Fabrizio Lo Faro: il cambiamento è il processo col quale il futuro invade le nostre vite

Dal deserto di Pilbara in Australia all'Asia, dalle piattaforme nel mar del Nord all'Inghilterra. Per far ritorno infine nella propria città "incantata e disgraziata" e dedicarsi all'ebanisteria e al design. Ecco come un viaggio può cambiare se stessi e il modo in cui ci approcciamo al mondo

 

Terzo appuntamento con la rubrica “Made in Messina”. A raccontare la sua storia è il geologo Fabrizio Lo Faro, tornato in città per aprire la sua ebanisteria dopo un lungo viaggio alla scoperta del mondo e di se stesso. Dal deserto di Pilbara in Australia all’Asia, fino alle piattaforme nel mar del Nord in Danimarca, per poi mollare tutto e dedicarsi agli studi di ebanisteria e design in Inghilterra in una delle migliori scuole al mondo, la David Savage Woodworking School in Cornovaglia.


L’esperienza del viaggio è arrivata in modo imprevisto e al tempo stesso impulsivo. Come sei finito a realizzare il tuo studio a Messina dopo aver girato il mondo?

Mi ero già allontanato da Messina per completare gli studi universitari a Siena. Dopo la laurea specialistica e un master in Idrogeologia, ho capito in fretta che le opportunità in Italia scarseggiavano e sentivo anche l’esigenza di imparare l’inglese, per cui nel 2010 decisi di sfruttare il Working holiday Visa per vivere un’esperienza di viaggio-lavoro in Australia.
Inizialmente ero molto concentrato sul lavoro, anche perché non credevo di avere una particolare attitudine al viaggio, o almeno ancora non lo sapevo.
In Australia , solo con tutte le difficoltà della lingua, ho dovuto velocemente adattarmi per sopravvivere.  Sia per necessità economiche che per impossibilità di svolgere il mio mestiere, ho iniziato a fare ogni genere di lavoro, dalla raccolta della frutta, operaio nei cantieri, scaricatore di container, cleaner etc. e allo stesso tempo a fare la mia prima esperienza da backpacker, ovvero a viaggiare con solo uno zaino in spalla.
Questo mi ha permesso di uscire un po’ dagli schemi in cui ho sempre creduto e mi ha dato la possibilità di apprendere da ogni singola esperienza ma soprattutto di poter conoscere gente con background culturali e stili di vita profondamente diversi dai miei.
È stata un esplosione interiore, l’essere distante da tutte le mie certezze e dalle persone a me più vicine mi ha concesso la libertà di esprimermi liberamente senza dare troppo peso al giudizio altrui, permettendomi così di conoscermi un più a fondo.

Poi in modo del tutto naturale, come è accaduto a molte persone che ho incontrato sulla mia strada, viaggiare ti entra dentro e per un lungo periodo non ne ho potuto più fare a meno. Australia, Nuova Zelanda, Cina, Europa e tutto il Sud Est Asiatico; se inizialmente ero partito per affermarmi lavorativamente in poco tempo invece l’idea del posto fisso era diventata per me una paura terribile.
La precarietà mi rendeva libero, libero di vivere alla giornata, alla ricerca non di cose ma di vita. Quando viaggi il tempo si ferma, l’ansia dell’essere in ritardo sparisce, perché in fondo sai che stai facendo qualcosa per cui vale davvero essere vivi, cioè perdersi nel mondo godendo della natura e assaporando le diverse sfaccettature dell’uomo.
Ho  realizzato che avevo fino ad allora vissuto solo nell’illusione di essere pienamente libero, di essere l’unico artefice del mio destino, ma la verità era un’altra: avevo seguito un percorso già preimpostato da altri, senza pormi domande, accettando la sequenza scuola, università, lavoro famiglia, che a volte ci appare come l’unica soluzione reale, ed invece adesso i miei occhi , giorno dopo giorno osservavano le molteplici realtà  e la mia immaginazione creava infinite possibilità, facendo così crollare tutte le mie certezze.
Come dico sempre viaggiare ti rende libero, ma ne devi accettare  anche le conseguenze, e un po’ come aprire il vaso di Pandora, il viaggio ti destabilizza, crea confusione, ti rende un po’ bipolare, ti distacca dal tuo io precedente e ne crea uno del tutto nuovo, sono tantissimi i momenti di condivisione ma altrettanti quelli di solitudine, e quando poi tutto finisce il ritorno può essere davvero traumatico.

Consiglio a tutti di fare anche una piccola esperienza di viaggio in solitaria, non so anche qualche settimana, ma consiglio di essere soli, senza condizionamento alcuno e  gustare un po’ di quella solitudine sana, perché sempre più mi rendo conto che sono in tanti ad essere spaventati dalla solitudine, cerchiamo costante conforto non solo in persone ma anche in cose materiali, quando invece se entrassimo in contatto con noi stessi, se quotidianamente ci stupissimo dei doni della natura ci apparirebbe allora ovvio che possediamo già tutto quello di cui abbiamo bisogno.
Ovviamente tengo a sottolineare che mi considero un privilegiato e sono grato delle opportunità che la vita mi ha dato e ne faccio Tesoro, ma nutro un profondissimo rispetto per chi quotidianamente fa i conti con una realtà ben più difficile della mia e non può concedersi il privilegio di sperimentare come è capitato a me.

