Una città per l’uomo

"Con le elezioni sarebbe utile che la nostra città venisse finalmente percepita non più o non solo come luogo degradato e privo di memoria (come in effetti in parte ancora è), ma anche come luogo che attende di essere liberato"

Se pensiamo alle nostre città, tante volte è questa la contraddizione. Questa voglia di esaltazione, di prepotenza umana, questa voglia di crescita senza attenzione ai dettagli. E alla fine quello che veramente fa distruggere una città è la mancanza di misericordia, quando si esalta troppo, quando fa incantesimi per addormentare la gente…..” (Luigi Verdi).

Le città hanno una loro vita e un loro essere autonome, misteriose e profonde; e se hanno una loro anima, un loro destino, e se non sono occasionali mucchi di pietra, le città sono le misteriose abitazioni di uomini, in un certo modo le misteriose abitazioni di Dio. Ogni città è una rocca sulla montagna, è un candelabro destinato a rischiarare il cammino della storia” (Giorgio La Pira).

Insieme a tutti gli altri uomini e donne i cristiani si interrogano sulla città che abitano e la giudicano, anche perché dalla città dipende la loro vita, la loro felicità e la loro umanizzazione. E così la città a volte è sentita come una realtà positiva, come una città <<amica>>, ossia come un luogo di umanizzazione, di crescita umana; altre volte invece si presenta come <<nemica>>, ossia come un luogo che contraddice la qualità della vita, delle relazioni, quando non è addirittura segnata dalla barbarie e dalla disumanità…..” (Enzo Bianchi).

Con l’elezione del Sindaco, del Consiglio Comunale e dei Consigli di Quartiere, sarebbe utile che la nostra città venisse finalmente percepita non più o non solo come luogo degradato e privo di memoria (come in effetti in parte ancora è), ma anche come luogo che attende di essere liberato. Se la qualità della vita a Messina è ormai giunta ai livelli che conosciamo, abbiamo forse il dovere di credere che lo stesso disagio che ognuno di noi avverte sia condiviso da tante migliaia di altri cittadini messinesi; e allora perché non provare a crederci tutti in un riscatto e in una liberazione della città dai mali antichi e nuovi che la stanno soffocando?

Naturalmente, condizione essenziale a che tale processo non sia fine a se stesso è che nessuno sia più disposto a chiudere i propri occhi di fronte alla realtà. Non si può pensare di lavorare per un futuro più a misura d’uomo senza prendere posizione rispetto a scelte politiche, sociali, urbanistiche (dal lavoro al ponte sullo stretto, dall’invasione dei Tir ai servizi sociali, dalla scuola ai beni culturali) che incidono tanto profondamente sulla vita civile, sulla convivenza e la serenità delle persone, sulla loro capacità di coltivare ed esprimere utopie, di essere disposti a intravedere un futuro diverso.

Un impegno per tutti i cittadini nella vita di questa nostra città non può dunque esaurirsi né confondersi in un impegno politico e partitico che assai spesso nel passato ha abbandonato lungo la strada le radici democratiche che ne avrebbero dovuto ispirare la prassi, ma dovrebbe sortire una vigilanza e un rigore che valgano a orientare le azioni nostre e altrui, rendendoci tutti un po’ più lucidi, consapevoli, determinati. Mai rassegnati.
Queste poche note vogliono essere pertanto un avviso per i naviganti (non solo i candidati a Sindaco di questa città ma anche noi che li voteremo e che con loro navigheremo). Un invito dunque alla riflessione e non un proclama elettorale. Pensieri ad alta voce, uniti all’auspicio che gli elettori messinesi inizino a votare secondo coscienza e non per logiche familistiche o di scambio.

Penso di far parte, come spero tanti, di coloro che negli ultimi decenni hanno guardato con sempre maggiore sconcerto, tristezza, disaffezione al declino di una città governata più come un limone da spremere che come una realtà palpitante in attesa di essere compresa, valorizzata, e soprattutto amata.

