Una città e la morte: come una tragedia può suscitare un sussulto comunitario

Dalla “compassione” espressa sui social alla partecipazione corale alle esequie: proprio nel momento in cui le vicende politiche locali mostravano mancanza (apparente) di senso, Messina ha scoperto di possedere un’anima

 

In un memorabile saggio del 1975 (Storia della morte in Occidente: dal medioevo ai giorni nostri) lo storico francese Philippe Ariès tracciava l’evoluzione del concetto di morte attraverso varie successive percezioni e pratiche della stessa, dalla morte addomesticata del primo Medioevo alla morte rimossa della contemporaneità. In misura analoga, nell’ultimo secolo, è venuta registrandosi una simile mutazione all’interno delle società occidentali, dalla morte considerata fatto naturale e – appunto – “domestico” presso le culture popolari, eredi di quelle tradizionali, alla morte sottoposta a meccanismi di rimozione e tabuizzazione presso la nostra cultura “moderna”.

Una delle caratteristiche peculiari della cultura tradizionale siciliana (ma anche, sottolineo, delle culture popolari europee) era infatti offerta dal rapporto di contiguità che lega il mondo dei vivi con quello dei morti, e dalla conseguente serie di strategie rituali volte a garantire sempre spazi e modalità di interlocuzione tra i due mondi, dalle feste dei morti ai rituali funebri ai meccanismi di elaborazione del lutto etc. Peculiare dell’Isola rispetto ad altre realtà europee è stata forse la circostanza che tali modelli culturali abbiano mostrato nel corso del tempo un maggiore radicamento presso le comunità locali, e che pertanto elementi della tradizionale “cultura della morte” altrove dismessi in concomitanza con la trasformazione della società, abbiano qui mostrato degli “attardamenti” che li hanno resi, in qualche misura, organici al comune sentire, almeno fino alla mutazione antropologica registratasi in ambito popolare intorno alla metà degli anni ’60.

Ieri si moriva in casa, coralmente e comunitariamente, si banchettava nei cimiteri, si guardavano i cadaveri in faccia e si dispiegavano strategie volte a mantenere aperti i canali di comunicazione tra i due mondi, quello dei vivi e quello dei morti. Oggi si muore in ospedale; la morte si banalizza e si espunge attraverso l’opacità delle cartelle cliniche e nei non-luoghi delle anonime strutture sanitarie. Si assiste, certo, a una quantità enorme di morti virtuali o sublimate dai media, dai violentissimi videogiochi alle stragi orrende che la televisione ci propone quotidianamente. Ma anche queste ultime sono delle morti, appunto, lontane, che ci toccano per un istante e poi, per meccanismi di autodifesa, vengono riposte accuratamente nel cassetto delle atrocità da rimuovere.

La morte, dunque, si preferisce oggi ignorarla, passarla sotto silenzio, delegandone la gestione alla Chiesa, i cui orizzonti di fede non sono peraltro da tutti condivisi (segno anche questo di una solitudine del morente). Si preferisce viceversa consumare il presente assaporandone voracemente tutti i momenti, di fatto lasciandosi sfuggire tra le dita il senso dell’esistenza proprio per quell’atto di rimozione. La decisione, inconsapevole, di non voler fare i conti con la morte sottrae agli uomini di oggi la capacità di dispiegare nei confronti della vita attività valoriali, recuperando alla cultura e alla memoria tutto ciò che è destinato a passare. Lo aveva ben compreso l’etnologo italiano Ernesto de Martino in un denso passaggio di Morte e pianto rituale, una delle sue opere più famose:

“Se volessimo definire l’umana civiltà nel giro di una espressione pregnante potremmo dire che essa è la potenza formale di far passare nel valore ciò che in natura corre verso la morte: è infatti per questa potenza formale che l’uomo si costituisce come procuratore di morte nel seno stesso del morire naturale, imbrigliando in una regola culturale del passare quanto passa senza e contro l’uomo”.

Proprio in questo far passare nel valore ritengo che consista uno dei compiti più ardui in cui è tutt’ora faticosamente impegnato il nostro umanesimo, se è vero, come sosteneva lo stesso de Martino, che tutto quanto non venga recuperato come valore, attraverso una qualche strategia di conferimento di senso, rischi di trasformarsi in cattivo passato, dannoso al pari di un cibo indigesto.

La società contemporanea rifugge pertanto dal misurarsi con la dimensione del “finire”, preferendo puntare su un eterno anodino presente, privo di connessioni col passato e col futuro. Oggi invece è accaduto che la nostra Città, colpita da una sciagura atroce che ha segnato atrocemente la vita di un nucleo familiare, per un momento sia tornata a declinare la dimensione partecipativa della morte, quella che le è propria e che sempre dovrebbe esserlo, essendo faccenda che tutti ci riguarda.

Ogni morte è scandalo alla vita; tanto più scandalose sono state percepite queste, che hanno visto spegnersi due giovanissime candele. Ecco allora che per un giorno si è assistito alla cessazione del cicaleccio politico. Dalla “compassione” espressa nei social (a volte stucchevole in quanto espressione di angusti orizzonti esistenziali, ma in ogni caso a suo modo sincera) alla partecipazione corale alle esequie, amplificata nella maggiore piazza cittadina, al larghissimo spazio dai media dedicato alla morte dei due innocenti fratellini, Messina – proprio nel momento in cui le vicende politiche locali mostravano entropia e mancanza (apparente) di senso – si è scoperta possedere un’anima. In una situazione di morte civile, due tragiche morti reali hanno suscitato un sussulto comunitario.

Messina quindi, a tratti, scopre di avere un’anima. Che tale anima sia reale, e non frutto di meccanismi imitativi o di sterili esercizi retorici, questo solo il futuro che ci apprestiamo a vivere potrà dircelo.

 

 

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