La playlist di Gregorio Parisi per sopravvivere al lunedì

Dopo una settimana di (colpevolissima) assenza, torna la rubrica musicale di inizio settimana. Che si apre con The Dandy Warhols e finisce con David Bowie

 

Martedì mi ha scritto Alessio Caspanello, ovvero l’uomo che dirige questo sito, dicendomi che il tasso di mortalità era aumentato dopo la mancata pubblicazione della playlist lo scorso lunedì. Preso dal rimorso, pensavo di scusarmi. Poi ho passato lo scorso sabato pomeriggio in veste di accompagnatore in svariati negozi di abbigliamento e ho capito che l’universo stava tramando una vendetta per la mia assenza. Quindi, detto questo: amici come prima? Chiaramente parlo a voi che siete sopravvissuti lo scorso lunedì, voi supereroi dei giorni nostri, voi che sperate di trovare nei cinque brani odierni motivi per tenere duro. Ebbene sì, proveremo a soddisfarvi anche stavolta. Via così.

 

The Dandy Warhols – We Used To Be Friends

 

 

Che poi sì, capisco anche in parte la sindrome da abbandono ma non ci siamo sentiti, a conti fatti, solo per la scorsa settimana. Chiudere il nostro rapporto, amici lettori, sarebbe prematuro. Non vi dedico, quindi, il brano che rese ancora più grandi i Dandy Warhols, gruppo che se fosse nato nell’epoca di internet avrebbe ottenuto trilioni di visualizzazioni con We used to be friends ma, specialmente, con quella Bohemian like you che nel 2002 faceva da sottofondo alle avventure telefoniche di Megan Gale, una che secondo i terrapiattisti non è nata da nessuna parte—e qui, amici miei, dovremmo anche confrontarci per capire meglio le basi di questa teoria. Certo, non qui, ma possiamo ritenere legale una teoria per cui Megan Gale non è mai nata? Io dico di no.

 

Eamon – Fuck It

 

 

Dire one hit wonder è facile, riconoscerne uno alla prima nota lo è meno, eppure per quanto riguarda Eamon è tutto così dannatamente semplice che non sembra vero. Eamon, per chi non avesse vissuto dal vivo quel meraviglioso 2004, praticamente pubblicò questa canzone in cui insultava la sua ex dicendogliene di ogni e legando per sempre il suo nome alla categoria “brani da rottura”. Da lì in poi uno o due timidi tentativi di riemergere dall’anonimato più assoluto, la risposta della presunta ex (cosa smentita a più riprese, però Fuck you right back non era neanche malaccio in fondo) e niente, finisce qua. Come tutte le cose belle, finisce anche questa e senza preavviso.

 

Appino – I giorni della merla

 

 

È finito novembre, i giorni della merla sono molto distanti ma li ripeschiamo perché l’altra notte ho scelto un disco per farmi compagnia in autostrada e ho deciso di riascoltare dopo moltissimo tempo Il testamento, primo disco solista di Andrea Appino. Sorpreso, ho notato di ricordarne quasi tutte le canzoni praticamente a memoria, ma, forse a causa di un periodo un po’ particolare, confesso che la bellezza de I giorni della merla mi ha spiazzato perché ricordavo mi piacesse, ma non così tanto. Una confessione spirituale a cuore aperto in giorni caldi sul tema della violenza sulle donne, un pugno nello stomaco fortissimo. Una di quelle canzoni che, una volta apprezzate, non dovrebbe passare in secondo piano nella propria memoria. Mea culpa.

 

Sick Tamburo – E so che sai che un giorno

 

 

Qui era prevista un’altra canzone, ma è successo che negli ultimi due-tre giorni ho canticchiato insistentemente i Sick tamburo, che mi sono venuti in mente senza motivo venerdì e da allora ogni tanto mi ritrovo a intonare tra me e me essochessaicheungiorno ecc. A.I.U.T.O., uscito nel 2011 per La Tempesta, è stato un disco forse passato ingiustamente sotto traccia, perché stava cominciando a prendere piede l’ipnosi collettiva che poi, di lì a poco, esplose con una nuova leva cantautorale che si rifaceva a una grammatica diversa. I Sick Tamburo (per chi non li conoscesse, da leggere anche come due terzi dei meravigliosi Prozac+) sono davvero bravi. Oggi devo farmi perdonare un’assenza, quindi vi regalo questa. Facciamo pace?

David Bowie – Always crashing in the same car

 

 

L’altra sera sulla mia macchina è salita una lumaca. Non so come, né perché, né dove sia salita. Fatto sta che mi sono fatto decine di chilometri in sua compagnia (specifico, però, che lei era fuori). Lei camminava, saliva a fatica sul mio bolide blu metallizzato. Annaspava forse, l’ho lasciata fare. Sono andato a cena ed era giunta sul tetto. “Resta qua”, pensi allora tu, persona senziente. No, lei ha continuato ad andare dall’altra parte. Credo sia scesa dal lato opposto rispetto a dove era salita. Direte voi, che c’entra con David Bowie? Forse niente, forse tutto. Dopotutto si parla di macchine, ok. La spiegazione in realtà è semplice: Always crashing in the same car è un brano tratto da Low, e aggiungere commenti a uno dei dischi più belli mai incisi era superfluo, quindi per oggi va bene così.

 

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