La playlist (versione estesa) di Gregorio Parisi per sopravvivere al lunedì

CInque brani (più tre bonus track) per iniziare con slancio la settimana, ma anche per finire in bellezza col 2018 ed accogliere a braccia aperte il 2019

Questa rubrica è prossima all’anno di età, e chi lo avrebbe mai detto. Visto che in questi giorni è tempo di bilanci un po’ per tutti, ne facciamo uno pure noi con un quadro sulla situazione musicale nell’anno domini 2018 e non solo, perché intendiamoci, non esiste scoprire solo dischi nuovi in dodici mesi, ma esiste anche la riscoperta di qualcosa di più vecchio, o anche il riproporsi di brani storici che, in un modo o nell’altro, ritrovano senso di esistere nei mesi successivi. Bando alle ciance, via con una playlist per l’occasione extended edition.

 

Zen Circus – Il fuoco in una stanza

La lingua batte sempre dove il dente duole, perché è lo scopo di questa musica. Degli Zen Circus abbiamo avuto modo di dire qualcosa quando uscì Catene, singolo di lancio per l’ultimo disco della band toscana, Il fuoco in una stanza; per Appino e soci è stato un grande anno, con un tour (perdonateci) infuocato, tanti riconoscimenti, l’ingresso in top ten Fimi e la chiusura col botto con l’annuncio della partecipazione al prossimo Festival di Sanremo. Con l’ingresso in pianta stabile del maestro Pellegrini, ex Criminal Jokers, anche gli arrangiamenti più curati favoriscono una maturazione inesorabile e a nostro parere bellissima del gruppo, che dopo vent’anni di gavetta è passata dal busking ai palazzetti, per arrivare ora sul palco universalmente riconosciuto come il più importante d’Italia. Ad maiora.

 

Beach House – Girl of the year

Quando la scorsa settimana mi è stato chiesto un disco da consigliare per i regali di Natale, ho avuto sinceramente qualche difficoltà nel trovarne uno che potesse essere adatto a tutti. Poi, dopo un lungo ragionamento in macchina mentre tornavo da uno scialbo 0-0 del Messina, ho realizzato che non esiste un disco che, a prescindere, possa piacere a tutti. Esistono però quegli album che nascono per essere scoperti, che richiedono curiosità, e per questo ho inserito 7 dei Beach house, un album che rapisce dal primo ascolto attento, dalla prima volta in cui in cuffia parte Dark spring. Oggi voglio celebrare la grandezza di questo lavoro straripante con uno dei miei brani preferiti, ovvero la Girl of the year che i BH hanno scritto pensando a Edie Sedgwick, una delle ragazze della Factory di Andy Warhol.

 

Majical Cloudz – Are you alone

Ci arrivo, con ritardo ma ci arrivo. Io i Majical Cloudz non li conoscevo fino a questa estate, quando li ho scoperti all’Ypsigrock grazie a Fabio Nirta, dj resident del festival più cool del nostro paese e non solo. Are you alone è un disco gioiello, l’ultimo del duo che si è sciolto ufficialmente poco prima della pubblicazione dello stesso album. La canzone è un grande, generoso inno alla vita che cita più di una volta i Radiohead nel testo e nel mood, dreamy benché sommesso. In un momento di fine anno, in cui tutti volontariamente o meno siamo portati a stilare i nostri bilanci, la domanda del titolo è una delle più ricorrenti in tanti casi. A dispetto dell’umore, delle vicissitudini pesanti e meno pesanti che viviamo, però, qualche momento di solitudine è normale e a volte aiuta pure, ma una mano tesa, il più delle volte, esiste. Sta a noi volerla afferrare o meno.

 

Father John Misty – Mr Tillman

È stato proprio tornando una notte dalla mano tesa verso di me che ho riscoperto un disco amato nella prima parte di estate e poi messo da parte per vari motivi. Father John Misty è altri non è che Josh Tillman, proprio quel Mr Tillman del titolo del singolo (e che singolo) di lancio di God’s favorite customer, un album che è un vero e proprio gioiello incastonato nelle pieghe di questo 2018. Forse quello più intenso, da cui purtroppo dobbiamo selezionare solo un brano, scelta totalmente ardua perché personalmente ho riscontrato due o tre momenti totalmente spiazzanti durante ogni singolo ascolto: “I’m feeling older than my 35” di Please don’t die e “Don’t you remember me?” della stessa God’s favorite customer su tutti, oltre alla spremuta di vero amore e dedizione contenuta in tutta, ma proprio tutta The songwriter.

