Diffamazioni e querele, se la Cedu “condanna” l’Italia. Il Convegno con Sergio Sergi e Adriana La Manna

MESSINA. Troppe condanne per i giornalisti che rischiano persino il carcere e insostenibili pene economiche. Benvenuti in Burundi, anzi in Italia. Il monito arriva direttamente dagli osservatori internazionali che hanno dedicato un intero capitolo ai media con le raccomandazioni, da attuare al più presto, per salvaguardare la libertà di stampa e quindi la democrazia. L’Osce, Organizzazione per la Sicurezza e la cooperazione in Europa, già in occasione delle elezioni del 4 marzo, ha sollecitato «l’abrogazione delle norme penali sulla diffamazione», da sostituire con «sanzioni proporzionate al danno effettivamente arrecato». Una indicazione in linea con quella della Cedu, la Corte europea dei diritti dell’Uomo, che ha messo più volte al bando l’Italia per le pesanti condanne a carico dei giornalisti.

Un tema delicato che sarà affrontato il 14 settembre, nell’Aula Magna della Corte d’appello di Messina, dalle 16, al convegno “Diffamazioni e querele. Le posizioni della Cedu”. Relatori l’avvocato Adriana La Manna e il giornalista Sergio Sergi.

L’incontro, coordinato dal giornalista Emilio Pintaldi, e accreditato per avvocati e giornalisti, rientra tra gli appuntamenti legati al corso per la formazione permanente sul tema “Il lavoro giornalistico tra diritti e doveri, responsabilità e tutele”,  organizzato dai rispettivi ordini professionali e da Agi.

Un tema caldo su cui si sono accesi i riflettori da tempo. Per gli osservatori internazionali, da abrogare immediatamente sarebbero le norme penali sulla diffamazione che in sé hanno un chilling effect sui giornalisti e procurano, così, un danno sicuro per la collettività, che ha il diritto di essere informata. Già nel 2013, la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva condannato l’Italia per violazione dell’articolo 10 della Convenzione che assicura la libertà di espressione (sentenza Belpietro contro Italia), in particolare perché la previsione del carcere per i giornalisti è una misura incompatibile con la Convenzione, salvo nei casi di incitamento all’odio o alla violenza. Secondo i giudici di Strasburgo inoltre «i risarcimenti per diffamazione esageratamente elevati possono aver un effetto negativo sulla libertà d’espressione, e quindi devono esserci tutele adeguate a livello nazionale al fine di evitare che siano riconosciuti alle vittime indennizzi sproporzionati». Già nel 2015 – osserva la missione dell’Osce – 475 giornalisti, in Italia, sono stati condannati per diffamazione e ben 155 a pene detentive. Ma non solo. L’Italia non ha posto alcun argine alle querele temerarie, con richieste astronomiche, che si moltiplicano e che, soprattutto a causa della crisi economica che affligge il settore editoriale, costituiscono una spada di Damocle sui giornalisti e sugli stessi editori.

Ma c’è un altro dato importante in tema di sanzioni applicabili ai giornalisti. La Corte ha ripetutamente statuito che la pena pecuniaria, per non essere ‘dissuasiva’ per il giornalista, deve essere proporzionata: non solo alla gravità dell’offesa e al grado di diffusione del mezzo mediatico utilizzato, ma anche alla situazione economica del giornalista. Ne consegue che la normativa italiana in materia di diffamazione a mezzo stampa è, al momento, fuori parametro Cedu. Sia perché prevede la pena detentiva sia perché la pena pecuniaria può non essere commisurata alle condizioni economiche del giornalista.

Il prossimo appuntamento con il corso di formazione permanente organizzato da Agi, Ordine degli avvocati di Messina e Ordine dei giornalisti è sul tema “Informazione e servizio pubblico”. Si terrà il 22 settembre, sempre in Corte d’Appello, dalle ore 10 e vedrà come relatori il presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte Alberto Sinigaglia, il giornalista e scrittore Pietrangelo Buttafuoco e il docente Francesco Pira.

Lascia un commento

avatar
400