Messina oggi è un’amante che cerca il suo amato, come nel Cantico dei Cantici. Io, contrariamente a quanto ritenevo alcuni anni fa, non so se l’arrivo dell’amato sia prossimo, né quale sarà il suo volto. Continuo a sperare in un blocco storico intelligente, pacifico, ordinato, allegro, le cui democratiche performances possano stupire, irritare e impaurire il cuore dei Ras che hanno governato e sperano di poter ancora governare le sorti di Messina. Utilizzando un termine coniato da quel geniale gobbetto di Turi cui il regime fascista decretò lunghi anni di carcere illudendosi di impedire in tal modo che il suo cervello funzionasse, sarei infatti tentato di definire tale movimento di persone preoccupate e incollerite un blocco storico; di fatto, esso costituirebbe, nel suo complesso, un salutare cortocircuito attraverso il quale i Messinesi potrebbero iniziare pian piano, dapprima sommessamente poi con voce sempre più alta, a provare vergogna della storia cittadina degli ultimi decenni.

A tale speranza si oppongono purtroppo alcune “anime” della città che, pur animate da sinceri sentimenti di affezione ad essa, non riescono a sottrarsi alla tentazione di esercitare narrazioni della città, retoriche, stereotipi e luoghi comuni su di essa; i rischi di un’eccessiva mitizzazione, o viceversa di un’abnorme ideologizzazione dei problemi di Messina non possono che danneggiare chi intenda amministrarla normalmente, affrontando i problemi con occhio disincantato e al contempo attento a tutte le facce della medaglia, pronto ad andar dritto per la loro risoluzione senza lasciarsi condizionare da poteri di qualunque genere e provenienza, e deciso soprattutto a far sì che i deboli, i meno attrezzati socialmente, i meno privilegiati non abbiano a pagare i costi maggiori delle scelte che si andranno a fare.

A Messina c’è chi ritiene che vagheggiare le glorie del passato costituisca già di per sé un riscatto della città dalle sue miserie attuali. Non è così purtroppo, perché la città è cambiata nel corso del tempo, e mutata è pure la sua composizione sociale, i suoi orizzonti, la sua stessa auto-percezione e rappresentazione.

Occorre piuttosto sforzarsi di decriptare i segni che la città presenta, aggirarsi nei suoi reticoli, rendersi capaci di comprendere il senso dell’articolata trama di realtà materiali e immateriali che la compongono.

Messina va vista come un palinsesto, che conserva – stratificate – tutte le tracce, tutti i segni impressi nella sua pergamena territoriale. Un palinsesto divenuto nel corso del tempo luogo di disseminazione e di confusione delle lingue. Da qui l’esigenza di tornare sensibili alla città (di oggi, attuale, non quella dei secoli passati), ascoltare la sua voce, restituirle il respiro.

Percepire il territorio come laboratorio di cittadinanza significa comprendere come questo processo di apprendimento non sia fine a se stesso, alla stregua di un mero incremento delle conoscenze libresche, ma debba sortire come suo naturale esito il sorgere, o l’incrementarsi, di un senso di appartenenza, di “domesticità”, di appaesamento che rendano il luogo in cui si è nati o in cui si vive una “patria”.

Occorre insomma (se vogliamo utilizzare dei termini resi noti da Benedetto Croce) conoscere certamente la historia rerum gestarum (il passato più o meno glorioso di Messina) ma avendo a cuore soprattutto la historia condenda, una storia tutta da farsi che si dipana dinanzi a noi se la politica si fa servizio e coinvolgimento comunitario.

Non saprei allora pensare altrimenti l’azione politico-amministrativa se non come una prassi giocata sull’educazione permanente alle patrie culturali.

Allo spazio urbano può e deve fare da contrappunto uno spazio interiore che ci faccia recuperare la “felicità” di vivere questo, e non un altro luogo.

L’etnologo Ernesto de Martino ci ha consegnato pagine memorabili sull’importanza delle patrie culturali:

… alla base della vita culturale del nostro tempo sta l’esigenza di ricordare una patria e di mediare, attraverso la concretezza di questa esperienza, il proprio rapporto col mondo. Coloro che non hanno radici, che sono cosmopoliti, si avviano alla morte della passione e dell’umano: per non essere provinciali occorre possedere un villaggio vivente nella memoria, a cui l’immagine e il cuore tornano sempre di nuovo, e che l’opera di scienza o di poesia riplasma in voce universale”.

