, i propri assetti interni ed adattare organizzazione ed operatività alle diverse realtà emergenti”. Nel secondo semestre del 2017, ad esempio, gli esiti dell’attività investigativa denominata “Beta”, non solo avevano confermato la sussistenza dei legami con la criminalità etnea ma hanno documentato, per la prima volta, la presenza – sul territorio urbano – di una cellula costituente una proiezione di Cosa nostra catanese (denominata Romeo-Santapaola) diretta emanazione della nota famiglia Santapaola-Ercolano).

L’agglomerato urbano, spiega la Dia, è così ripartito: nella zona sud domina il gruppo criminale Spartà, radicato soprattutto nel quartiere Santa Lucia sopra Contesse e nella frazione Santa Margherita; la zona centro, a Provinciale è sottoposto al controllo del gruppo Lo Duca; il quartiere Camaro vede ancora la pervasiva presenza del clan Ventura e dei suoi sodali; nel quartiere Mangialupi opera l’omonimo clan caratterizzato da cellule di tipo familistico risalenti alle famiglie Trovato, Aspri, Trischitta e Cutè; nella zona nord, infine, insiste, entro il quartiere Giostra, il gruppo criminale facente capo ai Galli, a capo del quale era stato posto il nipote del vecchio boss detenuto, successivamente anch’egli tratto in arresto ed in atto recluso e sottoposto al  carcere duro.

 

 

In provincia, nella vasta area che abbraccia i Monti Nebrodi, limitrofa alla provincia di Palermo, si riscontra l’influenza di Cosa nostra palermitana, mentre nella fascia tirrenica le attività investigative continuano a confermare l’egemonia dei “barcellonesi”. Quest’ultimi hanno assunto, nel tempo, una strutturazione e metodi operativi del tutto omologhi a quelli di Cosa nostra palermitana, sebbene vengano intrattenuti, per la gestione degli affari illeciti, rapporti costanti anche con le consorterie catanesi. La fascia jonica, che si estende dalla periferia sud della città di Messina al confine con la provincia di Catania, è un’area connotata dalla rilevante influenza di Cosa nostra catanese, facente capo sia alla famiglia Santapaola ed Ercolano, sia ai clan Laudani e Cappello, che si avvalgono di referenti locali.

Appare rilevante un’attività investigativa, conclusa nel semestre in esame, che ha disvelato i nuovi assetti della famiglia di Mistretta e la sua capacità di ingerenza nella pubblica amministrazione per il controllo degli appalti e per l’accaparramento dei finanziamenti pubblici. L’appalto investigato riguardava la riqualificazione di siti culturali insistenti su vari comuni, tra i quali Mistretta, Tusa e Castel di Lucio. Per quanto riguarda le attività estorsive, l’importante filone di indagini denominato “Gotha”, ad oggi giunto alla settima tranche, ha fatto piena luce su decine di episodi estorsivi verificatisi nell’area tirrenica della provincia di Messina, in un esteso arco temporale, individuandone mandanti ed esecutori materiali. E’ stato, anche, definitivamente accertato come il sodalizio mafioso dei “barcellonesi” non rappresenti un’associazione criminale occasionale, ma una organizzazione strutturata che si basa, come avviene nella province di Palermo e Catania, su scrupolose competenze territoriali ripartite tra i gruppi che la compongono, capace di riorganizzare i propri assetti interni nonostante le ripetute azioni investigative succedutesi nel tempo. Proprio nell’ambito della citata operazione “Gotha VII”, nel marzo 2018, la DIA di Messina ha sequestrato beni per 6 milioni di euro.

 

 

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