Regionali, quesiti senza risposte e tante chiacchiere

Senza chiedersi a quale categoria sociale appartengano gli astensionisti e perché almeno il 10% degli elettori abbia votato solo i candidati presidenti, i partiti politici si perdono in dibattiti sul nulla. Pensando al prossimo giro

LA PRIMA DOMANDA è: a quale categoria sociale appartiene il 54% dei 4.661.111 elettori che non si è presentato alle urne? Okay, che alle elezioni non tutti si rechino ai seggi per esercitare un diritto è fisiologico, ma un flop come quello delle Regionali del 2017 (solo il 46,76% degli aventi diritto ha partecipato), che replica il dato del 2012 (47,41%), dovrebbe essere al centro del dibattito politico dal primo minuto successivo alla chiusura del seggi. Invece, a urne ancora calde, ognuno si propone come vincitore (o, sicuramente, non perdente), preferendo indugiare sul fallimento o meno degli altri, Partito democratico in primis.

Certo, il disgusto per la politica esiste, e non solo per una suggestione divenuta virale attraverso i social, ma è altrettanto vero che ai delusi, agli scontenti perpetui, agli arrabbiati a oltranza, ai latori del “vaffanculo ai politici di professione”, non mancavano candidati da votare: non mancavano a sinistra con Claudio Fava, a destra (area Meloni) con Nello Musumeci e, ovviamente, in quel brodo eternamente primordiale che è il Movimento Cinque Stelle, con Giancarlo Cancelleri.

Ma chi sono coloro che non sono andati a votare? Sono i giovani, che pure guardano Grillo con simpatia? Sono gli anziani ormai disillusi? Oppure sono le generazioni che vanno dai trenta ai cinquanta, le quali non vedono una luce di speranza in fondo al tunnel lavorativo-esistenziale? Ecco, questi sono gli interrogativi che dovrebbe realmente porsi la politica (e anche la stampa), allontanando come un appestato il dibattito di questi giorni, che tanto ricorda la lirica calunnia, prima venticello e poi colpo di cannone.

IL MISTERO DEL DISGIUNTO. Oltre ai quesiti precedenti, altri due dovrebbero trovare risposta: che direzione ha preso il voto disgiunto e quanti hanno votato sia per il presidente della Regione che per l’Ars? Nel primo caso, il discorso riguarda solo Fabrizio Micari (targato Pd), che ha ottenuto 100.053 preferenze meno delle sue liste. Al di là dell’appeal o meno del candidato, i voti della coalizione hanno sicuramente preso altre direzioni, visto che, complessivamente, le preferenze date a tutti i papabili presidenti hanno superato quelle date alle rispettive liste in ragione di 160.473. Verrebbe facile intuire che siano andati a Fava (circa 27 mila in più della sua lista), ma è inevitabile pensare che una parte consistente sia finita nei 209 mila che separano Giancarlo Cancelleri dai Cinque Stelle e un’altra, più piccola (si spera almeno per motivi ideologici), a riempire la forbice di 21mila tra Musumeci e la sua coalizione. Ad ogni modo, lo scarto tra candidati presidenti (2.085.075 voti) e liste (1.924.602) racconta in maniera inequivocabile che poco meno del 10% degli elettori è andato a votare solo per il vertice della Regione, scegliendo probabilmente il candidato pentastellato più degli altri due che hanno superato le proprie liste (Fava e Musumeci).

IL “NON CASO” DEL PD. Invece di necessarie analisi, come accennato, a tenere banco è la discussione, interna ed esterna al Partito democratico, sul crollo da imputare a Matteo Renzi. Eppure, il dato (soprattutto in percentuale) è in linea con le precedenti elezioni: al netto delle altre liste che sostenevano Fabrizio Micari (anche se il 2,192% di Arcipelago Sicilia andrebbe considerato), il Pd ha conquistato il 13,023%, (nel 2012 era stato il 13,43%, a cui si potrebbe aggiungere una parte del 6,178% della lista Crocetta), ovvero ha preso 250.633 voti contro i 257.274 della volta scorsa. Nel 2008, invece, il partito aveva ottenuto 505.420 preferenze (il 18,765%, ma si presentava compatto e la lista a supporto della candidata Anna Finocchiaro aveva “distratto” solo il 3 per cento). Si potrebbe quindi desumere che il vero scivolone si sia determinato tra il 2008 e il 2012. Vero, non fosse che, ad abbassarsi notevolmente, in quattro anni, erano stati anche i votanti, dal 66,78% al 46,76%. Usando gli stessi parametri adottati per Renzi, però, il crollo del 2012 potrebbe essere imputato a Pierluigi Bersani, il segretario eletto nel 2009 che l’anno successivo aveva avallato l’appoggio esterno al governo di Raffaele Lombardo, (Mpa) deciso da Francantonio Genovese (il quale da poco aveva dismesso i panni di segretario regionale del Partito), rendendo così impopolare il Pd. Ad ogni modo, rispetto al 2012, il Partito ha ottenuto il medesimo risultato pur avendo perso i voti di Genovese, transitati con lui in Forza Italia per far eleggere deputato il figlio Luigi.