 

 

La geologia ha rappresentato per me un aspetto importante della mia vita, infatti non ho mollato tutto perché frustrato da un lavoro che non mi soddisfaceva; al contrario ho sempre amato i mie studi che mi hanno permesso di lavorare in posti incontaminati a stretto contatto con la natura, ho imparato tanto dal mio mestiere sia a livello professionale che individuale. Ho scelto geologia perché ho sempre sentito una forte relazione con la natura ma poi dal punto di vista lavorativo ho dovuto fare non pochi compromessi con me stesso lavorando per multinazionali del petrolio e nel settore minerario. Nonostante il guadagno e gli avanzamenti di carriera dentro di me sapevo che non stavo rispettando a pieno la mia ideologia e questo mi creava una certa inquietudine interiore.

L’amore per il legno è nato un po’ per gioco in un periodo in cui sono rientrato in Italia e non trovavo lavoro.
Alla base c’è da dire che nonostante le esperienze all’estero ogni volta ho provato  a tornare in Italia e si ripeteva  sempre la stessa storia: ore e ore dietro ad un pc ad inviare CV con poche, o avvolte nessuna proposta interessante.
È capitato che con un mio amico a perditempo abbiamo cominciato a divertirci con il  riutilizzo dei pallet, realizzando così qualche piccolo lavoro e meravigliandoci del fatto che ci piaceva, direi quasi in modo strano. Infatti nonostante sia poi tornato a viaggiare in giro per l’Asia e poi nuovamente in Australia, ho sviluppato una fissazione morbosa, guardando migliaia di video e tutorial con cui ho scoperto il mondo della falegnameria tradizionale e dell’ebanisteria.
Nonostante tutto, fino allora non avrei mai creduto che davvero mi sarei tuffato in un’avventura del genere, ma piuttosto lo vedevo come il sogno che non avrei mai realizzato.
Questo finché rientrando in Italia nel 2016 andai a vivere a Milano e anche lì, dopo l’ennesimo estenuante tentativo di essere minimamente riconosciuto professionalmente, mi resi conto che stavo cercando di scendere a compromessi con me stesso, e con non poca follia, e forse anche un pizzico di coraggio, decisi di mettermi alla prova  con un corso di una settimana in questa prestigiosa scuola in Cornovaglia. Il rischio era grosso e infatti dal momento in cui misi il primo piede nella scuola  capii che forse avevo fatto un errore madornale , ovvero che avevo trovato il mio habitat naturale , come se fosse sempre stato lì ad aspettarmi. Per cui sono poi stato moralmente obbligato a frequentare il corso di Designer Maker di un anno.

Credo profondamente nel mio progetto e anche nei momenti più difficili cerco di tenerlo sempre a mente soprattutto in questa fase iniziale.
Certo,  è un’esperienza nuova, ogni giorno è diverso e si impara costantemente.
Non è certo tutto oro quel che luccica, nel senso che sono tante le incertezze e anche le paure e preoccupazioni di non farcela, perché non è detto che il mondo intero sia in sintonia con il mio pensiero.
Fortunatamente ho dalla mia parte l’appoggio della mia famiglia e di tanti amici che credono in me dandomi l’energia giusta per provarci.
Il fatto poi di  lavorare per me stesso e il quotidiano tentativo di migliorarmi mi regalano le soddisfazioni più grandi, emozioni che i soldi non possono comprare.  Sono consapevole che sarà un lavoro duro  ma l’importante  per me è  ricrearmi uno stile di vita che sia il riflesso di tutti gli insegnamenti e di quello che ho vissuto, una realtà fatta di semplicità e impegno costante.

Da geologo lavorando per multinazionali, ciò che sempre più notavo è come l’aspetto creativo e il rapporto con la bellezza fosse stato in qualche modo allontanato da me, adesso invece ogni volta che realizzo un progetto mi stupisco di come dal cuore e dalla mente  possano prender vita forme e oggetti nuovi, che nostre estensioni fisiche. Questo per me è già una grande vittoria personale.
Con un pizzico di fortuna e tanto lavoro spero proprio di riuscire a vivere serenamente in questa mia nuova dimensione.
Parte della mia generazione è stata costretta a reinventarsi, perché ad oggi una laurea non è garanzia di nulla, anzi spesso è controproducente, e invece di concentrarsi su noi stessi sulle nostre qualità e sogni le barattiamo con il falso mito di un lavoro sicuro.
C’è una sbagliata concezione dei lavori manuali  considerati “umili”, siamo il frutto di una generazione precedente dove il riscatto sociale ed il boom economico hanno spinto i genitori in buona fede a considerare una laurea come priorità, ma sfortunatamente questo approccio non vale per la totalità ed in molti dopo anni di studio realizzano di non aver fatto la scelta giusta.
Personalmente credo ci sia tanto onore nel sporcarsi le mani, nel creare perché tutti questi lavori necessitano grande sacrificio e passione, un po’ come viaggiare, ti mettono in contatto con te stesso, ti mettono costantemente alla prova facendo emergere i tuoi limiti e spingendoti a migliorarti. Inoltre richiedendo tempo, precisione e duro lavoro sono in forte controtendenza con la società del “tutto subito” permettendoti di poter apprezzare con più facilità le piccole cose.

