Giampilieri, 1 ottobre 2009: h. 23.45

 

 

C’è gente, troppa e troppo spesso, che crede che le parole si possano tranquillamente surrogare, o gettare lì come cadaveri sotto il fango, senza conseguenze, senza che qualcuno ci faccia caso. Trentasette cadaveri.

“Tragedia annunciata”.

Effettivamente, ragionando in ere geologiche, non è che una montagna si sbriciola dall’oggi al domani e ti cade su un paesello. Non è che un costone di roccia si stacca e trascina una quantità tale di fango da raggiungere i balconi del primo piano nel giro di mezz’ora di pioggia. Non è così che vanno le cose.  Non è così che agisce la natura. La natura agisce così quando per decenni si disbosca senza criterio, quando si costruisce in posti che solo a guardarli uno si chiede dentro quale pacchetto di patatine l’ingegnere progettista abbia trovato la laurea, quando il territorio si trascura in maniera criminale, quando ci si accanisce a sostituirsi al naturale andazzo delle cose, quando si prende il buonsenso e lo si getta alle ortiche.E’ così che la gente muore. Con queste parole.

Tragedia annunciata.

E’ così che si illude chi si aggrapperebbe a qualsiasi speranza pur di non guardare dritto negli occhi della realtà e vedere che è finita. La casa, due figli seppelliti sotto cinque metri di fango, l’idea stessa di un domani normale. E’ finito tutto.

Altro che tragedia annunciata.

Tragedia annunciata un accidenti. Perchè, se una tragedia è annunciata, non ci si fa trovare così colpevolmente impreparati, così dilettantisticamente inermi, così confusamente impotenti. E non serve a niente che Guido Bertolaso venga a fare la sua passerella in Prefettura, mentre di spalare detriti e fango, con pala e piccone, tocca a diciottenni soldatini della Brigata Aosta, in divisa mimetica senza nemmeno il grado sulle mostrine, mentre tutt’intorno si dispiegano uomini volenterosi ma castrati dal fatto di non avere mezzi, una marea di uomini che non sanno che fare, che s’industriano come possono ma tutto gli riesce goffo perchè non c’è nessuno che li coordini. E da goffo che era, diventa tutto grottesco, perchè non è concepibile che ci si debba arrangiare a fare come se niente fosse mentre nessuno al comando trova il modo per far salire lì dove ce ne sarebbe bisogno qualcuno dei cento mezzi cingolati che aspettano in fila sulla statale chiusa al traffico, caricati sui camion che intasano il passaggio tanto che nel giro di venti minuti nessuno ci capisce più nulla.

E nel frattempo, in ossequio a ‘sta professione maledetta ci si infila gli anfibi, si indossa la cerata, si mette nella tasca posteriore dei jeans la penna ed il taccuino, si carica la macchina fotografica e via pedalare, coi piedi nella melma per dieci ore. Costretti ad annotare mentalmente, a fotografare immagini e registrare voci e grida e lamenti e nomi e cifre nella corteccia cerebrale, talmente tanti nomi e urla e comandi senza senso e lacrime da stordirsi, perchè quando vedi che i cadaveri li tirano fuori a pezzi, prima un braccio, poi mezza testa poi un pezzo di cassa toracica, beh, il minimo che puoi fare è stordirti e cercare quel gelo in fondo al cuore che nemmeno ti fa più incazzare, nemmeno ti fa più considerare che sulla pericolosità di quella montagna tu e i tuoi colleghi ci avevate scritto decine di volte, avevate tirato fuori da cassetti polverosi quelle relazioni d’assetto idrogeologico che spiegavano fino alle virgole cosa sarebbe successo, che oggi chi questo scenario di guerra lo chiama tragedia annunciata ha fatto di tutto per imboscare perchè scomode, perchè l’elettorato va trattato come una massa di minus habens, perchè renderle pubbliche e agire di conseguenza avrebbe comportato troppo sforzo e troppi disagi e allora niente, lì, in fondo al cassetto sperando che nessuno abbia troppa voglia di scavare e trovarla.

Ma quando a morire si iniziano a contare in parecchie decine il destino cinico e baro non c’entra più. C’entra la mano dell’uomo, la volontà di non fare niente, non intervenire mai per tempo, di scaricare il cerino a qualcun altro, sperando che la miccia sia abbastanza lunga da non bruciare mentre la si ha in mano, prima di passarla a qualche altro. Si chiama politica. E politica contro natura stai sicuro che vince la natura. Dieci a zero, vince.

Che alla natura delle belle frasi non importa un bel nulla, così come non gliene importa della madre vestita di bianco che guarda quella che era la sua casa e considera gelidamente che lì sotto ci sono i suoi due figli, senza gridare, senza tradire emozione, con uno sguardo fisso che fa ghiacciare il sangue nelle vene, perchè quando il destino ti mette di fronte a certe cose si perde il lume della ragione e si diventa nè più nè meno che un automa.
Alla natura di tutte ‘ste cose non gliene importa niente, non gliene importa dell’uomo che scava a mani nude, perchè i suoi familiari sono rimasti sotto cinque metri di melma, scava a mani nude e parla loro,  parla colloquialmente,  parla sapendo che non risponderanno perchè è ormai ridotti in poltiglia, ma lui parla, le parla tranquillo, a bassa voce, parla e intanto scava e scava e scava, scava a mani nude perchè nonostante la presenza di uno stuolo di pezzi da novanta in Prefettura, nessuno è capace o ha l’autorità o il cervello per mandare lì sopra due escavatori, lì dove servono e non parcheggiati ai bordi della strada.
Non è stata una tragedia annunciata. E’ stato il trionfo della sciatteria, del menefreghismo, delle facce contrite e dei comunicati di solidarietà, dell’immobilità della politica. E oggi qualcuno piange madri, figli, case, averi, passato presente e futuro. Trentasette morti. Trentasette.

E la speranza di una vita normale che da ieri notte di normale non avrà mai più niente.

 

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1 Commento su "Giampilieri, 1 ottobre 2009: h. 23.45"

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Carmelo Briguglio
Ospite

La natura aveva dato il preavviso più volte ma nessuno ha voluto o saputo tenerne conto per sciatteria e superficialità. Gli organismi di tutela della pubblica incolumità sono costruiti per intervenire dopo i disastri e non per prevenirli. Quanto alla politica,la sua imbecillità è rappresenta da quei due politici che sorridono al fotografo dritti sulle macerie,con i morti sotto i piedi.

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