La playlist di Gregorio Parisi per sopravvivere al lunedì

I cinque brani scelti dal nostro blogger Gregorio Parisi per iniziare la settimana col necessario brio: influenzate dal buonumore inusitato e dall'indolenza di inizio primavera, sostiene, ma non senza un paio di momenti più... movimentati, diciamo

Ieri mattina mi è arrivato un messaggio da cui ho preso spunto per l’inizio di questa playlist, perché mi ha fatto ragionare su come il tempo possa cambiare tante cose. Mi veniva chiesto, infatti, un parere sul nuovo disco dei Colle der fomento e a domandarlo era la persona a cui li feci conoscere io tanti anni fa, mentre in cambio io mi approcciavo ai primi Arcade fire, ai National e a tutto quel patrimonio che erano gli ultimi anni zero e i primi anni dieci. Allora, approfittando del clima primaverile e di un inusitato buonumore, iniziamo qua la playlist odierna, le cinque canzoni con cui anche oggi proviamo ad arrivare alla fine di questo lunedì indenni.

Colle der fomento – Nostargia

Sembrava Godot, invece alla fine a novembre è arrivato dodici anni di infinita attesa il nuovo disco dei Colle der fomento. Un disco intenso, ricco di contenuti e citazioni come solo chi è davvero capace può fare; un disco scuro che è una raccolta di sconfitte, raccontate con lo stile che è proprio del Colle, da sempre e per sempre. Tra tutte le tracce, quella che forse mi ha rubato maggiormente il cuore già al primo ascolto è Nostargia, una canzone che parla di passato, di sconfitte, di accettare le suddette e, perché no, di abbracciarle nel momento in cui ne sei capace perché “a volte la gente non è forte quanto t’hanno raccontato”—ed è per questo che Adversus è un toccasana in un mondo in cui tutti vincono ma nessuno dice mai un cazzo di quello che sente. Sì, scusate, abbiamo iniziato con cupezza.

 

Coez – Non erano fiori

Non viriamo sull’allegria, ma almeno la melodia di Non erano fiori è ben diversa e contrasta un testo duro. Sfrutto la title track del primo album del nuovo periodo di Coez però perché voglio annunciare pubblicamente la mia felicità, dato che in settimana Non erano fiori è stato certificato disco d’oro e questa faccenda mi inorgoglisce particolarmente perché, in tempi non sospetti, avevo puntato forte su Coez radiofonicamente parlando, tra risatine e battutine spesso idiote da chi è poi finito vittima della propria scarsa lungimiranza. Da questo disco nasce quasi tutto l’itpop, nascono i gruppetti che cantano i fatti propri in romanaccio, nasce un modo di cantare l’amore che ancora non aveva preso piede in Italia; non inventa nulla, ma lo rende grande. Bravo Coez, ti si vuole bene.

 

Phantom Planet – California

Sarò onesto con voi, miei fedeli amici e lettori: a questo punto volevo fare quella cosa tipica in cui magari strizzo l’occhio ai fatti di cronaca e vi piazzo una canzone di Beverly Hills per omaggiare Luke Perry. E davvero avrei voluto farlo, ma non ho mai visto mezza puntata di Beverly Hills con raziocinio (la parodia in voga quando andavo a scuola credo non valga), la sigla è sì caruccia ma anche no, e allora ho scelto di spostarci in California dai Phantom planet che cantavano invece la sigla di OC, che in parole povere era la cosa migliore di OC—per me perlomeno sì perché non l’ho mai visto, andava in onda quando c’era la Champions League. E niente, siamo qua, potete urlare anche voi CALIFORNIAAAAA come se non ci fosse un domani, prego.

 

Green River – Swallow My Pride

Mentre Ryan, Marissa e Summer (ma che bella era Summer?) facevano le loro cosine in quel di Orange County in California, io studiavo roba per capire cosa mi stesse capitando, perché avevo sentito delle canzoni che mi stavano cambiando il modo di pensare e mi stavano aprendo la mente. Era il periodo in cui avevo conosciuto Pearl Jam, Nirvana, quel calderone chiamato grunge e quindi dovevo assorbire tutto. Arrivai abbastanza facilmente ai Green River, quello che col senno di poi era un supergruppo composto da gente che poi avrebbe suonato nei Mudhoney e nei Mother Love Bone (da cui, poi, i Pearl Jam). Come on down è un ep del 1985 grezzissimo e marcio dentro, marcio come questa Swallow my pride, canzone non proprio adatta, diciamo, ad ambienti altolocati.

 

Pearl Jam – Footsteps

A volte ci sono storie che a uno sguardo esterno si evolvono diversamente da come le viviamo dall’interno, storie che viviamo e percepiamo in modo differente rispetto a quello che sono. Può capitare a chiunque, ogni giorno: incontri persone con cui hai avuto a che fare per settimane, mesi, anni e sembrano diverse. Non sono le stesse, ma forse sono sempre loro: sei tu che involontariamente, a causa loro, sei cambiato nei loro confronti, e a volte cambi perché devi. Footsteps, per chi mastica qualcosina della materia Pearl Jam, è il cosiddetto “act three”, la terza parte, la conclusione della Mamasan trilogy; una storia di amore, di morte, di incesto, di colpe. Una storia anche questa marcia, che parte da qualcosa di vero e in cui echeggia fortissimo un vero e proprio inno: “se c’è qualcosa che vorresti fare, lascia che continui a darti la colpa”. Con rabbia e passione, come una settimana da vivere al massimo.

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