UN PICCIONE CON UN FAVA. Il candidato della sinistra e di Mdp ha conquistato 128.157 voti, il 6,146%, superando la sua lista, che si è fermata al 5,226%. Un successo? La Sinistra è rinata? Beh, si può discutere di tutto, ma la principale differenza con il 2012, dove il nome di Fava era rimasto solo sulla carta (era stato escluso dalla corsa perché non residente in Sicilia), è il seggio conquistato. Per il resto, alle precedenti regionali l’ormai dimenticata Giovanna Marano, immolatasi in corsa come sostituta, di voti ne aveva presi solo 6000 in meno, 122.633, conquistando il 6,057. Cinque anni fa, però, le due liste avevano superato la candidata per un totale di  126.491 preferenze, e ciò dimostra che il marchio Fava funziona. A questo punto, però, viene da chiedersi: qual è stato il valore aggiunto di Mdp alla competizione?

RIFLESSI MESSINESI A SINISTRA. I risultati del Pd e della lista Fava vanno visti anche sul fronte di Messina e provincia. Il Partito democratico, senza i voti “non presi sulla Luna” dalla famiglia Genovese (atterrati da tempo in Forza Italia), ha raggiunto quota 31.509 preferenze (11,518%) grazie anche a un apporto notevole dell’eletto Franco De Domenico (e dell’Ateneo), che ne ha presi ben 11.224. “Fava presidente”, invece, ha conquistato 15.554 voti (5,686%). All’interno della lista, era presente anche Ketty Bertucelli, candidata di riferimento di “Cambiamo Messina dal basso”, il movimento del primo cittadino Renato Accorinti, che si è fermata al quarto posto con 1.183 preferenze, più o meno quanto ottenuto da un Gino Sturniolo, ex accorintiano, nel 2012: 1.203. Il risultato totale della lista, ovviamente, non può essere assimilato all’area politica del sindaco, essendo un elettorato che vede insieme diverse anime e forze politiche, tra le quali Mdp, il cui candidato, Beppe Grioli, è arrivato primo con 3.761 voti.

TROMBATI & AMMINISTRATIVE. E chi non è riuscito a tornare all’Ars per diversi motivi, cosa farà? Per Giovanni Ardizzone (Alternativa Popolare, presidente uscente dell’Ars), Nino Germanà (rientrato in Forza Italia ma giunto terzo grazie alla coppia Luigi Genovese-Tommaso Calderone), Beppe Picciolo e Marcello Greco, tanto per citarne alcuni, si aprono strade più o meno impervie. Per chi ha appoggiato il vincitore Nello Musumeci, forse, un sottogoverno di consolazione arriverà, in attesa di tempi migliori. Per Ardizzone, invece, il destino è incerto, in quanto appartenente a una forza politica attualmente in crisi e non più baricentrica come un tempo. Infine, per pochi, ovvero per chi ne avrà le forze (o potrà godere di un appoggio compatto), le Politiche, al netto della nuova legge, potranno essere un modo per rientrare nei giochi della democrazia rappresentativa. Diversamente, l’ultima carta da giocare saranno le amministrative e la successione a Renato Accorinti. Ma attenzione: da questo momento in poi il tavolo degli accordi, almeno per il centrodestra, torna in via Primo Settembre, nella segreteria dei Genovese. A dimostrarlo, quasi ventimila motivi: solidi, stagionati e, in parte, trasferibili…

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