La playlist di Gregorio Parisi per sopravvivere al lunedì

Siccome ho mal di schiena da una ventina di giorni, forse qualcosa di più o forse qualcosa di meno, a questo lunedì ho deciso che non sopravviveremo. È brutto da dire, signori, ma vi porto giù con me (no, non via con me, qua Jovanotti non può entrare, ricordiamocelo sempre) facendovi fare un viaggetto nel dolore, sperando nella vostra empatia e che questa pomata maledetta si decida a funzionare.

Lucio Dalla – Henna

Soffriamo con stile e con la consapevolezza che il dolore ci cambierà: prendiamo un caposaldo della musica italiana, una di quelle canzoni che non dovremmo neanche permetterci di nominare, e la releghiamo a qualcosa di strano, di diverso, la normalizziamo per parlare di dolore anche fisico, non solo quello morale che Lucio Dalla raccontava nel ’94 in una delle canzoni più ispirate dell’ultima parte della sua carriera. Henna è una fiamma di speranza in un mare di sofferenza, Henna è la scintilla con cui accendere a giorno questa tetra notte tipicamente italiana.

 

Johnny Cash – Hurt

Da un grande del belpaese a un enorme monumento della musica mondiale: Johnny Cash è stato uno dei songwriter più incisivi di sempre, senza dubbio alcuno, ma nell’ultima parte della carriera è stato uno straordinario interprete di brani altrui. Qui lo possiamo sentire riprendere in mano un pezzo dei Nine Inch Nails, Hurt, che nel 1994 chiudeva quel capolavoro di Reznor chiamato The downward spiral. Se nella versione originale le sonorità industrial sembravano quasi un urlo di aiuto, una richiesta per venire tirato fuori dalla melma, la malinconia di Cash nella cover sembra solo l’ammissione di consapevolezza che tutto è stato fatto, e ora tocca solo aspettare il destino.

 

Disturbed – The Sound Of Silence

Parlando di cover, devo dire che pensavo ci fosse una levata di scudi maggiore riguardo la decisione dei Disturbed di mettere le mani su The Sound of silence. Sono sinceramente contento che non sia andata così, che in tanti abbiano apprezzato quanto fatto da David Draiman e soci, perché una volta capito l’intento di omaggiare l’originale di Simon & Garfunkel credo sia davvero difficile negare la bellezza di questa versione, pubblicata come singolo tratto da Immortalized sui titoli di coda del 2015. Potente e intensa, grazie a un Draiman in formissima, è la prova che nessun brano è intoccabile se ci si sa lavorare per bene.

 

Nevermore – The Heart Collector

Toh, un altro gruppo che si era cimentato nel rifare The sound of silence: all’interno di Dead Heart in a Dead World, uscito nel 2010, i Nevermore di Warrel Dane ne incisero una versione che non passò precisamente alla storia, ma nello stesso disco possiamo trovare delle perle come Believe in nothing, la title track (inserire cuori qui) o la straordinaria The heart collector, canzone che più di ogni altra può spiegare perché in tanti conferiscono al compianto Dane l’etichetta di cantante power, in quella che è una inutile battaglia portata avanti da alcuni per definire il genere di un gruppo che a inizio anni 2000 ha spaccato il culetto ai passerotti.

 

Audioslave – Doesn’t Remind Me

Venerdì scorso è stato un giorno molto brutto, perché era il primo anniversario della morte di Chris Cornell, un uomo meraviglioso che per tutta la durata degli anni ’90 ha potuto vantare la voce più bella del pianeta Terra. Per dire grazie a Cornell ci sarebbero un trilione di canzoni più adatte, probabilmente, rispetto a Doesn’t remind me, pezzo degli Audioslave tratto da Out of exile, ma va detto che il peso decisionale è sulle mie spalle che, come detto in apertura, non sono al meglio—e comunque, scherzi a parte, sono così affezionato a questo brano che oggi, Chris, ti ricordo così. Hai lasciato un vuoto incolmabile, ti voglio bene.

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