Come si diventa provincia dell’impero in sessanta righe

Nell'articolo sul Fatto Quotidiano di presentazione delle elezioni in città, Saitta diventa uno sconosciuto, le liste a supporto dei candidati si contraggono e si scopre che esistono i pilastri del ponte sullo Stretto (e il piano di riequilibrio a vent'anni). Perchè Messina può essere raccontata con pressappochismo

 

MESSINA. Chi da non messinese, per qualunque ragione, fosse anche solo minimamente interessato alle elezioni messinesi e avesse voglia di togliersi un po’ di curiosità leggendo il nutrito pezzo su Il Fatto Quotidiano di ieri, imparerebbe un bel po’ di cose che anche i messinesi sconoscono.

Che il ponte sullo Stretto è in fase di costruzione, anche avanzata, per esempio, e che Accorinti vi ci si è incatenato (” un professore di ginnastica noto in città con le sue battaglie sociali, le fotografie lo ritraggono incatenato ad un pilastro del ponte di Messina“, letteralmente), che è buddista (circostanza che non ci prova ormai nemmeno più a smentire, visto che dopo la settecentesima volta si sarà pure stufato), che Antonio Saitta non è fisicamente quello che tutti immaginavamo che fosse (la foto ritrae uno sconosciuto), ed è sostenuto da tre liste, invece che dalle sei che noi messinesi conoscevamo, ma anche che Dino Bramanti di liste a sostegno ne ha persa qualcuna per strada, visto che nel pezzo le liste sono indicate in numero di quattro (e invece sono dieci). Basta?

Macchè. Si apprende che “il debito sarà spalmato nei prossimi vent’anni (parole accreditate ad Accorinti in un virgolettato), mentre qui eravamo rimasti fermi alla bocciatura della dilazione del piano di riequilibrio, che quindi pensavamo fosse rimasto a dieci anni ma anche che Cateno De Luca, definito “Salvini dello Stretto” è alla quarta legislatura da deputato regionale, e ciò vuol dire che qualcuna ci è sfuggita, dato che agli atti ne risultano tre.

L’articolo è a firma Enrico Fierro, cronista della vecchia guardia che vanta un curriculum lungo così, da Epoca all’Unità, per cui è stato inviato in zone di guerra, ed è al Fatto praticamente dalla sua nascita. Uno di quelli la cui firma è garanzia di credibilità. Uno di quelli di cui ci si fida, così come ci si fida del Fatto.

Poi, però, c’è la sindrome dell’esploratore del 1800, quello che si beava del mito del “buon selvaggio”, raccontando le sue suggestioni rispetto ai luoghi che visitava, con pigrizia e pressappochismo. Lo stesso spirito che anima chi arriva a Messina a raccontare le baracche “che risalgono al terremoto”, o di chi nei sottopancia dei telegiornali attribuisce alla provincia di Catania la messinese Taormina. Poco impegno e massima resa, intenzioni delle migliori, ma risultato disastroso. E scopriamo che esistono i pilastri del ponte sullo Stretto, e una serie di imbarazzanti strafalcioni.

L’articolo appare a pagina 6, è dedicato alle città al voto: non è un trafiletto a pagina trenta. Non parla di un paesino da poche anime. Parla della tredicesima città d’Italia, una delle più grandi al voto. Parla, con tutta la retorica del caso, di Francantonio Genovese e dei suoi guai, va a volo d’uccello su Gaetano Sciacca, dà voce all’epica di Accorinti, racconta degli scazzi tra De Luca e Pippo Trischitta. Il Fatto del ponte sulo Stretto si è occupato parecchie volte: si dovrebbe sapere che non esistono pilatri.

Ma tant’è. Fa colore. Fa narrazione.

Ma lo fa con l’irritante sensazione che per imbastirla siano serviti tre minuti, una telefonata ad una fonte non troppo attendibile e qualche ricerca su Google. Pure male eseguita, visti gli scivoloni.

Per raccontare  quello che succede a Messina non vale la pena di perderci tempo. Anche questo vuol dire esse la provincia dell’impero.

 

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Scusi, è anche colpa vostra, ossia di Voi giornalisti, che l’articolo non glielo sbattete in faccia all’autore superficiale facendone diffusione a vostra volta su organi di stampa nazionale. Chi rimane impunito per la propria superficialità, non sa neppure di esserlo…