Occorre dunque riappropriarsi dei luoghi. Ma come?

Negli anni settanta del secolo scorso Hugues de Varine, uno dei teorici della Nuova Museologia e degli ecomusei, postulò una triangolazione virtuosa tra abitanti, territorio e patrimonio.

Si può dunque partire da politiche che mirino ad annullare la frattura, lo scollamento tra la comunità locale e i propri patrimoni. Gli abitanti di Messina, anche a causa del degrado urbanistico degli ultimi decenni, hanno sviluppato una sostanziale disaffezione al luogo in cui essi vivono. Le conseguenze di tale atteggiamento sono sotto gli occhi di tutti, dalle auto in perenne seconda fila ai sacchetti d’immondizia lasciati dove capita ai danneggiamenti inferti senza vergogna, a tutto quanto dovrebbe essere percepito come “bene comune” ed è invece visto come “pubblico, quindi non mio”.

Nell’Inghilterra degli anni ’80 l’Associazione “Common Ground” promosse il coinvolgimento delle comunità locali attraverso le “Parish maps” (Mappe di comunità). Si trattava di creare carte tematiche dedicate alla descrizione dei tematismi e delle emergenze i più varî, allo scopo di ritrovare i legami che uniscono in un’unica trama persone e luoghi. Le mappe – espressione della soggettività collettiva – venivano disegnate lasciando decidere alle comunità cosa era importante mettere in risalto, definendo collettivamente quello che interessava, quello che era veramente importante, quello che faceva di ogni luogo un luogo speciale.

Questa politica privilegiava i contesti, le trame, i reticoli, e non le emergenze, i massi erratici, le unicità. Comportava dunque dare voce alla struttura e non alle realtà individuali, in ciò richiamando la lezione delle Annales, che ha inaugurato la storiografia moderna.

In tale quadro, è chiaro che non si può pensare di amministrare una città avendo riguardo solo ad una parte di essa. I villaggi e le periferie in genere concorrono altrettanto che il centro e le zone residenziali a determinare la vivibilità di un angolo di mondo. E per ottenere ciò la ricetta è sempre la stessa: lotta senza quartiere al malaffare, e poi progetti educativi ed esempi virtuosi per giovani e adulti. Animare il territorio non è una formuletta vuota di significato, comporta invece interagire con le persone e con le comunità di villaggio, di quartiere, di rione per condividere con esse progetti di “rifondazione identitaria”.

Se dovessi pertanto suggerire al futuro Sindaco di Messina delle “azioni”, questo potrebbe essere un provvisorio decalogo:

  1. Amministrare una città è come compiere un viaggio. Si deve scegliere se farlo da soli o con tutti gli altri. I “paesaggi urbani” necessitano di occhi e di cuore in grado di apprezzarne la natura, di prendersi cura dei guasti presenti, di intravederne le potenzialità. Tutto ciò non può che essere fatto ascoltando la comunità. Nessuna società degna di questo nome può edificarsi sullo sfruttamento del territorio, sul piccolo cabotaggio politico, sull’indifferenza e l’esclusione.

  2. L’attuale realtà cittadina è il frutto di un’urbanizzazione forzata che ha prodotto in misura sempre più esponenziale l’incremento della disuguaglianza sociale. Ne è risultata una città spersonalizzata, un non-luogo la cui insignificanza si è ancor più aggravata per le devastanti scelte politico-urbanistiche dell’ultimo mezzo secolo. Si potrebbe dire, senza timore di essere tacciati di smanie apocalittiche, che Messina ha sperimentato negli ultimi decenni la morte dell’umano, intendendo con tale espressione la scomparsa di molti luoghi di aggregazione (l’agorà) e di socializzazione che non siano quelli anodini delle discoteche o di altri consimili spazi narcotizzanti.

