Caso Ylenia Bonavera, le motivazioni della sentenza

Il gup Salvatore Mastroeni ricostruisce la vicenda che ha portato alla condanna a 12 anni di Alessio Mantineo. «Casi in cui violenza e sadismo vengono apprezzati, per cui essere data a fuoco può essere una prova d’amore moderna». «Essere bruciati in qualche assurdo caso 'innamora'»

 

MESSINA. Circa un mese dopo il processo, sono state depositate le motivazioni della sentenza che ha condannato a 12 anni Alessio Mantineo, il giovane accusato di aver lanciato benzina contro la fidanzata, Ylenia Bonavera, cercando di appiccare il fuoco. La ragazza riuscì a spegnere le fiamme ma riportò ustioni alle gambe.

L’aggressione avvenne nell’abitazione della giovane nel rione Bordonaro alle prime ore del mattino dell’8 gennaio 2017. Ad incastrare il ragazzo furono le indagini della squadra mobile ed il video di una stazione di servizio che quella notte lo riprese mentre acquistava una bottiglia di benzina.

Nelle motivazioni, il gup Salvatore Mastroeni ricostruisce l’intera vicenda. Ylenia ha difeso il ragazzo ma per il giudice le sue dichiarazioni “possono essere pacificamente relegate nell’alveo di un goffo tentativo di scagionare il proprio (ex) fidanzato”.

“Che l’intendimento dell’odierno indagato fosse quello di uccidere la persona offesa – scrive il giudice – appare evidente alla luce della peculiare connotazione del fatto delittuoso come sopra descritto: cospargerla di benzina e darle fuoco non può infatti che essere letto come univocamente diretto in tale direzione”.

Secondo il gup, dunque, gli elementi indiziari, con riferimento all’autore del fatto, “sono plurimi, concordanti e univoci, tali da integrare prova piena e certa della responsabilità di Mantineo per il reato ascrittogli”.

Così invece si legge sui contrasti tra madre e figlia: “Al di là delle colpe individuali, evidenziano una madre preoccupata e misurata ed una figlia giustificata solo da età e shock nelle due reazioni. Addirittura la vicina acquisisce tramite le parole a ruota libera della ragazza la chiave della sua successiva ritrattazione”.

“Quell’io non sono una sbirra – scrive ancora il gup – ha un valore monumentale, in sé, per la sua diffusione, e nel caso concreto”.  Il problema, spiega il giudice, non è soltanto culturale: “Se la donna serva, in certe fasce, è retaggio del passato, ora nei giovani il dominio è fonte di piacere e vanto. Il risultato non cambia”. “Non cambia neanche dal punto di vista femminile, a fronte di donne uccise, come in una carneficina, e di donne che lottano per una reale emancipazione, si trovano casi in cui violenza e sadismo vengono apprezzati, per cui essere data a fuoco può essere una prova d’amore moderna”.

Per spiegare le dinamiche il giudice ricorre a Dostoevskij: “A volte l’uomo è straordinariamente, appassionatamente innamorato della sofferenza”. “Mantineo non esce dal niente, come il giovane sconosciuto che all’improvviso comparirebbe o ricomparirebbe nella vita della ragazza”, scrive ancora il gup, “ha picchiato la Bonavera, pure lei ha ricambiato,  in una sorta di ‘amiamoci strano’ non così raro come di crede. La Bonavera difende l’ex perché non è una sbirra ma anche perché essere bruciati evidentemente in qualche assurdo caso ‘innamora’. Diventa di nuovo l’amore della sua vita. La sua ricostruzione dibattimentale è tra il surreale e l’incredibile in un soggetto alla fine fragile che avrebbe bisogno di un recupero, non di perdersi al fronte del luccichio delle telecamere”.

Il gup spiega inoltre che “si può solo sottolineare come i valori della vita, della incolumità, non siano nella disponibilità delle parti, vanno salvaguardati al di là del perdono o peggio ammirazione della vittima. Bonavera nella sua posizione anacronistica e quasi da eroina dell’amore, ha pure coraggio, perdendo la solidarietà che le sarebbe spettata”. “Ed è deludente – continua il gup – a fronte di tanta prova,  che a questo mondo sottosopra sia rimasto ancorato il Mantineo, non ravveduto ed ancora intriso del valore di tali gesti”.

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