Parole con la “a” che esistono solo a Messina (o quasi)

 

Auddocu

 

Il lessema “Auddocu” è una parola talmente complessa a livello sintattico che se la scoprisse Noam Chomsky, celebre linguista che per sua sfortuna abita in Pennsylvania, userebbe le pagine della sua Grammatica Generativa come Scottex per pulire la cucina. Termine avverbiale dalle infinite sfaccettature, è la dimostrazione ultima dello scisma fra apparenza e sostanza, fra forma del contenitore e qualità del contenuto. Partiamo dal suono, così primordiale e villoso che sembra risalire direttamente ai tempi in cui, a seguito di mutamenti strutturali della cavità orale, l’arretramento dell’ugola permise ai primi ominidi di esprimere una gamma sonora articolata. “Auddocu”, con quella fonia cavernicola e abissale, deve essere stata una delle prime parole pronunciate in natura, a segnare una linea di demarcazione netta fra primati ed essere senzienti.

Del resto, a livello semantico, è un lessema che segna la primogenitura di qualcosa, lo sverginamento, il rito di passaggio. Il primo bacio? “Addoooocu”, esclamano gli amici, fratturandoti la scapola destra a furia di pacche. La laurea conseguita dopo anni e anni di parcheggio all’Università, in oscure facoltà con sette o otto nomi? “Aaaaaaddocu”, con il tono canzonatorio di chi già immagina come farai a spiegare alla nonna ottantasettenne cosa fai nella vita. Il primo stipendio? “Addocu”, più conciso, mentre gli amici, sempre gli stessi, si accingono ad ordinare ostriche, caviale e Crystal del ’23, naturalmente a tue spese. Perché ogni “Addocu” va celebrato come si conviene. Che coi tempi che corrono potrebbe sempre essere l’ultimo.

A fare da contraltare all’aspetto esteriore, con quel depresso dittongo in “au”, le incredibili funzioni a livello sintattico, che costituiscono una delle prove più pregnanti a sostegno della teoria della relatività ristretta: a differenza dei suoi consimili “aunné” e “auccà” (limitati l’uno al tempo e l’altro allo spazio), “auddocu” riesce infatti nell’intento di connotare l’approssimarsi imminente di un qualcosa che sta per sopraggiungere, dimostrando in maniera incontrovertibile l’esistenza dello spazio-tempo. In riva allo Stretto è una cosa risaputa da secoli. Non ci serviva mica Einstein.

 

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