 

Motta – Mi parli di te

Il disco italiano dell’anno, secondo chi verga queste righe, è Vivere o morire. Autore: Francesco Motta, al secondo lavoro solista dopo un buonissimo inizio di carriera come frontman dei Criminal Jokers. Anche lui vivrà l’emozione di Sanremo, sperando sia il giusto trampolino di notorietà per uno di quelli che le canzoni sa scriverle, e lo fa bene, parecchio. Vivere o morire segue il pregevole debutto del 2016, La fine dei vent’anni, ed è un lavoro in cui buio e luce si intersecano creando scenari difficili da descrivere, sempre in bilico perché di fatto parlano di vita, di esperienze non sempre concluse e come tali non avrebbe senso dare una definizione netta. Mi parli di te, chiusura esemplare di Vivere o morire, parla del rapporto con il padre, ed è una canzone incredibile per l’evoluzione all’interno del brano stesso, per la certosina descrizione di un rapporto che come è naturale che sia si evolve. Non sempre nei modi sperati, è ovvio, ma in alcuni momenti potrebbe anche strapparvi più di una lacrima.

 

Fast Animals and Slow Kids – Farse

Extended edition, perché non ci fermiamo a cinque canzoni. Abbiamo un paio di bonus track da godere, e questa è legata a una storia personale, perché fare il giornalista musicale non dà da mangiare ma regala soddisfazioni. Una di queste è datata febbraio 2018, una bella intervista per RadioStreet con i Fast animals and slow kids in Vucciria, davanti al sangue tanto amato da Aimone. Una serata custodita con amore tra le esperienze più formative tra quelle che ho avuto il piacere di vivere in questo mestiere. Per ricordare quel momento ho scelto Farse, tratta da H?bris, perché andando a Palermo mi sono sparato a volume indicibile questo per caricarmi nel modo giusto e perché “Ti chiudono gli occhi ma tu pensi ai tramonti” è da sempre, per sempre una frase guida.

 

The National – The system only dreams in total darkness

Va nelle bonus track ma giusto per questione stilistica: uno dei dischi che ho più amato negli ultimi anni è correlato alla notizia musicale più importante del 2018, che proseguirà naturalmente nel 2019 perché i The National a Ypsigrock rappresentano una di quelle news che scuoterebbe chiunque abbia un po’ di passione per la musica nelle vene. Sleep well beast è stato un album fantasmagorico, avere Matt Berninger e soci a due passi da casa, in uno scenario pazzesco come quello di piazza Castello sarà totalmente magico. E io rido, perdonatemi ma rido, ricordando gli stolti che qualche mese fa insultavano gli organizzatori di qualche festival al nord perché avevano preferito i National a gruppi che fanno il vero rock. Tenetevi i reperti storici, io stringo al cuore questa band che sta lasciando il segno come poche altre tra le sue contemporanee.

 

Cesare Cremonini – Poetica

Il disco di Motta è il più bello del 2018, ma il brano migliore è di un altro album, è di uno di quelli che prendevamo per il culo da ragazzini perché i Lunapop, tzè, ma cosa dici. Poi però si cresce, crescono gli artisti e crescono per fortuna gli ascoltatori, cresce la consapevolezza di sé e dei prorpri sentimenti, migliora la percezione di quanto si mette su nello stereo e si capisce bene che “la tua mano nel buio guarisce la mia solitudine” non è una frase messa lì per caso ma per una scelta precisa, tra i tanti possibili scenari del destino. E allora la chiosa finale, perdonatemi, è personale perché “questa vita ci ha sorriso e lo sai” ha una destinataria precisa, nonostante la mia personale riluttanza nel tracciare bilanci, ma è bello avere la fortuna di trovare una persona con cui condividere un pezzo fondamentale di vita.

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