  3. Perché una comunità possa crescere e rafforzarsi nel suo radicamento allo spazio urbano occorre che riscopra una “comunità di destini”, un sentirsi ognuno solidale con il maggior numero di concittadini (il famoso ma raramente praticato ”ci troviamo tutti nella stessa barca”). Ciò comporta restituire importanza alla memoria e alle memorie condivise, e anche avvertire una sorta di coesione simbolica che riguarda tutti coloro che fanno parte della comunità. Può essere utile a tale scopo la ricerca delle “figure urbane”, di paesaggi e luoghi meritevoli di rispetto in quanto ancora in grado di veicolare senso civico, ma anche di “tesori umani viventi” che possano costituire ancoraggi di memoria.

  4. Alla città reale non deve mai sovrapporsi una città sognata (anche se il sogno promette di essere meraviglioso!).

  5. Un buon Sindaco non deve mai perdere di vista i legami che intercorrono tra la dimensione spaziale, la dimensione temporale, la dimensione estetica, la dimensione socio-antropologica. Qualche esempio a caso. Recuperare il rapporto con il mare, oggi negato e quasi rimosso, comporta restituire all’intera città una dimensione, una linea d’orizzonte la cui scomparsa ha fortemente contribuito all’attuale insignificanza di Messina. Recuperare l’area del Tirone significa ridare voce a un quartiere “muto”, il cui silenzio e la cui marginalità pesano sulla qualità di vita di tutti. Valorizzare le risorse storiche e antropologiche veicolate dai villaggi sortisce un effetto di riequilibrio sulle marginalità urbanistiche che rischiano di mutarsi in stigma sociale.

  6. Un buon Sindaco deve praticare l’abbandono deciso e consapevole di ogni logica esclusivamente “digitale”, ragionieristica, contabile, e viceversa aprirsi alla concretezza dell’incontro: lasciarsi ferire dall’incontro con l’altro, non rimanere impermeabili o indifferenti alla realtà esterna. La Caritas e l’attività di Santino Tornesi e le esperienze di accoglienza di Francesco Pati potrebbero offrire abbondanti esempi in tale direzione. Attraverso la sua azione concreta i cittadini devono essere indirizzati e accompagnati a vivere un’esperienza di amore verso questa città.

  7. Ultimo dato secondo me importante per sottrarre la città alla condizione di “deserto civile” dal quale pare non riscattarsi, è quello relativo al rispetto delle regole. Troppo a lungo queste sono state ignorate, dalle Istituzioni per prime e poi – per caduta – ai cittadini che hanno trovato comodo poter proiettare i propri piccoli egoismi anche fuori della porta di casa. Per porre un freno a tale deriva non c’è che un mezzo: rispetto delle regole e certezza del diritto (che significa anche certezza della sanzione o della pena per chiunque contravvenga).

Oggi più che mai si avverte la necessità di recuperare una memoria dei luoghi e dei segni in essi impressi dal tempo, ma anche un orgoglio di appartenenza e la ricomposizione della frattura tra comunità e patrimoni, da tale ricomposizione derivando anche la cura e la tutela dei beni comuni. Abbiamo bisogno di una nuova consapevolezza del tessuto culturale complessivo che sostanzia la realtà cittadina, l’unico che possa garantire la possibilità per noi di tornare a declinare vecchie e nuove identità.

Concludo. Questo angolo di mondo a noi tanto caro si trova oggi dinanzi a un bivio. O permanere nella sua condizione di non-luogo, oppure gettare il cuore oltre l’ostacolo e aprirsi alla incredibile diversità che attraversa oggi l’intero pianeta e che costituisce, ne siamo o meno consapevoli, il volto del nostro presente e del nostro futuro.

Italo Calvino nel suo Le città invisibili ci poneva già, lucidamente, di fronte alla scelta che ci si pone dinanzi, proprio quella che io spero che il futuro Sindaco di Messina abbia sempre presente: o “accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più”, o “cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Può sembrare una sfida dura e non priva di rischi, ma anche qui come in altri aspetti della vita, sta a noi (dico anche a noi elettori) far sì che la mappa delle paure sfoci nel protocollo delle speranze.

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