Dove è andata a finire l’America che ci ha fatto sognare?

 

Un buzzurro fatto e finito. Dov’è andata l’America di Whitman, di Dos Passos, di Hemingway, di Roosevelt, di Joan Baez, di Bob Dylan? L’America che ci ha fatto sognare, l’America delle voci libertarie, dello spirito critico, di Gregory Corso, di Allen Ginsberg, l’America democratica insomma? Non è stata capace di altro se non di scegliere quel pugile suonato e pesantemente compromesso con l’alta finanza di Hillary Clinton?

Di fronte a Trump, a questo cow boy cialtrone e gretto, che ha offerto ampia testimonianza del suo spessore alla recente kermesse taorminese del G7, l’Europa ha il dovere di ritrovare una sua reale identità. Quella di un continente fondato su valori diversi, che tengano insieme il Vangelo e l’Illuminismo. Ma chi dovrebbe promuoverla, costruirla, questa nuova identità? Non certo i ragionieri al soldo dei banchieri che abbiamo visto a Taormina.

La verità è che assistiamo da anni a una perdita sempre più radicale del senso critico. Quel senso critico che ci insegnava un tempo a scorgere il re nudo, a comprendere – anche se non sempre nei dettagli – i meccanismi del potere e del consenso. Pier Paolo Pasolini ci aveva insegnato tanto con il suo “Io so”.

Da cosa ha origine questa deriva della ragione? Una deriva che induce milioni di persone a confondere la realtà con le sue rappresentazioni, quelle immagini della realtà che vengono quotidianamente e golosamente da noi assorbite attraverso le scatole magiche da cui ci facciamo controllare a vista?

Dovremmo iniziare a riflettere più intensamente su ciò. E si potrebbe intanto partire da una disamina dei costi della rivoluzione digitale, che ha comportato non solo la perdita della privacy, ma anche la scomparsa di intere famiglie di sentimenti, la pietas innanzitutto. E poi l’ironia e la gioia di vivere. L’universo concentrazionario dei network è una dorata prigione al cui interno tutti ricevono legittimazione a porre tra parentesi il cervello e procedere a ruota libera emettendo giudizi e proclamando certezze su porzioni di realtà delle quali spesso non hanno conoscenza diretta ma sulle quali ritengono di poter comunque dire la parola definitiva. Qui gioca indubbiamente un ruolo decisivo la trappola di Narciso, quella che ci tenta sempre a rispecchiarci tronfi nella nostra immagine rifuggendo come peste qualunque confronto con l’altro da noi.

C’è poi che l’ignoranza si è fatta ormai trasversale, non è più di classe. Un tempo (e, si badi bene, era un tempo di ingiustizia) l’ignoranza era un retaggio dei poveracci, di quelli che sapevano a malapena leggere e scrivere, e non potevano pertanto concedersi il lusso di conoscere il mondo, impegnati come erano a sopravvivere ad esso.

La lezione di Don Milani è consistita nel disvelare, appunto, la truffa di classe insita nei modelli educativi allora dominanti. E sulla scorta delle esperienze sue e di altri pochi illuminati (cito per tutti Danilo Dolci, Dario Fo, Franco Basaglia) si è fatta strada l’idea che niente di quanto il capitalismo offre in pasto ai suoi figli è “neutro”, che ogni minimo gesto di assenso offerto al sistema si traduce automaticamente in un ingrossamento delle catene.

Un filosofo ottocentesco ormai fuori moda ha scritto un giorno: “La critica ha spogliato la catena dei fiori immaginari che la ricoprivano non perché l’uomo porti catene senza fantasia, disperate, ma perché egli respinga la catena e colga i fiori viventi”.

Questo, a me pare, significa che il respingere le infiocchettature del potere non comporta l’assunzione di uno stile triste e privo di speranza ma il recupero di uno sguardo in grado di dispiegarci cieli nuovi e terre nuove, ogni giorno che Dio ci manda.

Le provocazioni che il Papa ci offre nella splendida enciclica dedicata alla cura del creato e i movimenti – erroneamente assimilati ad utopia – che prospettano una “decrescita felice” stanno davanti a noi come proposte alternative alle ideologie che governano il brutto pianeta apparecchiatoci nell’ultimo mezzo secolo da quelli come Trump.

 

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