La playlist di Gregorio Parisi per sopravvivere al lunedì

Siamo alle soglie delle elezioni e voi, appassionati lettori, non vedevate davvero l’ora che arrivasse il momento in cui questa rubrica settimanale scendesse in campo. Ci siamo, siamo pronti per parlare di quanto sta succedendo, di quanto succederà e di quanto speriamo che qualche canzone ci seppellirà, perché la playlist odierna si muove sinuosamente tra le pieghe di partiti e movimenti che hanno schierato centinaia di persone e noi siamo pronti a promettere il voto a tutti quelli che piazzeranno una love reaction a questo articolo. Oh, se non facciamo il botto stavolta vi buco la scheda elettorale e vi commissario la città.

 

Jace Everett – Bad things

Le tipiche cose brutte e cattive da campagna elettorale, diciamo: accordi sottobanco, promesse, ‘sti inciucetti di infimo valore morale che sviliscono la nobiltà di una candidatura a qualsiasi livello. Bad Things era la sigla di True Blood, una serie tv prodotta da HBO che credo parlasse di vampiri o cose simili, mostri succhia sangue storicamente senza particolari scrupoli. Insomma, tipo chi si compra i voti con vacue promesse elettorali, dai.

 

Willie Peyote – Portapalazzo

Portapalazzo è uno dei singoli estratti da Sindrome di To^ret, disco straordinario di Willie Peyote. Il video è stato pubblicato, non certo casualmente, il 3 marzo, il giorno prima delle politiche. Il tema portante è ribadito bene nel bridge finale, “Votare è un diritto, votare è un dovere, ma se non sai chi votare, vota me per piacere, tanto non hai alternative, guarda chi abbiamo al potere: noi siamo gli unici onesti, lo dovresti sapere”. È un discorso orientato principalmente a un partito (o movimento dai, ci siamo capiti), ma nella meravigliosa fauna cittadina si può allargare praticamente a chiunque perché, ehi, odiano tutti la vecchia politica anche se ci stanno dentro da… da… da sempre?

 

Green Day – Minority

Che poi in fondo a chi importa vincere? Chi lotta, recita un vecchio adagio, non perde mai. E poi i Green Day una ventina di anni fa sbandieravano ai quattro venti la loro voglia di essere una minoranza, incarnando uno spirito punk forse tardivo ma abbastanza genuino, poi approfondito ulteriormente quando si sono trovati davvero a essere la minoranza, qualche anno dopo, sotto la presidenza Bush con American Idiot e tutto ciò che ne conseguì. Certo, è un pezzo che va capito e inquadrato in una cornice decisamente più ampia, ma “down with the moral majority” è abbastanza cool per essere un inno ancora oggi.

 

REM – Losing my religion

Ok, questa è semplicemente perché l’altra sera parlando con amici è venuto fuori un pregevolissimo gioco di parole che mi ha fatto ridere molto (ma non badate al mio umorismo, è consapevolmente pessimo e frega poco), perché uno dei casi degli ultimi giorni di campagna elettorale in salsa messinese è il passaggio di Lucy Fenech da Cambiamo Messina dal Basso alla coalizione che supporta Antonio Saitta. Una situazione particolare che ha richiamato un classicone dei REM, anche perché se ce lo cantate sopra, “Lucy my religion” ci calza davvero a pennello (no, inutile, non ci sentiamo neanche in colpa).

 

Beach House – Last ride

Mi sono chiesto cento volte, prima di inserire Last ride, se valesse la pena sporcare con temi così banali una delle canzoni più belle del 2018. Alla fine 7 è un disco meraviglioso dei Beach House, pubblicato giorno 11 e già causa di numerosi colpi al cuore, e Last ride ne rappresenta la degnissima conclusione. Non meritando un tale dono, lo sprechiamo dicendo che speriamo sia l’ultimo giro per tanti che fanno sporca campagna elettorale approfittando dei bisogni di una fascia di cittadinanza e provando a prendere quest’ultima letteralmente per i fondelli (dai che avete capito qual era la parola vera). Last ride per loro, lo diciamo ma non ci crediamo, perché siamo sempre a Messina baby, dove tanti vogliono cambiare perché non cambi nulla.

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