A 33 anni ho subito intuito che se davvero volevo cambiare la mia professione, dovevo scegliere il posto migliore per imparare. È stato un anno molto faticoso fatto di esercitazione costante, di giornate lunghissime cercando di mantenere un alto livello di concentrazione, cercando di assorbire il più possibile.
Ho imparato su molteplici ambiti, non solo di ebanisteria, ma anche di design, disegno artistico e tecnico, computer grafica, comunicazione e business. Tornare “a scuola” da grande è stato per certo molto interessante perché, quando pensi di aver imparato tutto, ecco che si ricomincia da capo, anche questo è stato per me un grande privilegio.

Lavorare il legno è una sfida costante; è un materiale vivo che non si fa dominare facilmente; l’artigiano deve entrare in profonda sintonia avere un approccio ingegneristico e spesso anche sottomettersi ad esso trovando compromessi e soluzioni idonee che vadano a rispettare pienamente quella particolare tavola. Si lavora con livelli di precisione del decimo di millimetro, per cui a sbagliare ci vuole un attimo ed oltre all’uso di macchinari ed elettroutensili, la grande arte sta nell’uso degli attrezzi manuali come pialle e scalpelli dove le vere capacità artigianali vengono fuori. Le tempistiche non sono brevi, bisogna rispettare tempi ben precisi per dare al legno la capacità di ambientarsi ai cambiamenti e agli stress a cui è sottoposto, bisogna averne straordinaria cura.

È per me motivo di soddisfazione e anche grande responsabilità poter dare una seconda vita al legno, creare oggetti di qualità che durino nel tempo e possano magari anche essere tramandati per generazioni, lasciando perché no anche una piccola traccia di me.
Ogni nuovo pezzo necessita un percorso molto lungo che comincia dal processo creativo, alla definizione del progetto conclusivo che deve incontrare le esigenze del cliente ed infine tutta la fase di esecuzione e finitura. Durante questo processo si stabilisce un rapporto profondo oserei dire Padre/Figlio, una piccola parte dell’artigiano rimane intrappolata all’interno dell’oggetto ed è proprio questo che spero di poter trasmettere nei miei futuri lavori e collaborazioni.
I progetti che ho fatto ad oggi sono tutti stati realizzati sulla base di conoscenze antiche, con tecniche che oggi sono sempre meno comuni poiché non sostenibili economicamente, tecniche basati su incastri che non prevedono l’uso di chiodi o viti e finiture che richiedo tempo e ripetizione come la carteggiatura a mano, la finitura French Polish e l’uso di olii naturali.

Messina per me è un continuo ritorno diverso ogni volta. Quando frequentavo l’università, Messina era la città da cui fuggire. I ritorni dall’Australia erano differenti; la nostalgia per questa terra che non vedevo per periodi lunghi iniziava a far presa dentro di me, facendomi riscoprire quella bellezza che prima sottovalutavo e iniziare a capire che il mondo nella sua interezza è magnifico e seppur è spesso  più conveniente e facile vivere in altri paesi. Messina per noi messinesi è un richiamo troppo forte, un’ isola incantata e disgraziata che nonostante le continue brutture a cui dobbiamo sottostare ogni giorno, ci fa innamorare e ci lega in modo indissolubile, una città per cui combattere.

Se prima d’oggi tornando a Messina mettevo sempre in luce le negatività della città (prima fra tutte la noncuranza e la superficialità di noi cittadini), oggi cerco di viverci concentrandomi sul mio progetto e godendo invece delle bellezze che riscontro ad ogni angolo, torno con la curiosità di scavare a fondo per conoscere la Messina migliore, le persone con idee che hanno voglia di cambiare e che stanno dando il loro contributo per migliorare questo posto, luogo che purtroppo sta vivendo culturalmente a mio parere i suoi tempi peggiori.
Bisogna lavorare intensamente, investendo sulle idee, la cultura e il territorio in modo attento e razionale, creando esempi giusti per le nuove generazioni.
Lasciare Messina deve essere una scelta non un obbligo. E le opportunità vanno create non solo per permettere  il rientro dei messinesi ma anche per favorire l’arrivo di studenti, famiglie e professionisti da fuori.
Quel che deve rigenerarsi è soprattutto il rispetto del messinese verso la sua città.
Non intendo andare oltre  le mie competenze, spero solo nel mio piccolo di poter creare qualcosa  che contribuisca a questo processo di rinnovamento.

 

 

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Sei un Grande Frabry ….